Rivoluzioni copernicane cercansi

Ho sempre ritenuto che l’uso del pensiero dovesse essere portato fino in fondo, cioè fino alla “rivoluzione copernicana”. Finché si pensa dentro l’orizzonte dato più che altro si rimastica pensiero d’altri. Se tu stai alle regole del gioco del tuo avversario, per forza alla fine perdi; occorre “rovesciare il tavolo”. Questo, negli anni d’oro, è stato chiamato in termini più dotti rottura epistemologica o cambio di paradigma. Effettuare questo salto significa non solo risolvere un singolo problema che altrimenti era insolubile, ma vuol dire ricostruire l’intero campo da una nuova prospettiva. Cambiare gioco.
Aggiungo subito: facile a dirsi, però… Però non solo ‒ come vado subito a mostrare ‒ la riconfigurazione è complicata, ma per di più il campo non vede l’ora di recuperare le sue conformazioni abituali (chiamiamolo senso comune). Non esistono purtroppo punti-di-non ritorno, ma alle aperture seguono le richiusure. Così è avvenuto nel campo letterario dopo lo scossone degli anni Sessanta del Novecento. Non solo si è tornati al prima, ma ad un nuovo prima tale che sia impossibile ripetere quello che allora è stato possibile…

Nel corso di un tempo ormai piuttosto lungo ho compiuto vari tentativi per liberarmi da quella considerazione dei fatti cosiddetti letterari che definirei, più che umanistica, antropomorfa, in quanto risolta con l’adesione emotiva a un personaggio o a un io-in-confidenza. A scopo di bilancio, vorrei passare in rassegna le soluzioni via via individuate, alcune forse troppo timide, altre forse ancora confuse. Ciascuna ipotesi si è mostrata, in definitiva, parziale e problematica, diciamo pure fallimentare, ma forse non del tutto, proprio perché in fondo la ricerca è sempre meglio della soluzione.

Ipotesi dinamismo. Il testo è guardato in ragione dei suoi movimenti. Quanti più movimenti assomma, ai suoi vari livelli, e più induce dinamica nel lettore. Si poteva sviluppare in questo senso l’indicazione della “deviazione dalla norma” proposta dal formalismo e dalla stilcritica. Potrebbe rientrarvi anche il “tasso di figuralità” di Orlando. In questo quadro, la critica consiste nell’indicare una rete di insorgenze sonore, scarti sintattici, spostamenti metaforici e quant’altro.

Ipotesi retorica. Parte dalla precedente (“metafora” è sinonimo di spostamento) aggiungendo però una sfumatura importante: mentre la considerazione dinamica resta meccanica e quasi calcolabile, la considerazione retorica rimanda a una intenzionalità operativa (non necessariamente coincidente con quella comunicata espressamente dall’autore). Nonché a un’opera di convincimento. Allora il movimento testuale non è più considerato fine a se stesso, ma diventa un indice di tendenza; occorre riportarlo ad una funzione dimostrativa. La critica consiste nel ricondurre i singoli procedimenti a un senso complessivo.

Ipotesi strategia. Anche qui un leggero passo avanti. La considerazione strategica indica che le operazioni letterarie non sono affatto neutrali, ma si svolgono in un territorio conflittuale che comporta schieramento e comunque posizionamento. Si viene anche a chiarire la questione dell’intenzione. Il testo può contenere un’intenzione non prevista dall’autore (anche per via della sua trasmigrazione nello spazio e nel tempo): l’intenzione va misurata ‒ come strategia vuole ‒ in base alla condizione del campo di forze. La critica consiste nel rapporto tra la posizione del testo e quella del critico.

Il punto che poteva essere l’arrivo di queste elucubrazioni si è rivelato allo stesso tempo il più complicato da risolvere. Si tratta dell’ipotesi economia. Ragionare in termini di economia verbale, ovvero il testo considerato come un processo di valorizzazione (di simboli, miti, ideologie). Mi sono mosso in questo senso seguendo il Benjamin de L’autore come produttore e soprattutto il Rossi-Landi semiologo del Linguaggio come lavoro e come mercato. Mi aveva colpito molto anche l’uso fatto da Freud di alcuni termini economici come investimento, risparmio e così via, applicati agli equilibri e squilibri della psiche (sebbene il grosso della critica da lui derivata indulga in massima parte alla considerazione antropomorfa legata alla biografia dell’autore).
In un libro del 2010, Letteratura come produzione, ho provato a mettere in ordine le idee. È ovvio che ‒ per passare dalla creazione alla produzione ‒ occorre ragionare di “produzione” in senso largo, perché in senso stretto varrebbe solo la sociologia e le statistiche delle tirature e delle vendite. Insomma, non solo la rendita dei prodotti culturali, che starebbe stretta nella logica di mercato e neppure lo sfruttamento e valorizzazione dei “beni culturali” (quello che di solito si ritiene essere il “capitale culturale”, soprattutto in un paese come il nostro che ne ha in quantità); in questi casi la produzione è, per così dire, estrinseca: invece l’ipotesi è quella di una produttività intrinseca, ossia della trasmissione tramite l’arte di valori, modelli, schemi, immagini, che vanno a contribuire alla produzione del soggetto. L’ipotesi prevede anche che l’intervento possa incrementare la soggettività essenziale al consumo oppure decrementarla, metterla in crisi, sottoporla a critica con effetti ‒ di mediazione in mediazione, ovviamente ‒ di trasformazione sociale; ossia progettare una nuova soggettività. Si apre così una divisione, un contrasto tra prassi dominante e prassi alternativa.
In quel libro, però, devo ammettere che le analisi dei singoli testi, che avrebbero dovuto far luce sulla loro logica in questa prospettiva, risultavano piuttosto deludenti: magari constatavano l’irruzione dell’economico nel dominio etereo dell’estetico, ma non riuscivano a elucidare una vera e propria economia testuale. In particolare, il punto d’inciampo che ho incontrato, l’impasse maggiore è stata il rilevamento del valore positivo del negativo; fatto, per altro, non esclusivamente moderno (Freud lo rintraccia già nella tragedia greca…), anche se divenuto indubbiamente rilevante nella modernità radicale, basti pensare al fraseggio di Beckett verso il peggio, il fallire meglio, il «Worst in need of worse», e via di questo passo per la scesa. Ora, l’autodanneggiamento di cui si pregia la modernità radicale (l’avanguardia e consanguinei) appare un valore impensabile nell’ottica economica, nella quale il fallimento è una iattura irrecuperabile e non voluta (tranne in alcuni paradossali inghippi). Che la letteratura e l’arte funzionino diversamente potrebbe apparire scontato nella prospettiva odierna molto diffusa della diametrale opposizione dell’artistico verso l’economico, che diventa però una sorta di succursale (o riedizione) del contrasto spirito/materia.
Oppure occorre pensare una diversa economia? Bisognerebbe forse confrontare quell’economia “a rovescio” non con la semplice sfera economica, ma con la politica economica o con l’economia politica.
Sia come sia, alla fine sarei propenso a ripartire dal nesso (che ho configurato in un precedente articolo) tra procedimenti e dispositivi testuali. Forse non è molto, ma non è neanche niente. Si attendono contributi: i limiti della mia imperfetta e approssimativa rivoluzione copernicana sono dovuti, in parte e soprattutto negli ultimi anni, nella quasi totale assenza di dibattito.

14/04/2021

1 commento su “Rivoluzioni copernicane cercansi”

  1. Carissimo professore, penso e ripenso al suo inesauribile bisogno di confronto e dibattito… movimento che lei accoglie persino nei confronti di se stesso. Una tendenza riconoscibile specialmente in Benjamin che a forza di rimuginamenti e scarti ci costringe ad arrivare al nocciolo dei problemi e delle contraddizioni.
    In effetti lo schema spirito-materia rischia di essere ingabbiato in una insanabile antinomia. Toccherebbe cioè ripensare diversamente il significato di produzione andando oltre il malinteso creato da quel senso comune, quella sorta di Matrix da lei altrove menzionata. Nella produzione letteraria il “cambio di paradigma” viene spesso invocato proprio contro il significante e quell’insieme di procedimenti e dispositivi testuali sopra citati, sembrandomi per la verità un’arma alquanto spuntata, pena il ritorno ad afflati e insufflati spontaneistici. Fantasie di postmoderno sempre in agguato… con la bandiera già piantata nel nuovo continente e lo smacco dell’ennesimo giro in tondo. In tempi di terrapiattismo, niente male!

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