Micromance di Antonio Amendola si può leggere su Critica integrale

“Critica integrale”, nel suo piccolo provvede ad editare. Ospita oggi in formato PDF nella sezione Gli scaricabili, il testo Micromance di Antonio Amendola. Amendola è autore che i “seguitori” di questo sito conoscono, avendo collaborato più volte con interventi sulla sonorità e sulla voce. È un autore davvero poliedrico, esperto di musica elettronica, di poesia sonora, di performance e attivo anche nella scrittura, vedi le pubblicazioni: Vocalisia, Il trenorale, Materiali e forme di scritture sonanti, L’uomo senza macchina da presa, Labiale.
Si tratta, anche nel caso di Micormance, di un lavoro originale che, oltre a sottolineare i valori della composizione grafica come equivalente della pronuncia e della sillabazione, produce interessanti intersezioni semiotiche tra linearità e figurazione, parola e immagine, suono e silenzio, in un progetto di unione delle arti attraversato da forte tensione.

Come invito alla lettura e come inquadramento generale, cito qui la prima parte della mia introduzione al libro:

Il poeta performer è presente alla sua opera, che è costituita in certo senso da lui stesso. Si apre quindi la questione del rapporto tra presenza e espressione che è stata messa a fuoco dal decostruzionismo, in particolare da Derrida. Derrida, infatti, ha stigmatizzato l’illusione della presenza insita nel linguaggio orale: quando noi discorriamo a voce le parole sono nostre, possiamo controllarle e verificare il loro significato presso l’interlocutore; con la scrittura invece le parole sfuggono al dominio dell’autore, vengono abbandonate al loro destino molteplice di reinterpretazione e fraintendimento. Per questo motivo, a Derrida la scrittura appare come il dispositivo antilogocentrico per eccellenza. Anche se poi, ad esempio nel saggio su Artaud, è costretto a riconoscere che ci può essere scrittura anche nell’oralità, ad esempio in una parola rifatta corpo («scrittura del corpo stesso»). Tutta l’area della poesia sonora e performativa, magistralmente raccolta e indagata nel recente volume antologico curato da Fontana, Frangione e Rossini, Italian performance art (in cui è inclusa anche una scheda sull’autore di questo libro, Antonio Amendola), tutta questa area – dicevo – legata alle esperienze delle avanguardie novecentesche, lavora dentro a questo paradosso: assumere la presenza dell’autore, anzi in certo qual modo, l’equivalenza dell’autore e dell’opera, per scavare tuttavia in questa massima vicinanza la massima distanza. Mentre nella voce quotidiana si riconosce la persona e il suo carattere, la sua identità privata, nella “voce in movimento” (per usare una felice formula di Fontana) avviene tutto il contrario, non l’interiorità emerge, ma l’esteriorità vocale posta in pubblico come significante. Si potrebbe anche dire che l’autore scompare nell’opera. Oppure ancora che non esiste (e perde allora del tutto la sua identità privata, che è messa in non cale, sotto cancellatura) se non come strumento programmato e al contempo come soggettività operativa. Il suo stesso “stato d’animo” non rientra nell’opera altro che come eventuale materiale tra gli altri. (…) Si tratta dunque di una sorta di scrittura totale, che però non promette il raggiungimento di alcuna pienezza, proprio perché il suo progetto sottrae gli elementi (la voce, il corpo, l’immagine, gli oggetti, perfino lo spazio, il tempo) dal piano metafisico-umanista e li riutilizza (li rimette in gioco e in questione) in una nuova dinamica in prospettiva strumentale, funzionale, di dispositivo. Con intento critico e liberante nel medesimo tempo.

16/01/2021

1 commento su “Micromance di Antonio Amendola si può leggere su Critica integrale”

  1. Insieme a quello sulla poesia epigenetica di Fontana quest’ultimo articolo chiarisce per me una questione fondamentale: il problema della messa in forma visivo-sonora dei testi scritti (non necessariamente destinata alla performance vocale) da parte dell’autore. Ci si trova infatti a inciampare spesso sul problema di essere in qualche modo l’unico vero interprete del proprio lavoro. In pratica, dalla parte del fruitore-lettore, il testo finisce per essere depotenziato nella sua natura muta e polisensa ponendo in chiaro la sua parte di oscurità a favore di una certa univocità di senso…il che, magari (anche solo come test), avrebbe il suo risvolto positivo nello smascherare molta di quella oscurità volta a dissimulare il suo vuoto di senso…

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