Il modello ferroviario e lo stato a mezzo servizio

Se dovessi dire quali sono i dogmi che reggono il nostro attuale assetto sociale ‒ parlo di noi Italia, ma non solo ‒ direi: il modello ferroviario e lo stato a mezzo servizio.
Il modello ferroviario o anche la teoria del treno. Intanto questa immagine indica un percorso che una volta intrapreso non può essere cambiato, deve seguire per forza il binario prefissato, pena il rovinoso deragliamento (per cui la politica si riduce a gestione, al vedere chi guida meglio il treno). La teoria del treno si fonda su questo assunto: i vagoni non vanno da nessuna parte senza la motrice. Quindi, bisogna curare essenzialmente la motrice, tutti gli sforzi vanno fatti nella sua manutenzione, in modo che vada sempre più veloce; i vagoni verranno di per sé, trainati dietro.

La questione non è nuova. Quasi un secolo fa, come si può vedere anche dall’apposita videolezione, il poeta Clemente Rebora nei suoi Frammenti lirici (1914), usava questa immagine proponendo l’allegoria del vagone merci:

O carro vuoto sul binario morto,
Ecco per te la merce rude d’urti
E tonfi. Gravido ora pesi
Sui telai tesi;

Il vagone merci è l’oggetto meno pregiato dell’universo ferroviario e quindi in Rebora potrebbe rappresentare il grado più basso della mano d’opera, l’operaio non specializzato. Si può dire che sia l’“ultimo vagone”. A quest’altezza, però, non sfugge alla regola, ed ecco infatti gli si avvicina una possente ‒ e piuttosto inquietante ‒ locomotiva (rappresentata da Rebora come un animalesco predatore):

Ma nei ràntoli gonfi
Si crolla fumida e viene
Annusando con fàscino orribile
La macchina ad aggiogarti.

A quest’altezza il problema (tutta l’inquietudine dello straordinario testo di Rebora, che invito ad andare a rileggere), il problema, dico, era lo sfruttamento, l’essere aggiogati al treno con tutte le sue spinte e controspinte. Il problema odierno, invece, è il non-sfruttamento. Il treno dello sviluppo fa fatica, il pil non aumenta, la crescita è stagnante (ricordo, anni or sono, uno svantaggiato rispetto all’altezza allora ministro, che affermava a gran voce: “ci vorrebbe più crescita!”; senza neanche accorgersi del doppio senso…). Così accade che per far procedere la motrice in affanno non si trova altro rimedio che sganciare i vagoni, cominciando dagli ultimi. Non c’è da stupirsi che la distanza della testa dalla coda del treno aumenti sempre di più.
Il secondo dogma infrangibile è lo stato a mezzo. Attenzione: non che si metta in mezzo, quello deve evitarlo, ma che funzioni a mezzo servizio. Non è altro che un corollario della teoria del treno, ma decisivo: la macchina sociale funziona meglio se non viene intralciata dagli interventi dello stato. Si vuole uno stato “leggero” e soprattutto una diminuzione del prelievo fiscale: in questo modo, si pensa, il sovrappiù rimasto ai privati verrà reinvestito in imprese e opere, portando a una redistribuzione spontanea. Qui cade il famoso slogan del “non mettere le mani nelle tasche” (l’inventore del quale, effettivamente, le metteva le mani, eccome, neanche tanto lontano dalle tasche…). Lo stato si astenga il più possibile… Però un momento, questa è soltanto la prima metà del dogma. Perché vale soltanto nel ricavo del vantaggio; basta solo che ci sia uno svantaggio, fallimento dell’umano o catastrofe naturale, che allora lo stato deve essere assolutamente presente, lo si richiama in servizio, lo si rampogna di non aver provveduto prima e per tempo. Insomma, come fa sbaglia. È una specie di legge del contrario: nei giorni buoni lo stato è cattivo, nei giorni cattivi lo stato deve tornare buono.
Lo stato salvatore. Ma, da dove trarrebbe le risorse per esserlo se, negli altri giorni è stato tenuto alla larga? Non va bene neanche quando prova a recuperare il dovuto: tutte le volte che si affaccia qualche timido tentativo (vedi la riduzione del contante) ecco che si alzano recriminazioni e invettive con tutti gli argomenti a disposizione, anche i più assurdi. Quello sulla incapacità delle vecchiette nell’uso delle carte ha giustamente offeso la categoria delle vecchiette (che per altro avevano già ricevuto in forma di tessere precedenti bonus). Qualcuno ha detto: voglio essere libero di usare il contante! Come se la moneta fosse libera, in un modo o nell’altro. Come se la libertà di evadere fosse legittima…
Certo, c’è poco da fare. I due dogmi sono fortissimi. Dai binari è difficile uscire senza disastri. La lotta per evitare che si aggiungano altri vagoni sembra assorbire tutto il residuo istinto di sopravvivenza. Le tasche, quanto a quelle, ogni governo se ne astiene, almeno a parole (deve usare vie traverse, come quei ladri che sottraggono senza che ti accorga) e si contenta di arrabattarsi nel suo mezzo servizio. Così però si continua male, di incidente in incidente, di crisi in crisi. Fino a quando?

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