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I seminari della LUNA: “Gli anni” di Annie Ernaux

È molto in voga l’autobiografia e l’autobiografismo pure, dato che la letteratura oggi è improntata all’empatia e ciò che una volta era imputato a curiosità morbosa o “indiscrezione” del lettore suona attualmente come virtù partecipativa – a detrimento, come si intuisce, dell’immaginazione e dell’invenzione. E, per giunta, viene a deprimersi la differenza tra scrittura testimoniale (tenuta all’oggettività storica) e scrittura finzionale (la cui oggettività è prettamente allegorica).
I seminari di “Critica della narrativa” non potevano evitare di fare i conti con un testo recente eletto a rappresentante del genere autobiografico e la scelta è caduta su Gli anni di Annie Ernaux (Les années, 2008; in traduzione italiana, 2015). Un testo che si situa chiaramente nell’autobiografia, ma che presenta alcuni procedimenti inusuali, in quanto se da un lato non nasconde mai la coincidenza del personaggio principale con l’autrice,  dall’altro lato, però, prende le distanze con uno stile particolare che predilige l’impersonale (“on” nell’originale francese). Una scelta piuttosto originale e, si potrebbe dire, sperimentale.
Per seguire il seminario si può accedere da questo link:

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Tornare a scuola a Francoforte

Triste è lo stato attuale della politica, ridotta a mera gestione o alla mossa furbesca limitata nel linguaggio alla propaganda o al bla-bla confuso della compagnia di giro dei talk-show; e non meno triste è la letteratura, ridotta a successi annunciati e in rapida obsolescenza, tra presunte enfatiche bellezze emozionanti e moralistici predicozzi, quando va bene. In questa situazione, la cosa migliore mi pare tornare a studiare. E tornare a riflettere su quei nodi che, in un passato non poi così lontano quanto sembra, sono stati affrontati per arrivare al cuore del problema.
Personalmente ho provato a farlo con Brecht, Benjamin e il marxismo critico, e anche Adorno e Marcuse son stati della partita. Ecco allora a disposizione, per riprendere a rifletterci, il libro su La Scuola di Francoforte (editore Carocci), scritto da Stefano Petrucciani. Un libro molto utile, perché Petrucciani ha ricavato, dalla frequentazione con questo dibattito, due indubbie doti: la chiarezza espositiva e argomentativa, che non si ammanta in neologismi astrusi né accetta scorciatoie misticheggianti, la prima; la seconda è che non si astiene mai dal discutere con i propri oggetti di studio come se se li trovasse davanti, e ciò significa una resa di volta in volta attuale dei temi affrontati. Continua a leggere Tornare a scuola a Francoforte

25 del 2005!

In occasione di un 25 aprile particolarmente sensibile come quello odierno, pubblico un mio testo scritto in occasione di un altro 25 aprile altrettanto sensibile, quello del 2005, durante il secondo governo  Berlusconi e della “Casa delle libertà”. Lo lessi allora con la collaborazione vocale e strumentale di Antonio Amendola al Teatro Agorà ed è rimasto poi inedito.

25 aprile

Libertà va cercando: era sì cara
a basso prezzo adesso è rivenduta.
A sciacquarsela in bocca fanno a gara
e quando più non serve la si sputa:
può voler dire quello oppure questo
a seconda che dà o non dà vantaggio
a uno che comanda ed immodesto
vuole adornare il suo costante oltraggio
di simbolico lume: e la parola
di qua di là di su di giù si mette
a perdita di senso e si fa fola
materiale adatto a barzellette. Continua a leggere 25 del 2005!

I seminari della LUNA: “L’incanto del lotto 49” di Thomas Pynchon

Ai nostri seminari di “Critica della narrativa” necessitava prendere in considerazione un romanzo caratteristico del periodo postmoderno: la scelta è caduta su L’incanto del lotto 49 di Thomas Pynchon. Sarebbero stati adatti anche altri autori e autrici sempre nell’area americana, ma Pynchon è sembrato il più rappresentativo; solo che i suoi romanzi risultavano troppo estesi (sono romanzi-fiume, romanzi-mostro) e il più contenuto era proprio uno dei primi, il Lotto, per l’appunto. Il testo è datato 1966 e questo dimostra che il postmoderno americano è stato ben in anticipo rispetto a quello nostrano, databile al 1980 de Il nome della rosa, mentre negli anni Sessanta era attivo il romanzo sperimentale del Gruppo 63.
Malgrado le dimensioni ridotte, l’analisi del testo ha avuto pur tuttavia il suo da fare per contenere i mille rivoli della narrazione, anche solo a voler stabilire di cosa parla il romanzo: una vendita all’asta? un servizio postale alternativo? curiose emissioni di francobolli e timbri con refusi? una società segreta che attraversa il corso della storia? un caso di paranoia? una burla riuscita? Tanto è spinto il pedale della digressione che del “lotto 49” del titolo si parla solo nella pagine conclusive… Mentre lungo tutto il testo realtà, storia, finzione e delirio s’intrecciano inestricabilmente.
Il seminario si può ascoltare a questo link:

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Žižek e i paradossi della libertà

Tra le star internazionali della teoria, Slavoj Žižek è uno dei più prolifici, tanto da rendere difficile seguirlo in tutte le sue performance – e anche, non ultimo, trovargli posto in libreria dalla parti della lettera “Z” che ha ormai riempita… È anche uno dei più estrosi: vitando ormai l’andamento trattatistico in odio alla sistematicità, il territorio del saggio – già di per sé genere di confine – viene ulteriormente virato verso zone impreviste, per cui accanto ai giganti filosofici può spuntare, ugualmente probatorio, un film di ultima generazione. Una saggistica Pop, uno stato argomentativo davvero fluido pieno di variazioni e digressioni, piacevole da seguire ma scomodo da riassumere, anche a conoscerne i presupposti (Hegel, Lacan fra tutti), hai voglia a ritornare sui suoi passi, ma non se ne rintraccia l’affermazione univoca.
Un suo lavoro recente – non dico l’ultimo pubblicato in Italia, perché magari nel frattempo… – è questo sulla libertà, intitolato Libertà, una malattia incurabile, edito da Ponte alle Grazie con l’accurata traduzione del poeta e scrittore Vincenzo Ostuni. Continua a leggere Žižek e i paradossi della libertà