Abbiamo cominciato insieme, all’inizio degli anni ’70 del Novecento. Io e Giorgio Patrizi eravamo freschi di laurea e ci trovammo in un nutrito gruppo che Walter Pedullà aveva riunito con l’intento di fare una rivista con i giovani. Molti abbandonarono via via e restammo in pochi a proseguire il progetto autonomamente: furono i “Quaderni di critica” (titolo brechtiano e non crociano, si badi). Le nuove avanguardie erano appena trascorse e c’era la spinta propulsiva del Sessantotto. La nostra idea di tenere insieme sperimentazione linguistica e impegno politico era comunque abbastanza rara a quei tempi (1973: cinquant’anni fa esatti) e ci aiutava a portarla avanti il pensiero eterodosso di un altro Walter, Benjamin, appena allora conosciuto. Eravamo assertori del lavoro collettivo, convinti che solo nel confronto e nello scambio si potesse produrre davvero. In quel numero “in attesa di autorizzazione” Giorgio si occupò di Balestrini andando a indagare con molta precisione i meccanismi poetici nella correlazione delle forme e dei materiali, dei significanti e dei significati, della logica interna e del senso politico.
Sempre solidale e collaborativo nelle occasioni comuni che si sono date successivamente, Giorgio ha proseguito un suo percorso individuale oltremodo significativo, che costituisce una fondamentale lezione di critica. E ha saputo tenere insieme la competenza accademica (soprattutto sul Cinquecento) con l’intervento militante interessato alla letteratura in corso. Come pure sempre dialettica è stata, nel suo impianto saggistico, l’interrelazione della teoria con l’analisi. Una critica dunque mai estemporanea o impressionistica, ma nutrita costantemente dalla consapevolezza metodologica, a volte proprio collocata in sede premessa generale avanti all’approfondimento particolare, ad esempio nel libretto sull’umorismo pirandelliano (per la collana “i nodi” della Lithos) aperto da un saggio sulle teorie del comico; o anche le ricerche di Prose contro il romanzo (Liguori) che vengono precedute preliminarmente dall’attraversamento delle teorie narrative del giovane Lukács, di Bachtin e di Ricœur, per andare poi a verificare nel concreto dei narratori novecenteschi le tendenze anomale e divergenti, «la spinta inequivocabile ad un risentimento verso tutti i linguaggi e i modelli che ostacolino l’espressività, la riflessività, la tensione euristica della pagina».
Critica consapevole in favore di una letteratura consapevole. Il che ha permesso a Giorgio di essere il principale esegeta di Edoardo Cacciatore, poeta e prosatore denso di pensiero, uno degli autori più ardui che si conoscano. E di trovare in Gadda il miglior modello di un rapporto con il passato che venga investito dalle esigenze polemiche del presente. Gadda era stato da subito un interesse privilegiato dei “Quaderni di critica” (L’alternativa letteraria del ’900: Gadda è del 1975); Giorgio ha continuato a studiarlo nel tempo per comporre infine la sua magistrale monografia, uscita nel 2014 (Salerno editrice). Perché Gadda? Non solo perché è un autore che nel suo uso dei classici sollecita la competenza dell’italianista; più in generale è lo “spessore della parola” nella lingua gaddiana a costituire l’incentivo per il commento:
La prospettiva gaddiana si costruisce in una evidente tensione al riconoscimento di uno spessore della parola, secondo quell’attenzione che ha sempre caratterizzato l’approccio dello scrittore alla riflessione e alle scelte lessicali. Uno spessore che si costruisce come “memoria” della parola, in senso storico-linguistico ed espressivo.
Ma nello stesso tempo il rilevamento filologico-stilistico si apre alla considerazione della portata contestativa dei procedimenti verbali e quindi della politicità intrinseca di un autore apparentemente conservatore. Non senza un attento uso di suggestioni psicoanalitiche:
Il segno consunto della comunicazione quotidiana o letteraria si offre come matrice di sicuro effetto straniante. Si libera di responsabilità enunciative riconduce l’effusione sentimentale a una letterarietà obbligata, per di più non estranea all’ironia. Si direbbe quasi l’inaugurazione dei laboratori sperimentali, con il gioco parodico dei linguaggi stereotipati. I codici convenzionali sono adibiti a un volontario disinnescamento dell’elan emotivo, ma un disinnescamento che pure lasci trapelare la tensione che permane dietro a esso.
E il libro più originale di tutto il suo percorso è forse (ma è sempre opinabile stilare una simile classifica) Narrare l’immagine (Donzelli 2000). In fondo si tratta di un’estensione di quelle tendenze iniziali che dicevo: eravamo partiti da Walter Benjamin, soprattutto colpiti dalla sua ripresa e modernizzazione di un’anticaglia come l’allegoria. Ed ecco che qui Giorgio allarga il discorso della figuralità allegorica scavando nel rapporto inconciliato tra parola e immagine, ovvero tra rappresentazione e narrazione. E configurando un percorso che viene da lontano, parte da Poussin e prima ancora da Sant’Asterio vescovo di Amasia per giungere a Roberto Longhi e poi a Emilio Villa e alla poesia visiva, rasentando la critica d’arte e frequentando l’esercizio dell’ecfrasi, tenendo costantemente in vista i bordi una contraddizione “irriducibile”. Il punto di arrivo è l’arte moderna:
È dalla fine del XIX secolo, quando l’arte moderna sancirà la rinuncia alla semantica e alla denotazione del «rispecchiamento», che l’immagine si rivela nella sua radicale autonomia e alterità, e la sua traducibilità nella parola si enfatizza come un procedimento di grande complessità.
Che poi tutto ciò contiene la sfida dell’irrazionale al razionale, della quale anche il discorso critico ha da tenere lucidamente conto, non essendo altro, in fondo, anche nel caso dei testi verbali, che la traduzione in termini lineari delle figure polisense dell’arte.
Giorgio Patrizi ci ha lasciati il 1° settembre. È stato una persona sempre disponibile e gentile, uno studioso e docente stimatissimo, un intellettuale aggiornato e curioso, un raffinato intenditore di cose letterarie, un critico acuto e rigoroso, un carissimo amico.
05/09/2023
Caro Francesco, Giorgio Patrizi io non l’ho conosciuto, da vicino! L’ho incrociato in una mia discesa nella Capitale, per un qualche convegno di Poesia. Ascoltandolo nei suoi interventi, (anche via web), mi sono sentita in sintonia con lui. Ma non posso dirmi un’amica… Tu adesso mi hai fatto capire di aver perso una grande occasione. Per l’Uomo e per l’Intellettuale! Mi dispiace molto. Sarò vicina a tutti voi in questo momento. Un abbraccio, Antonella
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