Va bene che tutto è già stato fatto e non ci resta che la riscrittura, ma riscrittura come? Può essere soltanto un modo per sdoganare modelli stantii e male imitati, oppure può contenere perfino aspetti polemici. Cristiano Spila nei suoi racconti raccolti sotto il titolo I baffi di Gadda e altri malinconici oggetti (Avagliano editore), ha deciso di passare attraverso le figure degli autori: non proprio pastiches, allora, ma reinvenzioni biografiche che colgono i nuclei portanti dell’autore-personaggio. Si va da Stevenson a Poe e Melville, da Borges a Gadda, e c’è pure un inedito carteggio tra Benjamin e Bloch a proposito di un incontro mancato con Kafka. Sono tutti rappresentanti della grande letteratura otto-novecentesca e l’autore che li ricrea e li fa rivivere non può che ricorrere, per ognuno di loro, alla cifra del Grande Stile: ampia architettura dei periodi, ritmo, lessico ben variato, spunti raffinati, ironia intelligente.
Come suggerisce il sottotitolo, c’è qualcosa di malinconico in questi “oggetti” letterari e non solo perché, come scrive Spila, «la malinconia è sicuramente un argomento quanto mai interessante per un racconto» ed «è una malattia costitutiva dell’uomo perché legata alla sua materialità, alla sua creaturalità»; la malinconia è d’obbligo proprio perché quelle grandi scritture oggi sono ormai al tramonto, forse già tramontate nell’epoca dei tweet e dei messaggini. Non per niente in tutti i ritratti, chi più chi meno, soffia aria di crisi. Lo scrittore è sempre un insoddisfatto, un indeciso, come Stevenson («sentì sempre di far parte della schiera degli scrittori indecisi, e non gli capitò mai di essere contento dei romanzi che scriveva o della cose che leggeva»), è come un naufrago solitario che scrive messaggi in bottiglia destinati a tutti e a nessuno, «parole vergate col nero delle seppie, dell’inchiostro, del sangue».
Il Grande Stile ha un po’ della patologia, un po’ dell’inutile dispendio, qualcosa della clausura monacale. Anche fisicamente gli autori si distinguono per qualche stranezza e i volti sono nascosti dietro le appendici pilifere: la barba di Melville («le barbe degli anacoreti più penitenti sarebbero apparse laiche e sobrie, confrontate con la barba che aveva addosso») e soprattutto i baffi, di Gadda e di Pessoa:
Certo, se un uomo ha – poniamo – dei baffi, sappiamo, o crediamo di sapere, chi è quell’uomo. E in quello stesso istante però quell’uomo comincia a esserlo di meno, perché l’abbiamo riconosciuto e soffriamo per lui, e allora non è più il tipo di uomo a cui stiamo pensando, e arriviamo a provare nei suoi confronti un oscuro senso di paura, forse proprio a causa di quei baffi, perché non ha il coraggio di farsi vedere in volto ma si nasconde sotto quegli strani paraventi pelosi. E così, davanti a questa fotografia, siamo costretti a subire in silenzio e con suprema dignità il nostro autentico turbamento di fronte ai baffi.
I baffi sono un segno di signorilità all’antica, ma la loro funzione di copertura li fa parte delle strategie di sparizione che accompagnano invariabilmente le grandi scritture. Sono anche, se vogliamo, un indice del gusto: non sono forse queste scritture da leccarsi i baffi?
Il nume tutelare di questi racconti di Spila, più ancora del Gadda eponimo, è il trasformista Pessoa, maestro nel crearsi degli autori-personaggi («Non gli andava di essere una sola persona, essere solo lui, e basta»). Pessoa è il modello dell’autore disperso negli alter-ego, che non sa scrivere se non s’inventa una diversa identità: «Pessoa – scrive Spila – era diventato definitivamente l’Omonimo. La metamorfosi era avvenuta; e se pensava ancora a lui come ad un semplice omonimo era solo perché ogni omonimo pensa a se stesso come un uomo chiuso nel cristallo bian¬co di una lastra di vetro scuro». L’alterità è una tentazione cui non resiste nemmeno l’autore di questo libro, quando si autocita in esergo nei panni di Piso von Spilämberg…
Abbiamo allora una letteratura che si specchia nella letteratura stessa? Sì, ma attenzione: perché proprio nel momento in cui si ripiega sulla propria immagine trascorsa, si riduce in isolamento volontario (la realtà s’arrangi) e diventa una pura ossessione non protetta da alcun provento utilitario e da alcuna prospettiva di notorietà, ecco allora che l’assoluta maestria dello stile confina inopinatamente con la nullità. È quanto emerge dal racconto più esplicito della raccolta, che è quello dello scriba intento a raccogliere altri autori dimenticati per compilare una Storia dell’oblio:
Lì, nella sua stanza-cambusa, non aveva notizie del mondo, nessuna confusione mentale, la vita era una piccola macchia scura, il suo occhio a poco a poco diventava un pozzo d’acqua nera dentro al quale scomparivano tutte le cose: e si tramutavano in fango, in cupo liquido, in niente; come se a questo niente, a questo naufragio d’inchiostro, avesse da sempre aspirato (…) lui, ormai, non poteva tornare al tempo di prima; solamente per caso, forse, durante qualche sogno, e soprattutto non adesso che quelle storie arrivate dal nulla sembravano incrostarsi sul fondo melmoso del pozzo che era dentro di lui…
«Scriveva e riscriveva, ma a che pro?». E termina così: «Chissà se non sia lo scrivere dei libri, si chiedeva, se non sia questo il modo più sicuro di farsi dimenticare e sparire dalla memoria». Un progetto di sparizione, quindi, e una riscrittura a fondo polemico che fa giocare il “saper scrivere bene” come protesta delle “facoltà sprecate” dal sistema mercantile: e ne fa valutare con mano il livello raggiunto di degrado.
22/07/2023
Caffè, questo pezzo (bello), le ‘appendici pilifere’ degli scrittori (ho finito i rasoi, pensavo ieri)
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