Nughette, il portento del frammento

Ha qualcosa che non va il romanzo contemporaneo italiano. Non è soltanto l’assenza endemica dello stile (che Luigi Matt, con pazienza certosina, ci ha mostrato non essere poi così totale e ha aggiunto che anche il “senza stile” è uno stile…) o i tempi brevi della produzione stagionale che spinge a mettere in campo effimeri successi; più in generale si può ipotizzare che il romanzo soffra di essere rimasto l’unico genere letterario riconosciuto dal mercato e da ciò che resta del cosiddetto “grande pubblico” e questa privilegiata solitudine lo ha portato a perdere ricerca e complessità, come succede ai tipi troppo egocentrici.
Di ricerca s’intende Renato Barilli che, nelle iniziative di “RicercaBo” ha presentato le Nughette e le ha anche introdotte su cartaceo, compresa la recente edizione complessiva uscita nella veste raffinata delle edizioni ae (affinità elettive) di Valentina Conti. Dimenticavo l’autore: l’autore, nonché inventore del genere “nughetta” è Leonardo Canella, pittore e critico d’arte. E le “nughette” cosa sono? Il termine deriva dal classico nugae, inezie, cose di poco conto. Trattasi di prose brevi, neanche una pagina e mai oltre. Ed ecco che la narrazione, impantanata nel banale quando pretende la forma grande e sostenuta del romanzo, sembra recuperare una insolita vitalità. Portento del frammento!

Già, perché la scena sarebbe la stessa di tanto romanzo odierno di taglio “giovanile” o di tanta “sit com”, cioè la vita quotidiana tra il frigo e il divano di uno scioperato spiritoso e della sua congrega, che poi vuol dire muoversi nel presente del mercato, costellato dalle sue sigle (Ikea, Despar, ecc.). La nughetta stessa fa pensare alla Nutella. Ma subito ci si accorge di uno straniamento: il mondo del presente è filtrato da una prospettiva ingenua, di infantilismo alla Gombrowicz, tendente a forare il muro di gomma del consumo. Per di più, il “patto autobiografico” che dovrebbe garantire l’autenticità dell’esperienza e il suo valore testimoniale, viene disdetto dalla mossa ironica di spostare l’io dell’autore nella terza persona, chiamandolo per cognome Canella, oppure il “mitico Leo”, evidenziando che l’io è un personaggio, una costruzione. Così come appaiono usciti da un fumetto i circonvicini, a partire dalla dedicataria Polly, compagna piuttosto critica, e poi tutti i vari quasi-sinonimi (Danny, Dalmy, Demy, Deldy, Dilby, Dirby, Dalghy, Dany, Daly, Dimby, Dulby – e vari altri: ma mi sono stancato di inventariare…) che affollano la pagina, di nughetta in nughetta.
Per diverse vie si scantona dal rischio del mimetismo sociologico. Intanto va rilevato che, pur essendo una forma di narrazione, la nughetta predilige il presente, la sua brevità coincide con l’istantaneità. E poi, importante è il linguaggio. Mentre il romanzo odierno appare sempre più semplificato (dall’editing o anche da autocensure preventive), la nughetta si carica dell’eredità “sperimentale” del linguaggio basso (Sanguineti, presente anche nell’immagine in copertina; ma, se l’orecchio non m’inganna, anche il primo Celati) e gioca con il corpo della parola, producendo invenzioni derivative e aggiunzioni di termini composti anche lunghissimi del tipo «metalmeccanicoAnnisettanta». Soprattutto si fa notare la funzione costruttiva della ripetizione, un ritrovato stilistico che avvicina alla sintassi della poesia. A questo punto è necessario un esempio (da cui si vede anche un altro tratto costante: l’attacco in minuscola):

hai il sedere che si vede fuori mitico Elly. Sulla sedia, al bar. PENSI. E pensi tutto il pomeriggio. Sulla sedia, al bar. Il mare, le donne… E io ti guardo mitico Elly. Col sedere che si vede fuori. Che pensi. E penso allora che per pensare bisogna avere il sedere che si vede fuori, mitico Elly. Non so. E se leggo che oggi la letteratura è finita dal 1980 penso che chi lo pensa non c’aveva il sedere che si vede fuori, non so. E io e te invece ce l’abbiamo il sedere che si vede fuori, mitico Elly. Al bar. E pensiamo il mare, le donne, la letteratura…

Se le nugae erano già di basso rango, figurarsi l’ulteriore diminutivo delle nughette! Parodia e abbassamento saranno allora nelle corde e pronto il livello della metascrittura a diffondere autoironia. Prima o poi si doveva trovare una “metanughetta”, e infatti eccola qui:

c’è metateatro quando l’autore interviene e toglie il velo della finzione. Teatro nudo, insomma. Io ho tolto il velo a questa nughetta, la 72, e ne ho fatto una metanughetta. Nuda pure lei. Colpa di Valentina (che è Valentina Conti). Valentina per tre volte mi ha scritto guarda che nella bozza manca la nughetta 72. Panico! Riunione d’urgenza: la mia grande amica la poetessa Lalla, Denny Puzzone, la Silly sclerata, la Polly tettinedorate che rompe. Ed io, in cerchio in cucina. Ma è stato Bubu migrante stecchito alla televisione a darmi un aiuto. Mitico Leo, mi ha detto, la nughetta 72 te la do io!, che l’ha tirata fuori da una lattina di coca incastrata nello sterno. Eccola!

E arrivo al punto più importante: la deviazione surrealista. Confortata anche dai disegni che costellano la raccolta, orientati secondo il modello Mirò, La forma breve di Canella esce fuori dalla piatta quotidianità mediante lo scarto onirico. La vena surreale soprintende alla circolazione dell’eros (nughette fa rima con tette e spesso si trovano epiteti quasi-omerici come qui sopra «tettinedorate») e si fa notare anche in vari finali indicanti felicità o approdo al paradiso utopico. Senza però eludere il surrealismo della crudeltà:

il tepore dell’acqua mista a sangue e tu immerso nella vasca. Chissà che bel calduccio, ho pensato, sangue che ti scalda fuori dalla pelle slabbrata. Canella dice che è stato lui a ucciderti per sentire il calduccio dell’acqua mista a sangue. Sulla pelle. Prima che ti raffreddi, prima che ti portino via. Perché sei entrato? mi hai detto. Ma non so se mi hai capito.

Dopo tutto la forma frammento possiede già una sua cattiveria costitutiva nell’interruzione che le è propria e non consente la formazione del simil-mondo (la lifelikeness, direbbe Eagleton) che può cambiare liberamente da un pezzo all’altro.
Insomma, inventare un genere non è da tutti. E la nughetta ha già un seguito di sostenitori, come si vede dalla raccolta di contributi critici posta in accompagno nell’ultima parte del libro.

1 commento su “Nughette, il portento del frammento”

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