Lamberto Pignotti interviene su rivista e mostra dello Studio Varroni

Ricevo e pubblico volentieri un contributo di Lamberto Pignotti su una nuova rivista e una nuova mostra dello Studio Varroni.

Ritratti di autoritratti

Anno 1, numero 1, 1 gennaio 2021, “Senza titolo”, “Ritratti di autoritratti”, Immagini e Parole, rivista semestrale. Ideazione, progetto grafico e impaginazione di Piero Varroni… È il primo numero di una ponderosa rivista (cm. 33×25) di carta patinata? È una antologia di autori che si esprimono eterograficamente per «immagini e parole»? È il catalogo di un raffinato collezionista di opere eccentriche?
Macché… È una pubblicazione che scompiglia i riflessi condizionati del lettore abituale. «Ritratti e autoritratti, nel tema di questo numero – fa dire Piero Varroni in terza persona – sono gli estremi di un racconto: da una parte gli autori ai quali si è chiesto di rappresentare se stessi, mediante immagini e testi in cui maggiormente si riconoscono, per descriversi come artisti poeti e scrittori; dall’altra la rappresentazione-ritratto, concentrata in quattro pagine per ognuno, ottenuta con il materiale ricevuto, ricomponendo alcune tessere, a volte stravolgendo le priorità per crearne delle nuove, svelando lati ignoti all’autore stesso, lavorando sulle consonanze e sulle divergenze: una riscrittura con nuove prospettive di senso, provando a esplorare l’inesplorato, a togliere i vincoli dell’autoreferenzialità all’autoritratto e renderlo narrativo, conferendogli concettualmente le fattezze del ritratto. Il florilegio è qui, affidato alla carta della rivista, sotto i vostri occhi». Gli autori coinvolti in questo ricercato gioco di rispecchiamenti, in questa spericolata mise en abîme, sono J. M. Calleja, Gea Casolari, Klaus Dencker, Elmerindo Fiore, Giovanni Fontana, Anna Guillot, Lamberto Pignotti, Franca Rovigatti, Carlo Sperduti, Sergio Zuccaro.

Nelle quattro pagine i singoli autori, i cui nomi vengono accostati alle immagini di annose solenni cornici, parlano e vengono fatti parlare tra enigmatiche biografie e mitologiche apparizioni. Ne viene fuori una singolare storia corale, una nuova rivista, che ha dietro di sé un passato, una nuova rivista d’artista, «Senza titolo», ma che riprende e prosegue, in altra veste, la più artigianale “Rivista d’artista” (1999 – 2015), stampata in 99 copie, di cui sono usciti 10 numeri tematici. Inoltre si aggiunge una terza rivista dal formato a Leporello chiamata “RivistaFoglio” – è in uscita il numero 6 – monografica su un singolo autore (tranne il numero 2), autori storicizzati che hanno portato il linguaggio della poesia lineare verso un’esperienza totalizzante che comunemente va sotto il nome di poesia visiva.
Sotto il nome di poesia visiva, nella costellazione delle scritture verbovisive, riviste del genere possono considerarsi alla stregua del libro d’artista, fatta salva l’ambiguità del concetto: più frequentemente è preferibile definirlo “libro-opera”, ma con qualche distinzione. Nel caso in oggetto si tratta di una “rivista-opera” di un artista che desidera evidenziare la relatività del proprio operare con l’operare di altri. Lo strumento storicamente più indicato – rimanendo nell’ambito di un mezzo «tradizionale» e per giunta cartaceo, per amore della tradizione, è la rivista, o “revue” o “review” – che ci fa ri-vedere altri punti di vista; che mette a confronto, e che, nello stesso tempo allargando il campo, concentra la visione. Ovviamente “Senza titolo” è concepita da Varroni come una rivista completamente diversa: non potrà essere «da barricata», considerando l’aspetto militante che ha sempre caratterizzato le riviste d’avanguardia. L’aura di “artisticità” dà alla rivista in questione una atemporalità differente, una durata che va oltre la fruibilità immediata. Tant’è che la sua destinazione, segretamente sperata da ogni autore di simili manufatti, è quella dell’amatore collezionista. Quando si tratta di libri-opera non possiamo non ricordare analoghe forme di affezione rivolte a certi preziosi codici miniati realizzati da abili amanuensi a partire dalla seconda metà del tredicesimo secolo: i libri d’ore. Concepiti come gaudiosa spirituale pacificazione individuale quotidiana… Sì, una certa liturgia persiste tuttora intorno al libro d’artista… Non bisognerebbe percepirle come troppo strane certe parentele temporali; anzi talora non c’è nulla di più attuale del passato remoto.
Spesso è proprio l’uggia della consecutio temporum che può farci simpatizzare con l’accostamento e la sovrapposizione di epoche diverse. Mi sto da un certo tempo interessando al problema del rapporto tra segno visivo e segno letterario sulla scia di Giulio Carlo Argan perché indubbiamente fra essi ci sono dei rapporti molto precisi che sono dimostrati anche in tempi antichi. Argan era portato a porre l’attenzione, almeno indiretta, a certe strutture linguistiche quando parlava ad esempio del significato di particolari aspetti della poesia visiva come “narrativa segnica non verbalizzata”. Evidentemente in questo senso dire “narrativa segnica” significa stabilire un rapporto con la semiologia, visto che per l’immagine non si può ricorrere a un codice forte come per la parola. Argan sottolineava in proposito che in una certa tradizione artistica antica, come in qualche polittico, si raccontava correntemente per immagini la vita di Cristo o di qualche santo, ricorrendo talora a elementi scritti con cartigli o veri e propri fumetti.
Anche la poesia visiva ha ripreso a suo modo questa tradizione d’interazione fra parola e immagine, però questa tradizione essa la ha innestata sul discorso della comunicazione di oggi: i media attuali usano quotidianamente l’interazione parola-immagine. Il punto è che si tratta di far compiere ben altre funzioni a tale linguaggio d’interazione e che va appunto riportata l’estetica a una linguistica intersegnica, a una semiologia, come diceva appunto in un suo scritto Argan proprio a proposito della poesia visiva. Aggiungeva allora “che era il problema del giorno. Non una moda, bensì la convergenza di molte ricerche tra le più serie; non una moda effimera quindi, ma un problema linguistico, segnico”. Il problema del giorno di allora appare presentarsi, con vari segnali, come il problema del giorno di oggi…
È sulla convergenza di varie ricerche e sullo sfondo di una attualizzata “narrativa segnica” che Piero Varroni ha ideato e realizzato la successione di questi singolari “Ritratti”. Concretizzare autonomamente una pubblicazione ideata per accogliere voci molteplici rappresenta una consapevole sfida solitaria compatibile e rapportabile col gruppo di dieci artisti prescelti. Quello che qui più stimola la curiosità è la volontà di mettere in opera l’azione di più forze, le diversità, le contraddizioni creative, per confluire verso una realizzazione accurata che Varroni concepisce “come dono che trascende le regole di mercato, diventando depositario di altre regole e di altre esperienze in una pluralità di voci; una polifonia con più autori, una eteronimia effettiva ed affettiva. Idealmente un autoritratto.
Sfogliando le pagine di questo complesso progettuale, di questi “attraversamenti”, di queste “rifrazioni multiple” – così li definisce a margine un’autrice qui coinvolta, Franca Rovigatti – stupisce come Piero Varroni riesca a mettersi in gioco, a sfidare se stesso, invitando autori in cui variamente si riconosce – come artisti della parola e dell’immagine, e insieme come amici frequentati per affettuosa corrispondenza – a mettersi in gioco, a sfidare se stessi, inviandogli delle personali tessere in vista di un prospettico mosaico adatte a un fantasioso autoritratto, a un singolare identikit i cui estremi tendono a stimolare e sorprendere anche gli autori coinvolti nel complesso gioco di richiami.
Stupisce ancora come siffatto complesso gioco di richiami sia avviato esplicitamente come un figurativo canovaccio, come una meta-narrazione proposta attraverso l’uso reinventato del “selfie”, come un tratteggiato racconto che fa intravedere indefinite valenze aperte fra l’autore e i co-autori. Se con una modica dose di speranza si dice che il buon dì si vede dal mattino, questo numero 1 di “Senza titolo” fa presagire ancora, lavorando come Varroni scrive «sulle consonanze e sulle divergenze», che le valenze aperte che lui fa qui intravedere fra autore e co-autori possano spalancarsi…
“Senza titolo” è già un titolo, anzi è il titolo dei titoli… res nullius, terra di nessuno, quindi di tutti… tolta una maschera ne appare un’altra in un progressivo svelamento, l’arte per clonazione genera se stessa. È un gioco di specchi, spesso capovolti che rimandano una personalità enigmatica tutta da decifrare, un labirinto che si avvita su se stesso”: è una nota di Sergio Zuccaro, un altro degli autori coinvolti in questo gioco di specchi, che appare affissa in questi giorni all’entrata dello Studio Varroni dove è in corso una sua “gremita” personale intitolata “Tutto in una stanza – duemila venti – selezioni di lavori di un anno”.
Se in “Senza titolo”, Varroni brillava con evidente preterizione per la sua assenza, qui, giocando agevolmente sul rimando da un testo a un contesto, si fa decisamente largo prendendosi “Una stanza tutta per sé”, evocando il titolo di un saggio di Virginia Woolf, in parallelo con la rivendicazione dell’autrice e delle donne, di essere ammesse ad una cultura che fino a quel momento in Inghilterra era esclusivo appannaggio maschile. Trasferendo la problematica dal genere al potere, possiamo intuire tra le righe, nei progetti, nelle scelte e nel percorso fin qui fatto da Piero Varroni – soprattutto dall’ apertura del suo studio – Eos Libri d’artista-Associazione culturale – una critica continuata al “Sistema dell’arte” o meglio all’ Art System, per dirla nella lingua dominante. Per altro l’autore vuole qui evidenziare una personale sintonia concettuale con Marcel Broodtaers, poeta e artista concettuale belga che ha operato a cavallo degli anni ’60 e ’70: attento ai rapporti fra arte e linguaggio, allo specifico status dell’opera, mosse una precisa critica al ruolo del museo tradizionale creando nel proprio studio il “Musée d’art moderne – Département des Aigles”, nel 1968, in un gioco tra realtà e finzione.
La mostra in questione ha come sottotitolo “Duemilaventi, selezione di lavori in un anno”, ed è tutto in questa frase che si dipana il filo che lega la contingenza destinata a restare nella storia – pandemia del 2020 – ai molteplici progetti destinati a rimanere nel presente in una stanza, ideati e in parte realizzati durante il confinamento. E che, dal sostantivo «selezione» fa intuire che in quella stanza – così piena di lavori, differenti l’uno dagli altri, ma appartenenti allo stesso ceppo – vi è un percorso “a più direzioni” che ci conduce sì in avanti ma ci informa che dietro ci sono anni di lavoro certosino, variegato e corale, che si fregia dell’uso di materiali tradizionali quali la carta, sia nei lavori singoli che nei progetti editoriali di libri d’artista e riviste, posizionati ora in una grande bacheca-contenitore. A tal proposito Mario Diacono ha scritto: “La tua retrospettiva di un anno sembra contenere dieci anni di lavoro. È una sorta di Decamerone visuale in cui l’immagine trova cento modi diversi per raccontarsi”. È fuor di dubbio che Piero Varroni fra “Ritratti di Autoritratti” e una retrospettiva, “tutta in una stanza”, sappia perfettamente raffigurarsi e raccontarsi.

14/05/2021

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