Gaetano Testa, il diario disidillico

Gaetano Testa ha iniziato la sua attività di prosatore nella Scuola di Palermo con Di Marco e Perriera e poi nel Gruppo 63: il suo romanzo, 5 (particolare anche nel titolo costituito da un numero) fa parte con pieno merito della stagione del romanzo sperimentale, anche se ancora attende adeguata sistemazione nei consuntivi della neoavanguardia. Testa ha poi proseguito con costanza le operazioni di una scrittura sempre anomala, in particolare con le sue edizioni di Perap (per approssimazione). Con questa sigla è uscito quest’anno il volume dal titolo al balcone sognando.
Si tratta di una sorta di diario, i cui brevi brani hanno a volte indicazione del giorno, più spesso del mese o del periodo, oppure titoli diversi. La forma-diario supporta. evidentemente, il tentativo di avvicinarsi (appunto “per approssimazione”) alla vita e al suo accadere volubile e casuale, garantendo la forte frammentarietà del testo e la sua disseminazione e continua varietà di modi.

Infatti, quello che mi colpisce in questo testo è che l’io-personaggio appare, da un brano all’altro, sempre disponibile, aperto, verso le possibilità dell’evento, pronto addirittura a traferirsi nelle esperienze di altri. Si apre, appunto, una dialettica di adesione al mondo esterno (sempre però al di sotto di qualsiasi retorica dell’empatia o di retorica della solidarietà) e di attenzione al proprio mondo interno, compreso quel mediatore interno-esterno che è il corpo.
Su di un versante si attua una “politica dello sguardo”, sia dall’alto dell’appartamento condominiale (e del balcone che dà il titolo al libro), sia nella flânerie per le vie di una inedita Palermo, attraverso una percezione spaesata e perciò sempre straniante, ogni volta rinnovata del quotidiano, in un “guardarsi attorno” costantemente interrogativo: «io mi guardo sempre attorno ma non so mai che ‘attorno’ sia». Sull’altro versante entra in servizio la riflessione, un pensiero però che non si inserisce in travate costruzioni categoriali, ma si situa nella volatilità delle associazioni, delle minime reazioni; è quasi, si potrebbe dire, un sottopensiero che, per giunta, si morde la coda:

penso ho pensieri che fanno scomparire ciò che penso e se pensassi in dialetto? se pensassi in una lingua morta? se pensassi in un mitico idioma clandestino ricombinato? se pensassi in una bislunga maniera verticale cioè sopra io sotto il mio riflesso tagliata a metà dallo specchio della pozzanghera? 

In mezzo alle due prospettive sta il “dialogismo” degli incontri con le presenze amicali: uno scambio di battute spesso divagante, sconcertante e rasente l’assurdo:

“vieni qui”
viene gli indico il ciottolo
“guarda”
guarda a lungo dice
“che hai visto?”
“tu non vedi niente?”
“non vedo niente”
e allora io dico
“è scomparso”
e lui
“è assolutamente possibile ai miei lavoranti di questi tempi capita in continuazione e mi costa un’iradiddio a me per fortuna poco ma capita pure a me anche se poco”
dico
“forse dovremmo riderci sopra”
“sopraché?”

Non per nulla, tra gli interlocutori compare il guidoval coprotagonista di un’altra ottima prova, di poco precedente (dialoghi con guidoval, 2017); questa volta, guidoval è definito «l’imbuto dialogico attuale tra me e il mondo».
Da precisare che la “registrazione di eventi” contempla anche la soggettiva della metamorfosi visionaria, si potrebbe dire un “surrealismo del quotidiano”, che spiega il “sogno”, cui allude il titolo stesso. I fenomeni della natura vengono dipinti con tagli espressionistici:

nuvole nere viola grige con tratti di ventre fulvo corrono verso nordest
sottili lame di luce ghiacciata indicano sull’orizzonte una zona per me irraggiungibile

Inoltre, il contatto con la realtà può essere condito con quello che chiamerei il tocco disidillico. Con questa formula indico la creazione di un’immagine che si forma promettendo un contatto positivo con la natura, per rifiutarsi però alla retorica con un guizzo finale discordante. Così:

osservo le foglie delle piante sul balcone e vedo che se la godono da matte giugno proprio gli sta bene guardandole sono tentato di lasciarle senz’acqua

Questo tono che si sottrae a tutte le banalità culturali intesse l’intero diario. E vi si potrebbe connettere anche questa teoria del “salto”:

ma se spero se nutro un’illusione se immagino una possibilità ulteriore se insomma mi faccio prendere da un perché allora un salto anche piccolo modifica la struttura del programma in esecuzione nel senso che quando rimetto il piede a terra l’umore è già mutato e mi preme immediatamente ben altro da fare.

Il “salto anche piccolo” è quello scarto che continua a praticare lo scrittore che ha fatto l’avanguardia; e che è comunque tale da “modificare la struttura del programma”.
Infatti, si potrebbe dire, questo diario non è un diario. Perché pratica una scrittura di spessore che il diario normalmente non esige. Una scrittura nervosa (fatta di frasi brevi) e creativa (vedi soprattutto i composti); e che soprattutto ‒ come si sarà notato dagli esempi suesposti ‒ ha eliminato la punteggiatura e di conseguenza le maiuscole (anche dai nomi propri). Questa operazione, che Testa persegue qui con assoluto rigore, è un portato del livellamento paritario proprio dell’operazione sperimentale: tutti i fenomeni devono avere lo stesso valore (ed ecco, non a caso, la forma dell’elenco). E vi serpeggia sottotraccia l’etica della rivalutazione del minimo che va per approssimazione verso  al «microreticolo multidimensionale» della vita.

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