Lubrano si fa in tre per l’avanguardia!

Con Carmine Lubrano ho collaborato attivamente negli anni Novanta, all’epoca della Terza Ondata, quando abbiamo provato a rianimare la teoria e la pratica dell’avanguardia, contrastando la resa generale alla omologazione postmoderna. Della necessità dell’avanguardia resto convinto ancora oggi – come forse avranno capito i lettori di questo sito; –  perciò mi rallegro che anche l’amico Carmine vi insista e vi dedichi con rinnovate forze ben tre libri delle sue splendide edizioni di Terra del fuoco. Il libro del giorno, questa volta, si fa in tre. E tre volumi ben assortiti: nel primo, intitolato Sono le undici e quaranta di questo santo venerdì santo. Poesia in quarantena, Lubrano presenta suoi testi, versione aggiornata all’ultima emergenza della sua poesia plurilinguista, magmatica e fluviale; il secondo, intitolato Le ragioni dell’avanguardia: la poesia di Carmine Lubrano, è dedicato al percorso poetico dell’autore e raccoglie saggi critici, dai brani fondamentali di Filippo Bettini per la Terza Ondata, a un saggio attuale, molto acuto e approfondito di Paolo Allegrezza, e poi Roberta Moscarelli, Francesco Aprile, Annalucia Cudazzo e vari altri; il terzo, infine, con interventi creativi e critici, riapre il dibattito su un’altra (possibile) Avanguardia.

Quella di Lubrano è una sorta di poesia ininterrotta, un instancabile flusso creativo-erotico-politico-poetico sull’onda di versi preferibilmente lunghi e ritmati a concorrenza col rap, privi di punteggiatura e di pause, in cui vengono trascinati linguaggi diversi (la commistione con il dialetto, in primo luogo), livelli diversi, citazioni degli autori prediletti (spesso riprese con un processo di espansione), chiamate in causa dei suoi propinqui, insieme a svariati materiali.
In questo nuovo libro, in particolare, la Poesia in quarantena fa ovviamente punto sull’attualità del lockdown con tanto di data messa a titolo, 20/032020. Ma non si deve pensare a una corsa allo scoop per arrivare primo a scrivere un poema sul virus; il problema è invece specifico e, direi, stringente: infatti, come può scriversi questa poesia di grande movimento, questa poesia così estroversa e così “incontenibile”, così piena di slancio dionisiaco, come può sussistere nella chiusura e nel distanziamento sociale, nell’isolamento, sia pur dettato da opportune ragioni sanitarie? Ecco allora l’assoluta necessità di questo poema fatto di vari pezzi e tuttavia molto coerente nel suo insieme, dove il poeta stesso si dichiara “infetto”.
E avremo, intanto, un movimento di polemica verso i luoghi comuni che la situazione-pandemia ha indotto nelle comunicazioni di massa che hanno sguazzato nell’emergenza a forza di frasi fatte, tipo “andrà tutto bene”, “ne usciremo migliorati”, “nulla sarà più come prima”, i proclami di “guerra”, “gli italiani hanno capito” e via di questo passo. Lubrano non perde tempo per stigmatizzare l’infezione da banalità:

andrà tutto bene ci sarà una nuova pandemia
dopo la pandemia ci sarà il terremoto e l’alluvione
ci sarà l’eruzione le mille bolle blu il tutù
ci sarà la peste e gli appestati e continueremo
a morire per il cancro al polmone e perché
qualcuno avrà dimenticato di tirare lo sciacquone

Un altro movimento del testo è quello di parlare del presente proiettandosi sul futuro, in modo da non perdere la carica vitale («e faremo questo e quello / appena sarà passato faremo festa / e balli mascherati le mascherine colorate / con i pupazzetti disegnati per i bambini»).
Ma soprattutto, la poesia di Lubrano rivendica il proprio impulso quantunque e comunque. Lo si vede soprattutto nei versi ispirati a Emilio Villa, una vera colata surrealista con il battere ostinato di una scrittura che non vuole smettere. Un breve stralcio di questa verbigerazione che non trova limiti se non nell’ampiezza della pagina (e che posso riportare nel formato mobile della rete solo riproducendo con le barre gli accapo del libro):

l’informe primordiale seminale tra salamandre / cieche e dormienti in questo liquido tragitto ma tutto non / si può milanesi siamo sempre quelli nei quartieri / residenziali nella parte bianca della pagina allineate / e delicatamente pitturate nelle situazioni pericolose nello / stesso gesto vocale ora le probabili quattro stagioni nel / possesso di una qualità che offende pubblicamente le / istituzioni ottenere ciò che si vuole bussando alla ringhiera / parabole senza materia / le vanità verbali del pelo lungo e sottile

La poesia di Lubrano è decisamente una poesia del corpo: così corporea è l’insistenza della proiezione ritmica; altrettanto corporeo è l’indirizzo dell’enunciazione, rivolta sempre costantemente verso altri corpi, richiamo erotico che ne fa una poesia di contatto, per così dire, un autentico gesto verbale in cerca di corrispondenza (si veda in particolare il testo Cercasi poetessa poetessa cercasi). Nel periodo dell’«amore vietato», questo è lo spunto che maggiormente preme contro le barriere del “distanziamento”.

Aggiungo a margine che a me preme anche molto il libro sull’”avanguardia possibile” che riapre un dibattito apparentemente ormai sepolto. Ci sono gli interventi ancora di Paolo Allegrezza, Giovanni Fontana, Francesco Aprile, Gaetano delli Santi, Annalucia Cudazzo. Spunta pure, e mi fa molto piacere, tra i luoghi dell’avanguardia oggi, la schermata di “Critica integrale”. Quando il dibattito riparte non c’è che da festeggiare e partecipare.

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