Continuazioni non indispensabili

C’è in giro una gran voglia di sequel. Lo si vede dalla fortuna delle serie televisive e dal fatto che gli eroi della fiction non riescono mai a morire e vanno oltre gli stessi autori… Non si riesce a smettere (questo giro di frase non è casuale: c’è una somiglianza tra la fiction e la droga?). La cosa non è proprio nuova, basti pensare al romanzo d’appendice e ai racconti a puntate. E certamente è da mettere in conto al carattere principale della lettura ingenua che legge d’un fiato per vedere come va a finire (il nostro Calvino l’aveva ironizzata da par suo nel racconto-cornice di Se una notte d’inverno un viaggiatore). Che sia ora incentivata anche dalla tendenza delle nuove tecnologie all’affiliazione e alla fidelizzazione, può essere; di fatto, questa passione del serial reader per le continuazioni, non solo penalizza l’analisi testuale, in quanto a rigore non la si potrebbe mettere in atto prima che il testo sia del tutto finito, ma arriva a indurre a ripensamenti quegli autori che avevano lasciato il loro finale in sospeso.

È il caso di Margaret Atwood. Il suo Racconto dell’ancella (1985, edito in italiano da Ponte alle Grazie) era terminato nell’incertezza sul tentativo di fuga della protagonista Offred dall’orribile regime maschilista-teocratico di Gilead; adesso finalmente dopo un bel po’ di anni ‒ forse spinta dal successo della versione televisiva ‒ l’autrice si è decisa  a proporre il seguito, uscito con gran battage col titolo di I testamenti (stesso editore italiano). Bisogna dire subito che l’ignoranza sulla sorte del personaggio non toglieva nulla alla forza provocatoria di quella distopia né leniva il colpo allo stomaco del vedere l’America militarizzata a bacchettona esplicitata fino alla violenza cieca. Il seguito che adesso possiamo leggere non aggiunge niente a quel mondo purtroppo possibile; ci dà, è vero, la soddisfazione di vederlo beffato da tre eroine i cui fili narrativi portati avanti in parallelo si congiungono nel finale in un avventuroso trionfo. Dimostrando, sì, che la salvezza i soggetti subalterni se la devono dare da soli e che c’è sempre un margine di intelligenza che può insinuarsi nelle contraddizioni del potere più oppressivo; ma anche, però, la fragilità del gigante con i piedi d’argilla. La distopia che vuol essere rigorosa fino in fondo non dovrebbe raccontarci la facilità delle liberazioni, ma la gravità del dispotismo. Tanto per dire, la conclusione di 1984 (“Amava il Grande Fratello”) colpisce molto di più dell’ottimistica fede nella rinascita di Fharenheit 451 ‒ colpisce di più perché non ci consola e lascia a noi il compito di smentire nella realtà il suo pessimismo.
Per di più, già per un’altra distopia, Margaret Atwood non aveva resistito al demone dalla continuazione. In Oryx and Crake (2003), il virus messo in circolo dallo scienziato palingenetico lasciava sulla scena un ultimo uomo, soprannominato non a caso “snowman”, in quanto come un omino di neve destinato a prossima fine a causa di una ferita. Nell’ultima scena, il personaggio scopre un gruppo di sopravvissuti che però sospetta cattivi e avanza, pur traballante, con l’arma in pugno. Le ultime parole sono: “time to go”. Tempo di andare a morire? Di andare a far giustizia antiantropocentrica? E come è finito lo scontro decisivo per il futuro della razza umana? È bastato attendere (quella volta non molto) e sono arrivate altre due parti della trilogia: L’anno del diluvio (2010) e L’altro inizio (2014); e ci si è resi conto che quel mondo distopico era piuttosto popolato, altro che L’ultimo degli uomini (titolo apposto all’edizione italiana di Oryx and Crake)! Ed eccoti ammorbidita la catastrofe…
Insomma, con buona pace degli appassionati, l’allungamento del brodo non fa mai una buona minestra…

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