L’ARISTOCRITICO

Mi sono sentito tirato in causa dal recente dibattito sulle élites. E non solo perché sono presenti nella classificazione indicata da Baricco almeno due categorie che mi si addicono, l’insegnate universitario e “quelli che hanno in casa più di 500 libri”. Lasciamo stare le classificazioni, con esse si rischia di finire in un coacervo assurdo sul tipo della antologia cinese immaginata umoristicamente da Borges (L’idioma analitico di John Wilkins, in Altre inquisizioni) che divide gli animali in gruppi stravaganti, ad esempio: «disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, che hanno rotto il vaso, che da lontano sembrano mosche». È troppo facile smontarle, le classificazioni: per esempio, in questo caso, dimostrare che un docente che non ha fatto carriera non è assolutamente paragonabile a un imprenditore o a “quelli che stanno nei consigli di amministrazione”.

Ma mi sento chiamato in causa, prima di tutto, su un altro livello che Baricco non mi pare abbia toccato: ammetto di essere élitario nelle scelte letterarie. Insomma, come altro si può definire uno che si è sempre battuto per l’alternativa e quindi per l’avanguardia e per lo sperimentalismo, scrittori e testi che – almeno per quanto riguarda le rese editoriali – non possono vantare un grande numero di lettori, si possono al massimo dire “di nicchia”, ma sicuramente non godono della popolarità?
Sì, sono pervicacemente élitario. Ma il mio cocciuto élitarismo dimostra precisamente che ce n’è di due tipi: il mio infatti, è palesemente un élitarismo non vantaggioso, che non porta a nessun posto di rilievo e che al contrario riduce in spazi editoriali decisamente ristretti, in una circolazione asfittica ai margini del marcato. C’è una bella differenza – abissale direi – tra questo élitarismo (definitelo pure “residuale”, “perdente”, “superato”, volendo “aristocratico”) e invece quello decisionale e mondano dei dirigenti di azienda o dei broker… In altre parole rivendico la possibilità di essere radical senza essere chic… ovvero di essere un aristocritico.
Dopodiché aprirei due punti di riflessione: il primo punto è che nella questione delle élites deve entrare la considerazione del mercato. Il mercato condiziona la cultura sia delle élites che del popolo, potremmo dire, usando una metafora, che la macchina vincola sia il guidatore che l’utente. Per restare nell’argomento letterario, il mercato determina sia gli scrittori che i lettori: una volta stabilita la necessità di un prodotto dalla massima diffusione (quindi popolare in questo senso), la legge del profitto induce all’acquiescenza verso i modelli di scrittura ritenuti più vendibili e di successo, onde trae empito la mostruosa ondata di narrativa scorrevole-empatica-immersiva ecc., il dogma del piacere della lettura, l’indizione all’intrattenimento superficiale e momentaneo (l’approccio odierno che io chiamo postletterario), in cui è ben dentro lo stesso Baricco con la sua scuola di scrittura nonché il Baricco autore di romanzi. Allora non si può rimproverare alla gran parte degli scrittori e dei manager editoriali di non essere “andati verso il popolo”, semmai è proprio il contrario, ci sono andati fin troppo, e l’attuale deriva populista è responsabilità anche del basso livello di fiction con cui è stato adulterato il gusto della massa dei lettori e di conseguenza la loro capacità intellettuale.
Secondo punto: deve essere cambiato qualcosa dai tempi in cui la cultura era vista come un’arma da strappare all’avversario. C’era una richiesta di accesso alla cultura dal basso, di egualitarismo nell’educazione e uno stretto legame tra sapere e emancipazione. Circolava l’idea che agli svantaggiati fosse utile acquisire cultura e imparare la critica. Ma forse oggi non esistono più gli svantaggiati, ho sentito dire che “la povertà è stata abolita”… Impossibile, si dice, ragionare in termini di classe, macché, è roba d’altri tempi, ma nemmeno di masse si sente più parlare, piuttosto è di “popolo” che le bocche si riempiono. Baricco, ancora peggio, dice “la gente”. Vogliamo la parola giusta? Il mio amico Del Bello dice: la plebe. Mi pare che abbia ragione: senza nessuna competenza, anzi in spregio alle competenze (che sono élitarie, è ovvio!), senza nessun lavoro, per carità, ma col reddito garantito, cioè con i donativi che vengono concessi dall’alto in cambio di ovazioni plebiscitarie, ecco la sorte che attende la società dei consumatori non-produttori…
L’esercizio della critica richiede preparazione, applicazione, rigore. Forse è meglio attendere le piogge di regalie restandosene dopati di fiction? Meglio non capire? Pazienza se poi la macchina non funziona, si guasta, cade a pezzi e nessuno sa più farla funzionare. Pazienza se poi a vantaggio di qualcuno pur sempre va.
Certo quella di entrare nel popolare e distorcerlo in senso critico sarebbe scommessa da tentare. Ma a patto che l’operazione contenga una dose sostanziale di straniamento, cosa che non è dato vedere ultimamente se non in casi rari e non nei successi seguiti dai bataclan della stampa. È vero che il popolare ha avuto la sua funzione alternativa all’epoca in cui Gramsci parlava di nazionale-popolare e lo diceva in chiave di rovesciamento dell’egemonia nel senso comune. Dal canto suo, anche Brecht puntava decisamente sul popolare, però a precise condizioni, cioè che non venisse deciso aprioristicamente come una sorta di canone da osservare, ma come un punto d’arrivo («Non esiste soltanto l’essere popolari, ma esiste anche il divenire popolari»); a patto che non venisse fatto «cadere dall’alto». E aggiungeva:

Si ha l’impressione che essa [la parola “popolare”] contenga un invito alla massima semplificazione. Bisogna fare qual­cosa per il popolo, quindi basta col caviale! Qualcosa che possa venir capito dal popolo, che certo è un po’ duro di comprendonio. Il popolo, quanto dire della gente sottosviluppata. Bisogna presentargli le cose nella maniera cui è abituato. (….) Con questo concetto di popolare lasciato cadere dall’alto noi non abbiamo nulla a che spartire.

Ma oggi il senso comune egemone (compreso il senso comune letterario) ha rovesciato diametralmente la funzione del popolare portandolo al servizio del consenso e quindi delle vere élites del potere. Quanto a Gramsci, per lui il senso critico era essenziale al pensiero e non sarebbe male, prima di discutere su élites e popolo, andarsi un po’ a scartabellare i suoi Quaderni. Per esempio, là dove pone la questione con un semplicissimo interrogativo: «è preferibi­le “pensare” senza averne consapevolezza critica, in modo disgregato e occasionale, cioè “partecipare” a una conce­zione del mondo “imposta” meccanicamente dall’ambiente esterno, (…) o è preferibile elaborare la propria concezione del mondo consapevolmente e criticamente e quindi, in connessione con tale lavorio del proprio cervello, scegliere la propria sfe­ra di attività, partecipare attivamente alla produzione della storia del mondo, essere guida di se stessi e non già accet­tare passivamente e supinamente dall’esterno l’impronta alla propria personalità?». C’è un bivio decisivo, ma la domanda è indubbiamente per lo scrivente una domanda retorica. Che Gramsci, rinchiuso in carcere dal fascismo, fosse diventato anche lui un aristocritico?

Ripubblico qui l’articolo già inserito nella rivista-sito “Malacoda”. Per accedere alla rivista si può utilizzare il link nel menu di destra.

1 commento su “L’ARISTOCRITICO”

  1. La questione esposta così lucidamente mi ha spinto ad aggiungere qualche considerazione. Ritengo questo un punto nevralgico, un’autentica pietra d’inciampo per chi si trova ad operare in ambito culturale e artistico.
    Da qualche tempo tento di realizzare audio soprattutto di miei testi. Il fatto è che mi trovo in una specie d’impasse, la stessa che divide chi pensa che la poesia non è e non debba essere comunicativa da chi invece – rifacendosi più o meno consapevolmente a un’antica tradizione orale – cerca una via di comunicazione diretta con il lettore-ascoltatore. Da una parte la giusta reazione al delirio comunicativo odierno, che spesso sfocia però in un atteggiamento snobistico di chiusura totale; dall’altra il rischio di essere inglobati nel mainstream, sorta di plebiscito del gusto che ha investito la poesia anche nel suo rapporto con la musica, direttamente in pasto all’industria discografica. La parola scritta, nel suo rapporto con la dimensione silenziosa e immaginativa, in contrapposizione quindi alla tendenza ad uscire dalla pagina e far “vibrare” il testo nella sua sinestetica intersezione con altri linguaggi artistici. Una forma più comunicativa nel senso auspicato dalle avanguardie (e da non confondere con l’idea wagneriana di “arte totale”).
    Partendo dallo spunto su Gramsci, direi che in effetti le nozioni di “struttura” e “sovrastruttura” andrebbero rispolverate per rianimare un dibattito ormai dimenticato. In altra tempi questa nozione mi pare fosse ben presente, sebbene passi sottintesa in questa breve polemica di Luigi Nono col pubblico datata 1975 ( https://www.youtube.com/watch?v=JBUkDFDKHSg dal min. 1,16). Come si evince dal video, il pubblico prima fischiante e poi plaudente, sembra improvvisamente accendersi allo slogan politico, che certamente è cosa più immediata e semplice da recepire rispetto alla questione ben più profonda accennata da Nono.
    E’ del tutto evidente in quegli anni – già in piena era massmediatica – il discorso sulle élites culturali fosse strettamente legato a quello sulla comunicazione (intervista a Pasolini https://www.youtube.com/watch?v=e6ki-p1eW2o ). Fenomeno emblematico fu il Festival di Castelporziano (http://www.leparoleelecose.it/?p=30321), nato dalla spinta pop-ulistica delle estati romane promosse dall’assessore Nicolini. Rappresentò un largo movimento di condivisione dal basso che generò un processo orizzontale in aperta polemica con l’establishment culturale ( https://www.youtube.com/watch?v=gp_OJKlYF9M dal min 5’). Tuttavia, senza voler negare i molti i risvolti positivi, non sarebbe difficile intuire dalla visione dei filmati il clima d’attesa che si era creato attorno all’ospite più gettonato o all’idolo d’importazione del momento. I prodromi erano quelli di un’omologazione verso il basso di cui oggi sono ben note le parole d’ordine (“sei uno di noi”)…per non parlare della rete. Buona parte del pubblico ammaliata dalla cantilena ipnotica di Allen Ginsberg era anche quella che inneggiava al cantautore di turno, immagine di un novello Orfeo con la lira in mano ( ironicamente diremmo oggi con l’euro). La forza del mercato discografico si era già imposta: decenni più tardi il Nobel a Dylan…legittimo chiedersi cosa sarebbe successo se Bob si fosse chiamato Thomas.
    In quel clima parte della poesia italiana era già “aristocritica” e molti dei suoi rappresentanti, forti del passato delle avanguardie storiche, operavano (più o meno sotto forma di provocazione) sul piano di un accentuato disturbo comunicativo, stretti tra polemica contro il canone e la “palude” del presente. Il loro fu, se è concesso l’ossimoro, uno strano “elitarismo dal basso” che niente ebbe a che fare con un atteggiamento snobistico.
    Dal consenso al non-senso: l’opacità dei linguaggi artistici come misura dell’opposizione – artistica (e politica) – fino al loro massimo grado d’oscurità e incomunicabilità. Peccato che questa sorta di “elitometro” risulti abbastanza inservibile. E’ certo, per esempio, che l’oscurità di cui parla Carmelo Bene ( https://www.youtube.com/watch?v=1YrwN89PTuQ dal min. 1,50 ) non abbia nulla a che fare con l’oscurità vuota di molta poesia pseudoermetica, a difesa di modelli stantii e derive di un crocianesimo mai sopito. All’opposto, al grado zero della scala, troveremmo il discorso scorrevole d’uso quotidiano (presente in una certa letteratura postmoderna) o pillole di saggezza per un approccio di lettura facile facile. Di contro il riuso degli stessi materiali attraverso varie tecniche di montaggio (cut-up, collage, fold-in, ecc. ) sortisce ben altro risultato. Qui la partita si gioca tutta sul procedimento che diventa apprezzabile solo a palati fini ma che può rischiare di procurare reazione di repulsione e fastidio, scoraggiando il piacere del testo attraverso una terapia d’urto, che può recuperare il lettore ad esperienza più stimolante oppure perderlo definitivamente. E’ stato scritto molto sul pubblico della poesia e mi pare che gli ultimi dispacci confermino la situazione del ’75, anno di pubblicazione del libro di Belardinelli. Il problema degli scaffali vuoti ci riporta nuovamente alle strette cerchie elitarie e autoreferenziali. Tanto per restare con i piedi per terra, Brecht diceva che senza pubblico non c’è biglietto e quindi non c’è teatro. Purtroppo dovette constatare come il grande successo dell’Opera da tre soldi fosse da attribuire a un pubblico prevalentemente borghese, il che non era esattamente quello che cercava: le musiche in particolare avevano un “appeal” tale da mettere in ombra la forza di rottura dell’opera.
    E’ evidente che per la letteratura il discorso del riscontro immediato col pubblico non si porrebbe… ad esclusione del caso ormai ricorrente di “autori in cerca di personaggio”. Inevitabile nella dinamica dell’autostima cercare il plauso e l’applauso, anche solo un riscontro del proprio lavoro. A chi non piace il consenso? (potrei rispondere, citando un suo pamphlet, che “quelli a cui non piace” sono pochissimi). Nella sarabanda mediatica che amplifica a dismisura la visibilità e distorce la voce del singolo elevandolo a feticcio (lo schema si ripete invariato anche nel caso di piccoli circuiti) si verifica una vera mutazione.
    Accade, al contrario, che la poesia (parola da pronunciare con beneficio d’inventario), per la sua invisibilità si presenti come un caso di dissidenza (consapevole o meno). Per paradosso la sua insussistenza nel mercato è la prova della sua esistenza. Contro questa autoemarginazione l’unico tentativo di estroversione, come già detto, è l’uscita dalla pagina attraverso l’immagine e il suono. La forza e pervasività di questi due elementi è indubbia, ci attraversano in maniera quasi subliminale. La musica in modo particolare è un vettore straordinario da accordare in sinestesia, pena il rischio di scivolare nel grande intrattenimento collettivo, in quella che Debord chiama società dello spettacolo.
    Chiusura elitaria o apertura comunicativa? Tra il non-senso e il consenso ci dovrà pur essere spazio di manovra. Ritornando alle nozioni gramsciane è colmabile la distanza che separa cultura egemonica e cultura subalterna? (distanza marcata nel “tacet” di questa scena girata da Sordi https://www.youtube.com/watch?v=qJzny_r7esU). Un problema di lana caprina anche perché – come lei rileva – la situazione odierna ha mischiato le carte: quale la cultura egemonica e quale la subalterna?
    Per chi non ricordasse, l’originale accezione del nazional-popolare gramsciano era stata già ribaltata in un una nota polemica televisiva tra il direttore Rai Enrico Manca e Pippo Baudo. Ricordo più recente invece – a proposito di lotta di classe – fu lo scandalo suscitato dalle dichiarazioni di Sanguineti che propugnava “l’odio di classe”: la situazione, allora come oggi, è quella di un grande conglomerato di nuove classi impoverite (la cui unica ricchezza non è neppure più la prole) e dove al massimo serpeggia il sentimento di “invidia di classe”.

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