Tutti gli articoli di francescomuzzioli

I seminari della LUNA: Lo sperimentalismo com’è (1 parte)

Il ciclo di seminari sullo sperimentalismo ha compiuto un passo avanti, forse fin troppo avanti. Infatti, finché ricostruiamo lo sperimentalismo negli anni Sessanta del Novecento e loro dintorni, siamo abbastanza sul sicuro. Abbiamo un contesto in cui la nozione si chiarisce e abbiamo autori che, bene o male, vi si riferiscono. Ma spostarsi sull’attualità è per forza di cose problematico. Di sperimentalismo nessuno parla più, se non in termini dispregiativi come se fosse soltanto una meccanica arida e priva di capacità inventive. È vero che negli ultimi anni si è sviluppato un dibattito pubblico, del quale “Critica integrale” ha dato notizia, attorno al termine “ricerca”, che allo sperimentalismo è imparentato; e che suggerisce, al posto della solita e abusata “emozione”, almeno un atteggiamento attento, una calibratura anche teorica, una certa diminuzione dell’individualità dell’operatore. È ugualmente vero, però, che “ricerca” indica un percorso non preordinato e quindi non potrà essere riconosciuto sic et simpliciter con l’ausilio di vecchie forme.
Per chi vuole, l’audio del seminario si ascolta a questo link:

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Volponi critico d’arte

Degli autori che stimiamo vogliamo giustamente sapere tutto e nessun documento di qualsiasi tipo è sprecato per illuminarli da ogni lato, sia pur secondario. Anzi, più le attività si allontanano dal centro verso interessi marginali e più la personalità se ne avvantaggia con l’apparire poliedrica.
Nel caso di Paolo Volponi, in realtà, l’esistenza di scritti dedicati all’arte (ora disponibili nel volume di Electa, Scritti critici 1956-1994) non dovrebbe stupire: basta infatti guardare tra le righe sia dei romanzi (che so, l’inventario di Trasmanati in Corporale) che delle poesie (il Presidente raffigurato come l’infante auratico delle pale d’altare) per rendersi conto di quanta competenza ci sia nell’ambito dell’arte figurativa. Ora, la figlia Caterina, nella nota all’inizio del volume (Paolo Volponi collezionista: qualche ricordo famigliare), ci fa capire come questo interesse – neanche tanto economico, ma una vera incoercibile passione – fosse profondo e vissuto, a corroborare la spinta culturale complessiva.
E dunque questo volume che comprende presentazioni di mostre, cataloghi, articoli su “Alfabeta”, interviste e molto altro, lungo un arco che copre tutta la vita dell’autore, è possibile leggerlo come un ulteriore capitolo della scrittura volponiana. Continua a leggere Volponi critico d’arte

Domenico Cara su Antonino Contiliano

Ricevo da Antonino Contiliano questa recensione al suo testo Tempo spaginato. Chi-asmo scritta da Domenico Cara nel gennaio 2008 e rimasta inedita. La pubblico qui anche per ricordare Domenico Cara, con cui ho avuto in passato vari contatti, e che è scomparso da poco.

Domenico Cara

Sarcasmo terminale

In più apparenti derive, in uno stato progettuale già avanzato e colto, Antonino Contiliano ritrova (con noi lettori del suo manifesto di poesia) se stesso, impigliato in una duttile e felice intensità di ricerca a dir poco performatica. Le radici dei suoi versi in questa nuova silloge: Tempo spaginato, iniziano il loro itinerario verso il basso (e la continuità implicita) con una morbidità imposta a ostinazione liricistica, lieve, limpida di senso e di conflitto; poi la testualità verticale dilaga per flussi complicati, nel dominio di un dettato esperto ed acuto, e su briosi o tesi intrugli di verbum critico, forse a scompiglio infinito e senza dubitazioni civili o ritmi monocordi e friabili. Continua a leggere Domenico Cara su Antonino Contiliano

Andrea Inglese non fa storie come gli altri

Storie! Storie! È quello che il pubblico desidera, che vuole, che consuma con passione, una storia tira l’altra altrimenti se ne sente l’astinenza, le storie prendono, tirano e si vendono… La curiosità indiscreta del lettore comune (sebbene in diminuzione numerica perché attratto da ben altre “serie”) ne fa man bassa e tanto più se storie di dolore e sofferenza, aureolate dal fatto di essere prodotte da esperienze autentiche, patemi dell’autore stesso in carne ed ossa. Prendono, tirano e si vendono ancora le storie del soggetto familiare, teste l’ultimo Strega con uno del padre e uno della madre, così da non far torto a nessuno in par condicio. Siamo avvolti nelle storie (e anche la retorica politica ce ne racconta un sacco).
Mi ha incuriosito, allora, il titolo dell’ultimo libro di Andrea Inglese, Storie di un secolo ulteriore, edito da DeriveApprodi. Non solo il titolo generale, ma anche il titolo dei singoli brani (o raccontini) contiene la fatidica parola: Storia del giro, Storia con cadaveri, e via di seguito “storieggiando” fino alla fine. Che si sia convertito all’andazzo corrente? Ma da Inglese, poeta prestato alla narrativa e proveniente dall’esperienza “fuori dei generi” dell’antologia Prosa in prosa, dove sta proprio in prima posizione con i suoi Prati, c’era da aspettarsi qualcosa di diverso. E infatti. Continua a leggere Andrea Inglese non fa storie come gli altri

Due articoli di Antonio Amendola sull’improvvisazione

Ricevo da Antonio Amendola due articoli che pubblico qui insieme in quanto trattano lo stesso argomento, l’improvvisazione e ne sono le due facce, la teoria e la pratica .

VOCE E IMPROVVISAZIONE

Da sempre la voce è legata alla comunicazione, allo svelamento dei segnali dall’inizio dei tempi, per indicare pericolo o stupore oppure presenza nel territorio poi da segnale si è evoluta nel tempo come suono al servizio del linguaggio della musica, alternando nei secoli monodia e polifonia. Ma si sa, che la voce è sempre presente, durante la nostra giornata noi non abbiamo uno spartito scritto di ciò che diciamo e neanche un libro pronto, quindi si evince che ci saranno delle interferenze legate ad esprimersi secondo un tono solenne o spiritoso in relazione ai nostri incontri, oppure passare dalla lingua italiana ad altre lingue oppure utilizzando dialetti, dialettismi, idioletti, gerghi ed altro la lingua si muove nello spazio e la voce la segue, con o senza parole, sprigiona le sue possibilità la sua grana, poi però c’è la vera improvvisazione in musica che segue varie istanze, tecniche, strategie, intervalli scalari, arpeggi, ritmi consonantici, beat human box, scat, recitarcantando in un caleidoscopico variegato di forme, ma ovviamente questo riguarda anche i nostri aspetti gestuali, noi improvvisiamo di continuo e questo avviene soprattutto per la voce con o senza le parole, con o senza musica. Continua a leggere Due articoli di Antonio Amendola sull’improvvisazione

Non rimane che il comunismo

Sa che deve smettere, ma non riesce a smettere… Non si tratta di un drogato o di un alcolista, ma semplicemente del pianeta Terra, come suol dirsi “l’unico che abbiamo”. È probabile che siamo a un passo dall’ultima chiamata e malgrado tutti i segnali che mandano i mutamenti climatici ci sono i negazionisti e comunque gli speranzosi che resteranno inerti finché le onde non entreranno nella casa al mare o il tornado non li porterà via con il dehors dell’apericena. Per l’intanto si continua come prima, come se niente fosse. D’altronde, come si fa a invertire il corso dell’economia globale? Tanto meglio non pensarci.
Non è d’accordo Saitō Kōhei, nel suo libro Il capitale nell’antropocene, da poco pubblicato da Einaudi. Saitō è un giapponese relativamente giovane (è lui nell’immagine in evidenza), un docente di filosofia studioso in particolare di Marx che ha puntato la sua attenzione sull’ “ecomarxismo” (L’ecososcialismo di Karl Marx è il suo titolo precedente, edito in Italia da Castelvecchi). La sua tesi è che non siamo ancora all’ultimo stadio, quando non c’è più niente da fare, ma ci arriveremo presto se non si adotta una soluzione radicale. Poiché il guasto planetario è opera del sistema di vita chiamato capitalismo, non resta da fare altro che cambiarlo. È il capitalismo che, anche se sa di dover smettere, non riesce a smettere (basta vedere tutte le resistenze degli stati alle convenzioni sul clima). Quindi? Non rimane che il comunismo. Continua a leggere Non rimane che il comunismo