Per Carla

Carla Vasio si è spenta il 24 gennaio dopo una vita, lunga più di un secolo, dedicata alla letteratura o, per meglio dire, all’elaborazione attenta e esigentissima della scrittura. Io l’ho conosciuta verso la fine degli anni Settanta e da lì in poi è stata una mia grande amica ed abbiamo passato ore intense a conversare tra presentazioni, letture, convegni, visite nella sua casa piena di libri (con il gatto Lalique) o attraverso il filo del telefono, con il giovamento del suo gusto raffinato e geniale, e di quelle che lei chiamava le “cattiverie”, che poi non erano altro che le giuste critiche all’ambiente letterario che ci circondava, a stigmatizzare quanto di approssimativo, petulante, presuntuoso e ridicolo vi circolasse. Addirittura quando si sentiva valorizzare come “scrittura al femminile” il suo sguardo tradiva una paziente sopportazione.
Carla aveva partecipato alla stagione del Gruppo 63 e questa esperienza le era stata fondativa. Ancora a distanza di tempo, nelle sue memorie di Vita privata di una cultura (2013), proprio nella pagina iniziale, lo ricordava come il segno di una alterità che non aveva finito di informare i suoi comportamenti: «Si può ammettere che eravamo scomodi, ed a quanto pare continuiamo a esserlo».

Come ebbe a dirle una volta un editore: “Signora, non possiamo pubblicarla, Lei scrive troppo bene!” Al netto di tanta cecità cinica, la seconda parte della frase era giustissima. Carla ha sempre lavorato con estrema cura sul linguaggio e sullo stile; non per niente ha esordito nei dintorni della narrativa sperimentale, apprezzata da autori come Manganelli e Vittorini, dopo aver assimilato le nuove direzioni provenienti dalla Francia in particolare dell’École du regard. Il suo primo romanzo, L’orizzonte (1966) non aveva procedimenti vistosi di ritaglio e disseminazione semantica, ma era innovativo nella chiave di uno smarrimento esistenziale tutto però estrovertito e reso nella descrizione minuziosa e particolareggiata (dello sguardo, appunto), nel tempo sospeso fotografato al presente, nella trama lacunosa e complicata. Suo stigma sarà, anche in seguito, il periodo ampio (ci vedo lo zampino di Proust), la sintassi per accumulo, il dialogo spezzato e allusivo, la nessuna indulgenza verso i personaggi. Il modello preferito, quello della ricerca attorno a un segreto: una reticenza che invoglia il lettore a entrare nel gioco, a patto che sia avvertito che la soluzione gli mancherà, perché “essere assolutamente moderni” significa perdersi.
Vorrei citare da un suo testo poco noto che s’intitola Esercizio indiscreto (1987) dove, nel finale, si si può applicare alla scrittura stessa l’idea di un gioco

in cui il significato dei fatti, insieme alla loro appartenenza, viene continuamente dislocato su posizioni alternative, viene ripetutamente spinto ai confini di una visibilità corretta, viene frantumato e disseminato in costellazioni provvisorie in modo tale che ogni definizione progressiva non abbia valore se non di esempio: un esercizio indiscreto, eseguendo il quale ci troveremo a rincorrere tracce labili lungo percorsi tortuosi che, portandoci sempre più vicino al punto dove risiede il cuore del sistema, tuttavia provvederanno a sviarci ogni volta all’ultimo momento affinché il segreto pulsante e avido dell’intero meccanismo non divori i frammenti sparsi di una realtà diventata superflua e la nostra stessa esistenza priva di qualsiasi necessità.

Per cui il narratore diventa un “falso delatore”:

Falso delatore, quindi, in quanto non ho denunciato la grave verità dei fatti che non ci è dato possedere, ma in quanto ho palesato la nostra ricerca sui fatti, la nostra lunga indagine e il suo fallimento: come si vede, delatore non di una vittima, come sarebbe ovvio, né di un colpevole, ma delatore dei termini illeggibili di un’indagine, termini che si ribaltano proprio nella possibilità di comporre con essi un’altra vicenda parallela, non vista nella sua verosimiglianza bensì valutata nella sua ulteriore arbitrarietà. Perciò io mi confesso delatore della condizione ipotetica di una storia di cui decido ormai di affidare a altri l’esame, la continuazione, le varianti: pur senza volermi sottrarre alla responsabilità di aver accumulato le premesse di un tale svolgimento, non per quanto ho detto ma per quanto ho taciuto, non per quanto è stato conservato ma per quanto è andato distrutto, che sarebbe il vero contenitore dell’elemento risolutivo dell’intera vicenda.

Contro il messaggio come “pappa fatta”, la scrittura di Carla non ha mai assunto pose predicatorie o superficialmente impegnate, perché il suo impegno era tutto interno alla costruzione del dispositivo e la contestazione, semmai, spuntava da sola senza squilli di tromba o facili bandiere, semmai in forma di satira o di distanziamento, lungi dalla esposizione di un senso consolatorio, ma legando il senso alla ricerca, alla ipoteticità e alla precarietà – come ancora si vede nell’ultimo testo, il Tuono di mezzanotte (2017), dove l’evento destabilizzante viene colto da molteplici prospettive.
Una scrittura straordinaria di grande inventività che anche quando affronta l’autobiografismo (come in Laguna, 1998) lo rende in modo straniato nella dialettica tra ricordo e immaginazione. Non a caso, suoi titoli rimandano all’anamorfosi (La più grande anamorfosi del mondo, 1973 e 2009) e al labirinto (Labirinti di mare, 2008). Anche l’interesse per il Giappone e la sua cultura (vedi Come la luna dietro le nuvole, 1996), che l’ha spinta a organizzare per vari anni, con Marisa di Iorio, un prestigioso concorso di poesia haiku, deriva dall’esigenza di guardare la nostra realtà con lo sguardo dell’altro.
Se dovessi dire in breve cosa mi colpisce nella sua scrittura, direi: l’intelligenza e l’ironia. Che sono doti ormai rare nel panorama odierno; e adesso, senza Carla, ancora più rare.

29/01/2026

 

1 commento su “Per Carla”

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