Un contributo di Mario Quattrucci: Donatello espressionista

Ricevo da Mario Quattrucci, direttore di “Malacoda”, poeta e narratore, nonché amico di lunga data, questo articolo che legge la storia dell’arte in prospettiva attualizzante. 

Donatello espressionista

Alberto Angela in TV: Notte a Firenze. Tra le altre meraviglie (e curiosità) mostra davvicino i due pulpiti di Donatello in S. Lorenzo. Uno in corso di restauro, ed è molto interessante apprendere di cosa si tratti: stato dell’opera e tecniche applicate. L’altro, il Pulpito della Resurrezione, ormai restaurato.
Emozionante, entusiasmante scoperta. Quando lo vidi la prima volta, credo cinquanta anni fa, non ero in grado di capire. Diversi anni dopo, però, vidi la Maddalena penitente e allora il mio pensiero sull’espressionismo e il novecentismo di certi Grandi Artisti  del passato − Donatello, Masaccio e poi il vecchio Tiziano, e poi… − cominciò a formarsi.
1460. Donatello è vecchio, oltre i 70, già malato, di lì a sei anni, solo e nonostante i lauti guadagni con 31 fiorini di debito, salirà sul treno della notte.


Ha vissuto totus artifex, diremmo. Una vita che s’identifica con l’arte, col fare: fare opere d’arte. Di cui ha riempito chiese, gallerie, magioni, piazze, loggiati… È stato con Brunelleschi e Masaccio uno dei padri del Rinascimento italiano, ha operato nella Firenze dei Medici, ha lasciato a Padova quella cosuccia  che è il Gattamelata, ha lasciato qualche cosuccia anche a Siena, a Prato, a Roma, a Venezia… Ha stupito con più di un’opera − per ricordarne soltanto un paio la citata Maddalena, il filosofico nudo − il primo della storia − del Davide del Bargello, il famoso e discusso Crocefisso contadino o quel Busto di Niccolò da Uzzano sempre al Bargello. Con alcune di queste opere ha fatto incazzare perfin Brunelleschi… ed altri eminenti e potenti. Insomma è un grande e, fino a quegli anni dei Pulpiti, anche se contrastato, celebrato e venerato maestro.
Ma il suo genio lavora, scava, va oltre. La sua vecchiaia e il male che lo insidia lo aiutano a passare la linea. A contrapporsi alla magnifica bellezza di Botticelli, ed anche alla perfezione razionalistica di Brunelleschi. Lo pongono sulla nuda terra… in mezzo a chi è in basso… a fianco  di chi lotta… per dar notizia delle pene e delle gesta…, e lo fa  nel nobile linguaggio riservato alle glorie dei re:  ma nuovo completamente. Porta a compimento, con passione e con pena…, e con grande rischio…, quel superamento del classicismo (e neoplatonismo) che era stato l’intento e la prova della sua arte fin dalla gioventù.
Anche in quest’opera, il Pulpito − soprattutto e in fine in quest’opera -, la bellezza scompare, è negata: da lui, inconsapevoli i più, trassero poi li dettami gli espressionisti del XX secolo: i postimpressionisti e cubisti e astrattisti e informali delle Avanguardie del XX secolo.
Cristo risorto −  anzi: Cristo che sorge dal sepolcro −  non è, come in tutta l’iconografia, per quanto segretamente pessimistica, prima e anche molto dopo di lui, il Cristo trionfante a stendardo spiegato, giovane, bello, luminoso, splendente, per virtù e dono divino trionfatore sulla morte. Il Cristo di Donatello è altro. Tutt’altro da ciò.
Un vecchio. Avvolto in bende lacere. Scuro. Il volto scavato, le spalle curve. S’alza con fatica, senza aiuto d’Angeli, poggiando il piede sul bordo del sepolcro. Tutto di lui…, il volto, la figura, la postura (e tutto il contorno)…, esprimono non la gloria del trionfo e la felicità della vita, ma piuttosto il tormento che la passione e la croce hanno inflitto a quell’Uomo.
Se esce dalla tomba, sembra alludere e dire, non sarà per prendere la destra del Padre. Ma per riprendere il cammino sulla terra in una vita che Egli aveva voluto (creduto, sperato…) nuova, in un mondo che aveva voluto (creduto, sperato…) rinnovato e salvo e pieno d’amore. E che, già dal Getsemani aveva compreso invece non redimibile. Da cui quel grido: Eli, Eli, lammà sabctani.

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