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Internazionale-impopolare?

Si sa che una delle formule principali coniate da Gramsci è quella del «nazionale-popolare». Ai suoi tempi, prigioniero com’era del fascismo, era un’istanza da far crescere dal basso o, comunque, rivolta verso il basso, contro la “torre d’avorio” degli intellettuali, più legati «ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese o siciliano». Contro le separazioni idealiste dell’“artista” dall’“uomo”, Gramsci precisa che “umanità” significa «una cosa sola: “storicità”, cioè carattere “nazionale-popolare” dello scrittore», tra l’altro, salvando, rispetto ad altre enfatiche “andate al popolo”, la specificità relativa dell’arte, quando dice che «il “collegamento” sociale non dovrebbe essere di carattere “pratico-politico” immediato, cioè predicatorio-moralistico, ma storico o etico-politico». Per quei tempi e per un dirigente di partito, sinceramente, non si può chiedere di più.
Il problema è proprio la formula, il «nazionale-popolare». Il destino ha voluto che entrambi i termini siano stati rivoltati per bene rispetto alle intenzioni gramsciane, sicché, decurtato della “e” finale, il “nazional-popolare” si è potuto applicarlo ai Pippi Baudi ed altre manifestazioni della cultura di consumo. La cultura egemone di oggi. Nazionalismo e populismo, n’est-ce pas?
Ma dire che Gramsci ha avuto ragione sarebbe proprio prenderlo in giro!

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Gramsci aveva in mente il problema dell’egemonia, è vero, è uno dei suoi termini cruciali, ripreso più volte nel dibattito (ricordo, tra gli altri, il libro di Laclau e Mouffe, Hegemony & Socialist Strategy, del 1985, che pretende di andare «beyond Gramsci»); però, attenzione, lo pensa in vista della costruzione di una contro-egemonia. Sentiamo cosa dice nei Quaderni del carcere a proposito del «contatto tra una nazione e i suoi scrittori»:

Oggi questo contatto manca, cioè la letteratura non è nazionale perché non è popolare. Paradosso del tempo attuale. Inoltre non c’è una gerarchia nel mondo letterario, cioè manca una personalità eminente che eserciti una egemonia culturale. Quistione del perché e del come una letteratura sia popolare. La «bellezza» non basta: ci vuole un determinato contenuto intellettuale e morale che sia l’espressione elaborata e compiuta delle aspirazioni piú profonde di un determinato pubblico, cioè della nazione-popolo in una certa fase del suo sviluppo storico. La letteratura deve essere nello stesso tempo elemento attuale di civiltà e opera d’arte, altrimenti alla letteratura d’arte viene preferita la letteratura d’appendice che, a modo suo, è un elemento attuale di cultura, di una cultura degradata quanto si vuole ma sentita vivamente.

È un brano che presenta vari “sintomi”: intanto la difficoltà di liberarsi dall’intendimento estetico (arte=bellezza) che comporta la fiducia in un miracoloso equilibrio tra impegno civile e artistico. Poi, nella parte finale, viene fuori un punto assai spinoso: rispetto alla “separatezza” dell’arte, meglio la nascente letteratura di consumo (d’appendice) della quale Gramsci vede bene la scarsa qualità, ma ne vede come ineluttabile la presa sul pubblico. È lui stesso a stigmatizzare, altrove, la «merce piuttosto nauseabonda» e i «gusti esecrabili» del pubblico, tuttavia, a quell’altezza sembra ancora ritenere che il livello si possa alzare. Nello stesso temp,o tocca con lucidità un nodo decisivo e doloroso: perché, se quella “cultura degradata” è però “sentita vivamente”, sarà difficile tenerle testa sul suo terreno.
Certo, noi siamo ormai a valle del processo, arriviamo dopo il rovesciamento avvenuto tra cultura alta e cultura bassa, per cui Annibal Caro e Pindemonte non li conosce più nessuno (solo qualche dottorando specializzato), mentre «il fantasticare dell’uomo del popolo» è ovunque, nei diversi generi di fiction (passando dall’“appendice” alle “serie”, per così dire). [Tra parentesi: mi fanno sorridere le rimostranze della destra su una presunta “egemonia culturale della sinistra”, quando è evidente che l’egemonia l’ha conquistata e la possiede il mercato]. Arrivati a questo punto, mi piace pensare che oggi anche Gramsci rovescerebbe a sua volta la formula e parlerebbe dell’internazionale-impopolare.
Sull’internazionale si può andare abbastanza tranquilli, è lui stesso a puntualizzare che «Nazionale, cioè, è diverso da nazionalista». Certo, la diversità della lingua spinge a rimanere entro i confini, tuttavia si comprende subito che abbiamo da costituirci come minimo una identità europea, pena l’irrilevanza; e che poi anche dentro la cosiddetta patria abbiamo ormai (ma da sempre: non siamo forse tutti mescolati?) una popolazione multietnica e “nuovi italiani” portatori di plurilinguismo, contaminazione, ibridazione e quant’altro. Del resto, la cultura egemone – che, ripeto, è quella del mercato – non è forse già internazionale come si può vedere, ad esempio dal cinema e ancora di più dalla cartoon culture che forma i nostri pargoletti? E dunque il cuore della questione (e la contraddizione insita in essa) non può che portarci in ambito internazionale.
Invece, riconoscere l’impopolare come elemento positivo e propositivo, mi pare più complicato. Infatti, la scelta di una letteratura che rinunci a entrare nel mercato e nelle strategie reclamistiche, e che si situi come volutamente impopolare, tanto da rendere ovvia e naturale la ripulsa da parte dei manager delle case editrici, questa letteratura, dico, risulterebbe, a dirla in breve, soltanto “sfigata”, facilmente associabile alla volpe della favola, cui l’uva non piace perché non arriva a prenderla. E cadrebbe proprio sotto l’avvertimento posto da Gramsci alla “letteratura artistica”, che si vede preferita la produzione “degradata” sì, ma accattivante. Un circuito che si voglia alternativo risulterà per forza di cose marginale. Ma il punto è che non c’è altra scelta. I tentativi fatti da scrittori degni del nome di penetrare nel mercato, vincere premi, conquistare una fetta di pubblico sono risultati quasi sempre non riusciti. Il caso di Eco autore di best seller è un caso a parte e non mi sembra che abbia minimamente prodotto, a parte le indicazioni di un postmodernismo ironico, un qualche spostamento nel panorama narrativo.
Del resto, a voler essere davvero internazionali, occorre impegnarsi a decostruire l’identità, compresa quella nazionale, e a questo scopo necessita far ricorso alle scritture complesse e sperimentali. Ma poi, dico, cari nazionalisti dei miei stivali: ma non vedete che il popolare è in gran parte d’importazione? Mentre, invece, se c’è un fenomeno che nel nostro paese ha attecchito più che altrove è proprio quello dello sperimentalismo degli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento, superiore per numero, se guardiamo bene, perfino alla Francia. Lo vogliamo valorizzare un po’ di più, invece di ignorarlo bellamente?
È vero che questa posizione appare élitaria e quindi finirebbe sotto il tiro della polemica gramsciana sul “distacco” degli intellettuali. E tuttavia potremmo trarre dal pensiero di Gramsci vari stimoli a “pensare criticamente”. Per esempio questo:

Una filosofia della prassi non può che presentarsi inizialmente in atteggiamento polemico e critico, come superamento del modo di pensare precedente e del concreto pensiero esistente (o mondo culturale esistente). Quindi innanzi tutto come critica del «senso comune» (dopo essersi basata sul senso comune per dimostrare che «tutti» sono filosofi e che non si tratta di introdurre ex novo una scienza nella vita individuale di «tutti», ma di innovare e rendere «critica» un’attività già esistente) e quindi della filosofia degli intellettuali, che ha dato luogo alla storia della filosofia, e che, in quanto individuale (e si sviluppa infatti essenzialmente nell’attività di singoli individui particolarmente dotati), può considerarsi come le «punte» di progresso del senso comune, per lo meno del senso comune degli strati piú colti della società, e attraverso questi anche del senso comune popolare.

Un impegno di tal fatta non può eludere, oggi, la sfida dell’impopolare.

18/06/2026