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Lubrano e Cammarota

Siamo abituati a leggere i libri di Carmine Lubrano come una scrittura ininterrotta che continuamente ricomincia: un flusso che, ricordando Deleuze, si può a buon diritto chiamare un “flusso desiderante” oltre che “poetante”. Un flusso materialistico, come dimostrano i fluidi e le emissioni che lo dominano, cioè lo sperma, il sangue, il vomito, accompagnati dall’altro fluido che è l’inchiostro della scrittura. Sembra che non ci siano ostacoli possibili a tale fluenza poetica che infatti continua a debordare senza demordere nelle ultime opere; opere che sono – come ora vedremo ora partitamente – accompagnate dalla collaborazione e dalla sintonia con Laura Cammarota.
Certo il cattivo stato del mondo e in esso il degrado della nozione di poesia, non può essere ignorato e non lo è. Tuttavia la forza trascinante che presiede alle mescolanze, ai transiti, alle associazioni e alle convocazioni, dal tema erotico predominante al richiamo dei pionieri delle avanguardie storiche e trasgressive (i “santi anarchici”), ingloba il “negativo”, avvolgendolo in spire invettivali, dentro un contesto magmatico ad alta intensità.

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Prima di annotare qualcosa sulla recente abbondante produzione, mi fa piacere tornare a un giudizio dei primi, formulato da Filippo Bettini nella introduzione a Del vomire in bordella (1993), per mostrare come la spinta poematica lubraniana sia rimasta fedele a se stessa. Scriveva dunque Bettini:

Ma su tutti si impone un fattore di “gestualità” che convoglia suoni, rappresentazioni, ed oggetti in una sorta di performance a più voci, intessuta di situazioni e figure in movimento. Fin dall’inizio, il dire si annuncia come azione conduttrice di una corporalità fisica che si trasmette progressivamente ad ogni piano dell’evoluzione del testo. Il suo svolgimento – nell’ordine della decodificazione compiuta dal lettore sembra dapprima emanare dalla matericità delle singole parole, quindi si estende ai riferimenti cinetici delle immagini, ancora oltre modella la cadenza epico-narrativa del ritmo e della metrica, infine giunge ad informare la dinamica dei passaggi, mutamenti, scarti e ritorni su cui è giocato l’intero impianto strutturale dell’opera.
Ma il fatto più sorprendente è che il centro di amalgama e di coesione è occupato dalle modalità specialissime a cui Lubrano sottopone l’uso dei dialetti. Quello che dovrebbe essere un semplice registro linguistico si fa carico di potenziare e unificare le varie qualità sensoriali del fenomeno sinestetico, liberando un’energia che è la vera, importante risorsa di quest’opera e che pone la poetica di Lubrano tra le postazioni più avanzate della ricerca attuale.

A partire da questa nota, andiamo ad aprire il libro pubblicato da Fabio D’Ambrosio il cui titolo risulta, dal frontespizio, Bradysseismos. Il peto del Monotauro. È un libro davvero particolare, che contiene uno spettro di citazioni molto ampio, da Apuleio a Joyce. I temi centrali sono: lo sconvolgimento sismico («si aperse la terra qui a Tripegola») il primo; il secondo è il riferimento all’Hypnerotomachia Poliphili, testo straordinario in linguaggio misterioso e allegorico della fine del Quattrocento (scritto, non dimentichiamolo, in una lingua contaminata tra italiano, veneto, latino e greco: grande plurilinguismo!). La presenza dei brani verbali è frammentaria e di forte complessità (sarà effetto del tremito tellurico?). Ad esempio:

rogna sfusa pietrosa alla bisogna ossesso si trastulla
il ragno con le vettovaglie si spoglia al defecar
lo pappavuallo ingrufagnito e tra baldracche
e marescialli li mendicanti ipocondriaci e incontinenti
all’occorrenza e quale corpus monstrum erectus
polypos in odores scriptus in cordis e vacui verbum
e c’è chi si accavalla e si assolve in angcosce

Poi certamente l’incontro finale tra Polifilo e Polia apre la via al trionfo della “Lengua Amor Osa”. Si tratterebbe di un romanzo, e infatti ci sono i capitoli e i siparietti dell’autore che indica le sue intenzioni (di scrivere «un romanzo non romanzo fatto di pagine nude bianche» – senonché, al contrario, c’è l’horror vacui) e però… Però, di fatto, si tratta piuttosto di un libro di poesia visiva (perbacco, non ci sono neanche i numeri di pagina), dove la parola è trascinata nelle valenze estetiche dell’immagine, usata come materiale di strappo, ritaglio, con giochi di carta ripiegata, dando esiti sempre nuovi e suggestivi, in un’opera intermodale composita e polivalente.
Sempre da D’Ambrosio è uscito Giummetrie d’ammore. E vi tornano gli spunti del dialetto mescolato con la lingua, della “matericità delle parole”, della “cadenza” ritmico-metrica, ecc. Tutto questo, come accennavo, trova oggi una sorta di argine nel negativo della situazione esterna e mi pare interessante questo passo:

e che immaculata rogna si rosarìa si rumina
tra birilli e gauloise in uso nel mentre si osa
in sanguine pietoso l’interruptus la messa in posa
dell’abbandono lento l’ognissanti indifferente per amanti
senza delitti sviliti nel brodulario di relitti
e qui già annotta in quest’inferna grotta
entro le vene del più fond’Averno ora che inverna

Dove, proprio nella menzione dei luoghi dell’autore, si può vedere un ripiegamento e addirittura una discesa verso il basso nella triplice disforia della notte, dell’inferno e dell’inverno. Però, attenzione: questo è accompagnato dai più scintillanti stilemi di Lubrano, in particolare la rima, una rima libera, utilizzata in una continua ripresa nell’alveo di una ricerca inesausta di sonorità, quindi con vistosa vitalità e acrobazia proprio in contrasto con il contenuto depressivo. Tra l’altro, tutte le Giummetrie sono portate avanti da grandi momenti ripetitivi iniziali, da «Scrivo il tuo nome…» (che ricorda Éluard), a «Sarò…», a «Ti lascio…» e molti altri ritornelli.
«Ti lascio…», con il suo seguito di “lasciti” (i quaderni, il vino, il fuoco, le “bbone parole”, le “chiavi del labirinto”, ecc.) formula di congedo adatta alla figura del «poeta che sta imparando a morire», e tuttavia, nelle ultime battute sembra offrire in eredità una indomabile vocazione all’antitesi («ti lascio per intero / la pena lo schifo la rabbia e l’ira») mostrando la tenacia non arresa «di trovare con le unghie un varco / così che mia carta canti perdavvero».
Ma è il «sarò…», rivolto per l’appunto a metamorfosi future, a rappresentare l’assommarsi della parola euforica, passando per «sarò/sarai la più bella parola», per «sarò l’ultima canzone da tenere tra i gerani del balcone», ecc., per arrivare al massimo punto di eros assoluto:

sarò salmastra letania tra muco e fuoco e giuoco
e sarò preghiera onanista da tutti i santi obliterata
nel sudore di vagina che sorride e si muta si danza si fuga
quale frutto acerbo e maturo al tempo stesso
e che diventa graffio e suono e canzone oscena
in una itinerante biblioteca oscena
e sarò/sarai il mio/tuo coito con l’intero mondo
intero

Un passo indietro: anche nel brano precedente la discesa nell’Averno-inferno-inverno era seguita da un soprassalto vigoroso a forza di ritornanti «ma tu baciami ancora». Non può mancare, a fare da molla al tutto, l’allocuzione all’altro polo del desiderio, la sua chiamata nel testo a completare il caricamento dell’entusiasmo. Tanto più che l’ultima produzione si apre concretamente alla dualità, avvalendosi della collaborazione in versi di Laura Cammarota in veste di coautrice.
Insieme a Laura Cammarota è pensato un elaborato depliant che riporta da un lato testi di Carmine, dall’altro testi di Laura. S’intitola e che sia maraviglia, e la parte di Laura Cammarota è dedicata a il mio poeta barocco. Ed è, sia pur breve, un’opera di forte impatto anche visivo.
Ma c’è altro. Veniamo al lato saggistico-antologico, cioè alla collana Gli extravaganti, ideata da Paolo Allegrezza per le edizioni Vita nostra. Ora, i nuovi volumi della collana, dedicata ad autori “anfibi” cioè attivi sia nel linguaggio poetico che in quello figurativo, sono firmati rispettivamente da Carmine Lubrano e Laura Cammarota. Cammarota si occupa di Antonio Leonardo Verri, un singolare autore salentino caratterizzato da un «profondo e radicato anticonformismo» che lo porta ad avvicinarsi al “libro-oggetto” e ai versanti dell’arte di avanguardia, pervenendo a una scrittura – scrive la curatrice nell’introduzione – «che diventa corpo (…) si fa ritmo, materia, a celebrare la fine del libro-monumento per far nascere il libro-mondo». Il volume contiene un saggio di Francesco Aprile che ricostruisce il percorso dell’autore antologizzato; e contiene anche un testo poetico di Lubrano.
Il quale, dal canto suo, ha curato il volume che tratta degli extravaganti Luciano Caruso e Stelio Maria Martini. Sarebbe forse esagerato dire che il linguaggio saggistico di Lubrano è identico al suo linguaggio poetico: però è vero che il suo scritto introduttivo ha toni molto originali e molto consonanti con gli autori antologizzati. Non gli si può rimproverare che manchi qualcosa: le opere ci sono, le riviste ci sono, il quadro dell’avanguardia napoletana è ben delineato, compresi gli influssi di Emilio Villa e Diacono; poi può capitare che lo stile parta un po’ per la tangente e non per nulla sulla chiusa c’è proprio un testo poetico, il Poema Napoli. In un punto verso la fine, Lubrano trae ispirazione dal lavoro tra parola e immagine dei suoi amici-autori per chiarire l’esigenza di uscita dal libro che unisce i due versanti verbale e visuale. Così scrive:

NON BASTA il VERBO il VERBO NON BASTA
BISOGNEREBBE NELLA PAGINA CREARE
UNA ARCHITETTURA di SEGNI
il segno grafico ed il segno verbale entrambi intesi
come SIGNUM
il texte diventa texture
e partendo dall’esempio di Villa con la sua scrittura
debordante e con il gesto della mano che scrive
che segna nel combine-drawings e per tentare
il canto far cantare la carta

E con queste parole non sarebbe male tornare da capo a gustare il suo Bradysseismus.

07/07/2026