Sappiamo bene che l’ibrido era assolutamente da evitare nell’estetica classica; teste l’Orazio dell’Ars poetica, netto nel condannare i mostri composti di doppia natura come la sirena, una donna che, scandalosamente, desinit in piscem.
Senonché l’estetica moderna ha cambiato completamente parere e soprattutto nelle teorie postcoloniali ha accolto l’ibrido come l’unica possibilità di recuperare l’originario cancellato dalla storia repressiva. Contaminare la lingua dei colonizzatori, giocare con essa a entrare-uscire, deformarla con le espressioni native: l’ibridità diventa così una forma di rivendicazione e di protesta.
L’ibrido, dunque, virato in positivo può diventare lo stigma valorizzatore di tutte le poetiche della mescolanza. E non a caso Valerio Cuccaroni ne ha fatto la formula del suo La poesia ibrida (edito da Biblion) che tocca gli esperimenti multimediali, anzi più precisamente intermediali, dalla poesia visiva alla videopoesia, dalla poesia elettronica fino al Poetry Jockey.
È un saggio che si muove su un territorio di interscambi artistici tuttora in corso e che quindi possiede molti stimoli rivolti al futuro. Così esordisce Cuccaroni:
Nuovi tipi di testualità si producono, nelle opere poetiche, dall’ibridazione del linguaggio verbale con quello musicale, per-formativo, visivo, informatico. Accanto al genere lirico, predominante nella modernità sino alla fine del Novecento, si è costituita, soprattutto grazie alla diffusione dei dispositivi audiovisivi e all’avvento di internet, la galassia della poesia ibrida.
E aggiunge subito dopo: «È una galassia in formazione, difficile da perimetrare». È possibile, tuttavia, ripercorrere i caposaldi storici con i vari pionieri, che sono, guarda un po’, autori con i quali ho avuto rapporti amicali: Lamberto Pignotti per la poesia visiva, Gianni Toti per la videopoesia, Giovanni Fontana per il “testo sonoro”, Nanni Balestrini e Caterina Davinio per la poesia elettronica, tutto un terreno di sperimentazione al di là dei confini del cosiddetto “testo lineare”.
Dove sono importanti anche le precisazioni sull’uso della ibridità. Per esempio, a proposito dei collage di Pignotti (che Cuccaroni descrive con una esattissima ecfrasi) troviamo colta davvero bene il rovesciamento che avviene delle immagini pubblicitarie:
I collage di Pignotti con le figurine dell’amore sono un atto di svelamento della verità che si cela dietro l’ideologia, dietro la propaganda, dietro gli slogan. Con una mimesi diretta della società dei consumi e un montaggio straniante Pignotti ci mostra qual è il meccanismo di seduzione con cui il capitalismo ci induce a servirlo, così come il feudalesimo induceva a servire il signore.
Ironia e straniamento che ancor oggi forniscono lezioni decisive.
E vediamo che in generale, nell’ampio ventaglio delle soluzioni (tra avanguardia e postmoderno e anche con casi più tradizionali) l’ibridità porta con sé due ordini fondamentali di conseguenze: 1) lo sconfinamento, l’uscita fuori di sé e dagli steccati dei generi e dei modi configurati dall’abitudine, fuori quindi anche da una certa ritualità estetica; 2) il rapporto con la tecnica che il secondo mezzo costringe ad avvicinare, per cui il poeta si fa artista figurativo, attore, videomaker, ecc. – e l’opera prende una certa tendenza all’impersonalità, evidentissima nel collage sopradescritto (Pignotti non dice niente di sé, però molto, moltissimo, sul sistema della comunicazione che lo circonda). La contaminazione può arrivare fino all’ultimo grido come nell’ultimo capitolo dedicato al PJ (Poetry Jockey) Luigi Socci e alla sua ripresa, tra l’altro, del testo e della voce di Sanguineti. Che suggerisce a Cuccaroni la frase finale del suo libro:
Socci, nelle sue vesti di PoetryJockey, ha travestito il gioco verbale di Sanguineti in un gioco musicale, praticando la poesia a modo suo, prendendo quindi in parola il pre-testo, allo stesso tempo tradendolo e straniandolo, allo scopo di riattivarne la carica libertaria.
“Straniamento” e “carica libertaria”: come non essere d’accordo? Viva l’ibrido, dunque e che in una società multietnica l’arte ci insegni che l’identità è sempre mista. Siamo tutti un po’ ibridi, n’est-ce pas?