Convinzione, conversione o cosa?

Ti trovi con uno che non la pensa come te. Cosa fai? Provi a convincerlo?
Beninteso, qui non c’è alcuna indicazione di tecniche psicologiche per far pensare gli altri come vuoi tu – nel qual caso questo sarebbe un blog come gli altri… La questione che mi interessa e che, come si vedrà subito, è fatta di serpenti che si mordono la coda, è di come spostare posizioni consolidate, di come scalfire il senso comune: insomma, quella che si potrebbe chiamare una strategia illuministica oppure una critica dell’ideologia.
Le quali si basano, in sintesi, su questo presupposto: “non sanno quello che fanno”. Allora con-vincere significa far aprire gli occhi alla cecità, risvegliare il dormiente, sanare l’errore con qualsiasi mezzo, di argomenti o di arte (nel qual caso “impegnata”).
Ultimamente, però, si è insinuato il tarlo della ragione cinica con la formula: “sanno quello che fanno, ma lo fanno”. Di fronte ad essa, il convincimento sembra inutile, una fatica sprecata.

A questo punto, qualcuno ha proposto come soluzione: la conversione. Che sarebbe un termine, per altro, appropriato (se “ad U”) all’esigenza di invertire il corso disastroso del mondo. Mentre la convinzione rappresenta un appello alla ragione (ormai in disuso, per tutta una serie di motivi), la conversione contiene, in tutta evidenza, un riferimento religioso ad un evento miracoloso. L’istante inatteso che, a un certo momento imperscrutabile, stravolge la persona e non a caso è stato visto come un trauma improvviso, una caduta (San Paolo docet); allo stesso modo, come unica rivoluzione pare che ci sia rimasta la catastrofe.
Se ciò fosse, ammesso e non concesso, non resterebbe che attenderne l’avvento senza far nulla. Oppure… Scartata (sebbene in via puramente ideale) l’opzione della forza, in quanto la persuasione coatta svanisce insieme alla coercizione, rimane però l’ipotesi dei fautori dell’apostolato, cioè che la conversione possa essere, per così dire, aiutata ad avvenire. E in particolare è stato sempre portato avanti il valore dell’esempio. Non soltanto il tipo tacito del semplice comportamento esibito, ma: a) il rapporto di coerenza tra la parola del proponente e la sua vita e correttezza morale; b) l’intensità della azione di convincimento che manifesterebbe una profonda adesione da parte del proponente; c) non da ultimo, l’atto di cercare di convincere qualcuno che presuppone una stima verso di lui come persona in grado di intendere.
Ancora di nuovo, qui, il serpente si rimorde la coda sua. Perché la conversione, nel suo aspetto mistico-magico, è qualcosa che viene in grazia di una Grazia non prevedibile. Guardando da un’altra prospettiva, potremmo dire che si convince solo chi è già convinto. Diceva la canzone: “è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già”. Si deve, cioè, essere messi preventivamente in una posizione adatta a recepire. Terry Eagleton, nel suo libro sull’ideologia, portava l’esempio basico dello schiavo incatenato ai remi di una galea: è chiaro che non ha bisogno di essere convinto che la sua posizione è negativa e sa benissimo che sarebbe meglio, potendolo fare, buttare a mare il suo aguzzino e scappare il prima possibile. Eagleton, nella sua consueta ironia, immagina invece che gli intellettuali postmoderni si diano da fare, con esiti ovviamente ridicoli, per spiegare allo schiavo che il suo è un problema di linguaggio:

Lo schiavo della galea potrebbe essere informato da qualche strano analista del discorso, incontrato in qualche porto, che gli interessi che ha iniziato ad articolare non sono affatto un semplice riflesso passivo della realtà sociale, e che farebbe bene a prendere sul serio la questione. Egli apprezzerebbe senz’altro la forza dell’argomento, ricordando i lunghi anni in cui credeva che essere frustato a sangue dal capitano dell’imperatore era un onore indegno di un verme come lui, e ricordando la dolorosa lotta interiore che lo ha condotto alle attuali, più illuminate, convinzioni. Egli potrebbe giungere alla conclusione che l’“oppressione” sia una questione interna al discorso, nel senso che una condizione è identificabile come oppressiva solo per contrasto con una condizione meno o affatto oppressiva, e che possiamo capire tutto ciò esclusivamente attraverso il discorso. (…) Lo schiavo della galea, comunque, sarebbe sgradevolmente colpito se qualcuno gli dicesse che il senso di tutto questo è che egli non è “realmente” oppresso. Forse non accoglierebbe questo giudizio con la leggerezza e la disinvoltura tanto apprezzata da certi teorici postmoderni. Inoltre, insisterebbe ad affermare che l’oggetto della discussione, qui, era certamente un’interpretazione, quindi sempre confutabile in linea di principio, ma ciò che l’interpretazione rafforzava era l’oppressività concreta della situazione.

Certo, oggi, tale “oppressività concreta” non sembra più così evidente o almeno non così evidentemente decisiva, dato che si preferisce essere sfruttati che disoccupati. Come si può rispondere al calcolo degli interessi e dei vantaggi? Rifare i calcoli significherebbe affermare che coloro che “sanno quello che fanno, ma lo fanno” non sanno poi tanto bene quello che fanno (non ne valutano le conseguenze a lungo termine, ecc.).
Una volta mi capitò di affrontare questo problema a proposito dell’estetica, e finii nell’affermazione che il critico avrebbe dovuto dimostrare al lettore o fruitore che “non gli piace quello che gli piace”. Messa così, la frase suscitò scandalo, data l’evidente assurdità. Diciamo allora, con minor insulto alla logica, che ciò che gli piace non gli conviene (in fondo, la stessa cosa fanno i medici, quando ci mettono a dieta). Qual è il problema? Che, mentre prima l’opera di convincimento pareva contenere una sostanziale stima dell’interlocutore (con cui vale la pena discutere), adesso vi si scopre invece una assoluta disistima (dato che gli si dice che si inganna verso se stesso).
Come evitare la ubris della critica che si ritiene superiore? Se ci rivolgiamo a coloro che “non sanno quello che fanno” dovremmo presumere di sapere quello che facciamo. La mancanza di questa sicurezza mina chiaramente l’opera di convincimento. D’altra parte, se si è materialisti, ci si trova in una contraddizione. Marx dice che “l’essere sociale determina la coscienza” e quindi ogni coscienza, anche la sua, rimanda a un essere sociale che le sta sempre dietro (cioè è inconscio). Insomma, vediamo bene che i cosiddetti “progressisti” non possono essere che dubbiosi in quanto ritengono i Valori con la maiuscola parte integrante del Potere e la sicumera tracotante un indice di sospetta prevaricazione. Ecco allora un altro inghippo: se il trionfalismo appare trucido con tutta la sua euforica esultanza e di conseguenza la sconfitta risulta l’unica sorte umanamente accettabile, non viene a cadere l’obiettivo stesso del tentativo di convincimento degli altri?
Non del tutto: il convincimento potrebbe benissimo essere negativo. Si cercherebbe di convincere non ad accettare una posizione consolidata, ma a demolire la propria posizione consolidata. Senonché, si dà il caso che siano proprio i soggetti subalterni non garantiti ad avere bisogno, nella precarietà di vita in cui si trovano, di solidi appigli di tipo identitario e religioso (in buona sostanza pre-moderni).
Ora, a portare avanti l’opzione autocritica ci si trova di fronte a questo passo di etica umiltà: provare a pensare che il nostro opponente abbia ragione. Ciò sembrerebbe una resa incondizionata e un rovesciamento rovinoso dal voler convincere al venire convinti. Ma non è detto: provare a pensare che l’opponente abbia ragione può significare assumere proprio la sua logica per dimostrargli che non la segue fino in fondo. Contrapporre all’utilitarismo un moralismo indignato, come oggi pare scelta diffusa, non è altrettanto efficace quanto l’assumere proprio l’utilitarismo, ma in visuale più ampia, dimostrando come, se non si considerano tutte le spinte e controspinte, sia dannoso proprio a se stesso.

13/10/2025

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