Storie! Storie! È quello che il pubblico desidera, che vuole, che consuma con passione, una storia tira l’altra altrimenti se ne sente l’astinenza, le storie prendono, tirano e si vendono… La curiosità indiscreta del lettore comune (sebbene in diminuzione numerica perché attratto da ben altre “serie”) ne fa man bassa e tanto più se storie di dolore e sofferenza, aureolate dal fatto di essere prodotte da esperienze autentiche, patemi dell’autore stesso in carne ed ossa. Prendono, tirano e si vendono ancora le storie del soggetto familiare, teste l’ultimo Strega con uno del padre e uno della madre, così da non far torto a nessuno in par condicio. Siamo avvolti nelle storie (e anche la retorica politica ce ne racconta un sacco).
Mi ha incuriosito, allora, il titolo dell’ultimo libro di Andrea Inglese, Storie di un secolo ulteriore, edito da DeriveApprodi. Non solo il titolo generale, ma anche il titolo dei singoli brani (o raccontini) contiene la fatidica parola: Storia del giro, Storia con cadaveri, e via di seguito “storieggiando” fino alla fine. Che si sia convertito all’andazzo corrente? Ma da Inglese, poeta prestato alla narrativa e proveniente dall’esperienza “fuori dei generi” dell’antologia Prosa in prosa, dove sta proprio in prima posizione con i suoi Prati, c’era da aspettarsi qualcosa di diverso. E infatti.
Raccontini? Di sicuro c’è la brevitas, tranne che in qualche caso poco più espanso – e che quindi guadagna qualcosa in narratività, – altrimenti è più che altro uno spunto, un quadro, una “inquietudine irrigidita”. E si ha l’impressione che la molteplicità dei brani, superiori alla quarantina, serva soprattutto alla sperimentazione di diverse prospettive e di diverse tecniche.
Il titolo generale, accanto all’indicazione delle “storie”, aggiunge il riferimento a un “secolo ulteriore”; quindi racconto fantastico rivolto al futuro? Solo in parte: è vero che si apre con uno stranissimo “giro” (Storia del giro) alquanto costrittivo, comprendente animali e alieni, però poi magari ci sono scenari apparentemente normali e quotidiani come la scuola del professor Muletti, incapace nel chiudersi bene i calzoni o la riunione di condominio. Diciamo che l’ulteriorità significa solo un piccolo passo in più rispetto al grottesco e all’inverosimile del nostro presente le cui storture, magari prese di sguincio (perché come vedremo l’impegno di Andrea Inglese è essenzialmente umoristico), ci sono tutte e ben diagnosticate.
Nella molteplicità dei casi si alternano “storie di” e “storie con”, soggetti narranti (preferibilmente candidi osservatori) e narratori plurali (il “noi” di un portavoce, ma addirittura un pullulare di narratori con imprevedibili complicazioni, come nella Storia con fagioli: «Qualcuno di noi, addirittura, potrebbe fare il doppio gioco: il narratore per conto terza, da un lato, e il personaggio in prima persona, dall’altro»). E ci troviamo davanti a personaggi dai nomi strabilianti, quali Teraldo, Odalzo, Anarmando, Nisrina, Madessa, Garagalla, Britto e via dicendo.
Non è possibile in questa sede passare in rassegna i singoli brani, per altro animati da un continuo, vorticoso, cambio di scena. Vorrei piuttosto mettere in evidenza il processo di straniamento che li attraversa, dandone alcuni esempi evidenti. C’è l’ottica che improvvisamente ci mostra le cose come sono, come avviene riguardo alla scuola, luogo dove «obbligano a leggere cose assolutamente inutili e a imparare a memoria nomi di persone morte secoli fa o addirittura nomi di persone mai esistite» (Storia con Luigi Rinaldo). Ma soprattutto colpisce l’ottica ironica al modo della Modesta proposta swiftiana: si tratta magari del progressivo slittamento dall’accudimento al cinismo, come in Storia con asilo, dove la “presa in carico” dei rottami umani, in prima battuta ammirevole, va a slittare nel finale in una forma di sprezzante utilizzo:
E terminato il periodo di accoglienza, ognuno può portarsi a casa un certo numero di disgraziati. (…) Non si tratta di forme di schiavismo domestico, come sostengono alcuni. È un modo di prolungare indefinitamente l’accoglienza, ma senza l’ingombro della comune umanità. A casa, alzo raramente le mani nei confronti dei miei «assistenti». Li uso soprattutto come partner sessuali eterodiretti, anche perché, a parte spazzare un po’ per terra e portare su per le scale le borse della spesa, non sanno fare granché con le loro mani.
Mentre sfrontata fin dall’inizio è la perorazione della Storia con lotteria, in cui si difende il programma di scommesse sul decesso di piccoli pazienti, la “Lotteria pediatrica”, con l’argomento che, per la legge dello spettacolo, rende pubblico il dolore e conforta i familiari con vincite milionarie. Parla l’ideatore del programma:
Chi avrebbe mai visto quel dolore? Chi lo avrebbe mai scoperto e considerato, se non ci fosse stata Lotteria in pediatria? E, certo, è facile oggi scandalizzarsi per l’abbinamento tra un gioco basato sulla fortuna e qualcosa di grave e triste come la vicenda di bambini che, ogni giorno, in un ospedale pediatrico affrontano il rischio di morire. Ma di questa straziante ed eroica vicenda chi si sarebbe in-teressato, se non l’avessi associata all’idea della scommessa?
Con questi procedimenti (dove il lato cattivo si demistifica da solo) e altri simili, Andrea Inglese, grazie al tono dell’ingenuità e dell’evidenza tranquilla (letteralismo?), è in grado di dire cose che altrimenti si perderebbero in una inutile retorica del pathos e della commozione. A volte è davvero drastico: «Non siamo più esseri umani da un bel pezzo» (Storia della perduta umanità). Lo stesso avviene nei riguardi della guerra – in tempi nei quali le cose «Non vanno bene di nuovo, per l’umanità. L’umanità non riesce a essere umana, per un sufficiente lasso di tempo» – e arriva un esperto a spiegare (Storia con esperto):
C’è una guerra, ancora brutta come le altre, ferrea e incontrovertibile come tutte le precedenti. Si è messa in moto così alla leggera, come una sorta di scommessa, di smargiassata in grande stile, e subito ha trovato le sue mille ragioni per esistere, per continuare, per affondare ancora meglio nella realtà, per contaminare tutto con i suoi modi feroci e semplici: sparare, bombardare, imprigionare, torturare. Sembrava tutto già pronto. Sembrava che non facessimo altro che aspettarla, da mesi in realtà, forse da anni. Com’è possibile, infatti, che riesca così bene ogni volta la guerra? Che sia così perentoria? Che funzioni attraverso ogni meccanismo piccolo e grande, attraverso ogni volontà, riottosa o entusiasta? Noi sappiamo che in fondo è una cosa improvvisata. Un capriccio che ci costerà molto caro. Eppure siamo ogni volta prontissimi, ben allenati, disposti all’istante ad accoglierla in tutta la sua serietà e vigliaccheria.
E ancora bisognerebbe parlare della parodia (gustosissima quella che corregge il testo di Paolo Giordano in Storia con sette finali alternativi di Tasmania); nonché di quegli scarti di taglio onirico che intervengono un po’ dovunque a rendere “strana” questa prosa. Poi ci sono dei brani interposti, ma non regolarmente, privi di titolo che sembrerebbero essere, per via dell’indirizzo a un “tu”, rivolti al lettore come esortazioni, non fosse un certo spessore enigmatico (vi si parla, tra l’altro, di un discorso che «vuol essere un discorso poetico»); come pure un’aria metanarrativa ha la conclusiva Storia con dispiacere, che dà ripetute avvertenze della chiusura del testo (anche se «ci aspettavamo tutti di più»).
Ma forse l’avviso principale si trova in Storia con pendenza: in un’epoca che ha perduto certezze, «Andando a tastoni, sempre alla cieca, manteniamo alta la vigilianza». Che sia questa la definizione della ricerca?
05/02/2025