Come normalizzare uno scrittore abnorme

Come normalizzare uno scrittore abnorme? Un sistema sicuro è rifarsi alla sua biografia. Infatti la vita non potrà mai essere altrettanto “differente” quanto la scrittura. Basta grattarla un poco e affioreranno miserie umane, rancori e rimorsi, puerilità ed egocentrismi che, insomma, renderanno quell’autore – che a prima vista sembrava inarrivabile – tutto sommato molto simile a noi. Tanto più nel caso di scrittori che della biografia hanno messo ben poco nella loro scrittura: questo peccato contro il senso comune letterario che esige sulla pagina la confessione prima o poi lo pagheranno…
Mi è successo un po’ di anni fa di capitare in una presentazione dedicata a Giorgio Manganelli, e lì, per l’appunto, questo testardo narratore di “inesistenze”, che il lettore voleva «provocarlo, irretirlo, sfuggirgli», che la sua, dichiarava, «non è letteratura affettuosa, non accarezza i cani», ecco veniva sistemato a dovere attraverso gli episodi di impulsiva passione, la fuga in lambretta e soprattutto le donne. Il Manganelli innamorato! E dunque, alla fin fine, ricondotto a dimensioni compatibili con la media.

La stessa cosa è successa a Samuel Beckett con il biopic Prima danza, poi pensa. E non parlo del titolo, di quella citazione estrapolata dall’Aspettando Godot che già ho cercato di discutere tempo addietro con un articolo su questo stesso blog (Ballare o pensare?). Anche nel caso di Beckett la “punizione biografica” va a colpire uno scrittore che si è sempre tenuto lontano dalla confessione e che, se parla di sé, lo fa con mille trasposizioni e quindi senza alcun compiacimento narcisistico nel mostrarsi, semmai nell’ambito della decostruzione dell’io. Quanta differenza tra il film su Beckett, che ne mette a nudo l’intimità, e invece il film di Beckett, intitolato Film, dove Buster Keaton cercava di sfuggire in ogni modo all’occhio vorace della cinepresa!
«Nemmeno me stesso ho mai saputo raccontare», dice Malone muore. E Beckett è uno dei massimi apici del Novecento proprio nel momento in cui riduce al minimo il personaggio, togliendogli perfino il nome (L’innominabile) e perviene a un’autocritica della rappresentazione. Uno che sembra non avere mai toccato il fondo di quello che gli altri reputano “fallimento” o “peggioramento”, invece apertamente aspirandovi, come dimostra quello straordinario testo che è Worstward Ho, tradotto da Gabriele Frasca con Peggio tutta:

Parole che peggiorano ignoto di chi. Provenienza ignota. A tutti i costi ignota. Ora al fine di dire al pessimo loro soltanto loro soltanto loro. Ombre del vuoto fosco tutte loro. Niente salvo quello che dicono. In qualche modo dicono. Niente salvo loro. Pessime al punto che possono sempre mai fallire il peggio da dire.

Per l’appunto la biografia viene a bonificare queste parole volenterosamente vuote. E magari le cosparge di psicoanalisi, con le immagini della madre rigidissima; rende lo sguardo retrospettivo in dialogo con la coscienza una sorta di pentimento tardivo, che magari riguarda pure il suo “talento sprecato” a causa della pervicacia a seguire il modernismo radicale; e soprattutto umanizza l’inumano attraverso i problemi di cuore e le avventure galanti. Quando Samuel e Suzanne si scambiano il loro «Ti amo – Anch’io» il gioco è fatto. E non voglio negare che sia verosimile: è molto probabile che quelle parole Sam le abbia dette, come ognuno di noi, ma la loro messa in evidenza vuol dimostrare due cose: una, che il nichilismo, allora, era soltanto una posa esteriore, in deroga alla legge non scritta della sincerità; oppure la seconda, che l’abrasione dell’opera non è altro che una difesa dal tormento esistenziale. Heideggerizzare Beckett non è difficile: basta prescindere dall’ironia e dal grottesco e trascurare il rigore del suo progetto di “sottrazione”.
Né vale la pena di contare le inesattezze del film: la mancanza del fratello Frank e del figlio maschio di Joyce, delle attività sportive o altro. La stessa scena fondamentale della consegna del Nobel è tutta immaginaria (al premio andò l’editore). Ma il punto è un altro. È che la sua letteratura (in poesia, narrativa e teatro), nel film è come non esistesse se non nell’ammirazione di un “genio” che alla fine appare più un fardello nevrotico che non la traccia di un io essenzialmente progettante e operativo.
La lezione accennata da Joyce, che nella scrittura non conta il “cosa” ma il “come”, non riceve alcuna spiegazione sulla tendenziosità del “come”, vale a dire manca completamente la linea divisoria tra il consueto e l’abnorme, tra narrativa corriva e avanguardia. Del resto, in quella stessa scena, viene ridimensionato lo stesso Joyce, con i suoi fastidiosi problemi familiari.
Va bene che Beckett è un autore tale da provocare una eccessiva “angoscia dell’influenza” (ogni volta che mi accingo a scrivere, mi scoraggia l’idea che non sarò in grado di fare meglio, cioè “peggio” di lui…), tuttavia questo è troppo, liberarsene insieme a tutta la scrittura non risolve certamente il problema. Non dico che andrebbero proibite le biografie; anche il Meridiano da poco uscito (Romanzi, teatro e televisione, per cura sempre dell’ottimo Frasca) reca all’inizio la sua brava Cronologia che anzi è utile andarsi a rileggere per scoprire tutte le alterazioni del film. È chiaro che la vita e la storia che la contiene hanno inciso sull’opera, è fin tropo banale dirlo. Ma l’opera vale se ci mostra un’eccedenza rispetto alla sua base. Ricondurre l’opera alla biografia è operazione di critica, per così dire, genetica. Resto convinto che ciò che conta non è da dove provenga la scrittura (se nasca da rapporti distorti, da sofferenze psichiche, da tare ereditarie o da quello che volete), ma l’effetto che produce su di noi, ciò che vuol fare e ciò che vuole farci fare. A prescindere dalle intenzioni stesse dell’autore. Tanto più a prescindere dai suoi dolori e dai suoi amori.
Purtroppo oggi prevale l’idea che la lettura serva essenzialmente all’empatia con lo scrivente dietro la pagina e questa propensione – che in sé sarebbe moralmente lodevole – viene banalizzata nella “indiscrezione” di conoscere le “vite degli altri”, venduta come merce biografica. E certo non c’è niente di più “comodo” che raccontare la vita dello scrittore, invece di fare i conti con i suoi testi scontrosi e complicati.

04/03/2024

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.