Nel labirinto del sogno

Dopo aver già intrapresa la via del romanzo (ricordo Una giornata cosmologica, del 2017), Giuseppe Finocchiaro torna alla narrativa lavorandola, per così dire, ai margini, con un libro fatto di quella “materia impalpabile” che sono i sogni. Titolo: I sogni di Nìlfilo, editore Palombi.
Guadagna in un colpo solo due vantaggi: la frammentarietà e l’onirismo. Un libro fatto di sogni sarà, infatti, costituito di testi brevi, ripartendo ogni volta da capo per direzioni sempre diverse. In più, la narrazione oniroide garantisce della massima libertà, non ha bisogno di nessuna coerenza, sia pure fantastica. Al massimo, lo scritto sarà tenuto insieme da una cornice, che in questo caso è costituita dai corsivi iniziali di ogni sezione, dove il sognatore da sveglio dialoga con l’«Onironauta», raccoglitore e collezionista di sogni che fa anche da chiosatore e stimolatore dialettico. I sogni si trovano raggruppati in piccoli insiemi che alludono a cambiamenti stagionali. Il tutto si pone, poi, come una riscrittura dell’Hypnerotomachia Poliphili, lo straordinario testo magico-allegorico pubblicato alle soglie del Cinquecento in una lingua ibrida. Lo si ritrova, qui, debitamente rovesciato: i protagonisti, Polifilo e Polia vengono messi al negativo e diventano Nìlfilo il sognatore e Nilia la donna sognata che nella prima parte lo sfugge, nella seconda gli si concede; le due parti del libro riceveranno rispettivamente il titolo di Terra e Cielo.

Se un libro di sogni presenta dei vantaggi ed evita d’emblée gli schemi e gli standard del romanzo di consumo, tuttavia non va senza incontrare nuovi problemi. Infatti, come si fa a trascrivere un sogno? Inevitabilmente, il sogno riportato in pagina sarà lacunoso, sconterà la differenza tra le immagini di cui era fatto e le parole che lo traspongono, potrà modificarsi per l’intervento di memoria del soggetto ora cosciente. Finocchiaro ha bene presenti questi inconvenienti e non manca di sottolineare le commistioni tra sognatore e scrittore, magari mettendo in dialogo l’“io supero” e l’“io infero”. Mescolanze del resto prevedibili, dato che il sognatore viene definito «libraio da sempre» e si dimostra letterato ben colto, basta il fatto che si rifà all’antico Polifilo, “classico del bizzarro” e non proprio scolastico… I suoi saranno, per forza di cose, sogni “letterari” dotati di grande consapevolezza, magari sono addirittura metasogni (come il sogno sulla scrittura di un sogno: «Mi accingo a comprendere se il sogno che vado scrivendo sia nel medesimo tempo il sogno stesso o il sogno ancora da scrivere»), e capita anche che siano frutto di interferenza («sì, sono entrato nel sogno di un altro») e in qualche modo di partecipazione collettiva («comprendo che questo è un sogno di tutti, dove ahimé sono entrato per caso») come è appunto la letteratura, fatta di riprese, imprestiti, riscritture, citazioni.
Inutile domandarsi se si tratti di sogni autentici oppure inventati, perché non è possibile alcuna riprova o controllo. Non resta che accettare la dichiarazione del testo e inoltrarsi nel labirinto del sogno e dei suoi temi tipici, sulle tracce del perturbante: troveremo il riconoscimento del doppio, svariate modalità di inseguimento, acque a volontà, la proliferazione degli “io” e la loro “babele”. E poiché i personaggi sono stati, come accennavo, virati al negativo, non sorprenderà di trovare un sogno del nulla:

Stanotte mi sembra appunto di aver sognato, come altre volte, tale vuoto, o quantomeno un’assenza, una mancanza, una vacuità. Non ho ancora le idee molto chiare, ma mi avverto che avvengono fatti e mi sorprendono allarmanti visioni che si coagulano intorno a tale vuoto di assai difficile definizione, tanto visiva che sonora. Di certo mi trovo in un deserto, vedo dune dolci accarezzate da un vento leggero che fa volare bassa la sabbia dorata e che emette un dolce, sussurrato rumore pacato. Piano piano la sabbia s’imbibula e i miei passi, già da prima difficili, si fanno più pesanti, finché la sabbia si fa palude e i miei piedi vi sprofondano dentro. Ormai l’acqua, che sta crescendo, è diventata lago e poi, non avvistando le rive e le case sulle sponde, suppongo si sia fatta mare. All’improvviso una nebbia cimmeria cala sulla linea dell’orizzonte, e s’avvicina e m’avvolge e copre ogni cosa.

Un altro elemento ricorrente (e il sogno gradisce di “ricorrere”) è la presenza delle rovine. Un esempio è La piramide:

La sublime, vertiginosa costruzione ha tutt’intorno rovine di fregi, capitelli, archivolti, cornici, trabeazioni e frammenti di statue crollate a terra, sparse qua e là, sopra le quali è cresciuta una vegetazione spontanea e infida, da rudere storico, anzi direi digià storicizzato.

E la rovina è esattamente in connessione con il sacro, per l’esattezza una sacralità ormai perduta:

Credo di trovarmi in una città divina, seppure già antica e in rovina. Misuro con passi lesti quel che è rimasto del primo perimetro, del secondo e poi del terzo, e tutto sembra rispondere a una geometria aurea ancorché cariata e ormai incerta. Si leggono ancora le forme e i numeri che da secoli stanno li a provare la sua costruzione di spazio, oserei dire, sovrumano dove le fondamenta decrepite sono affatto scomparse. E solo l’assenza di piante e d’erba a postulare gli esatti confini delle imponenti e sublimi fabbriche sotterranee, e a legittimare quel che manca alla vista, a decifrare il corroso disegno. Intravedo le poche, sontuose muraglie ancora rimaste in piedi dove in cima crescono i capperi e in basso gli acanti che coprono altre rovine ammucchiate e pietre rovesciate e macerie.

Sarà un’idea fissa la mia, ma l’interpretazione che m’insorge è di trovarmi davanti a una allegoria della sorte della letteratura nel momento presente. Precisamente la fine del classico nel degrado della lingua rappresentata dal rifacimento del mito della Torre di Babele («Ormai si era arrivati al punto che si preferivano alla lingua scritta, assalita da un morbo mortifero assai più di quella sonora, i graffi, i tratti, gli intagli, gli emoji e i geroglifici, che del resto dovevano appaiarsi a gesti e berci, ma anche a ghigni, urla e lazzi»). Lo confermano anche alcuni sogni dell’ultima sezione: nemmeno l’imbarco per Citera insieme all’amata Nilia può ammorbidire la situazione e vediamo, uno dopo l’altro, “posteri” nei panni di ladri d’appartamento, l’impietrirsi e il museificarsi in statua, l’apparire di un “nimbo” (l’aureola baudelairiana?) che non si sa bene se sia centrale o periferico, forse “inconsistente” e “insignificante”…
Lo sguardo del sogno sembrerebbe allora rivolto all’indietro a una sorta di sublime eclissato nel mondo odierno. Sembrano confermarlo anche le immagini grafiche intercalate nel libro ad opera di Giuseppe Vannini, un’operazione un po’ alla de Chirico, però con qualche indice di caduta e di rottura in più rispetto al precedente “metafisico”. Si recepisce un senso di crisi diffuso dappertutto, che si fonde con il perturbante del sogno.
Ma qui si apre un ulteriore problema, quello del linguaggio. Qual è il linguaggio equivalente al sogno? A suo tempo, nel Capriccio italiano, Sanguineti aveva adottato, per adeguarsi all’illogico, un “sottoparlato”. Finocchiaro compie la scelta inversa, quella dello “stile alto”, come se il mondo “infero” corrispondesse alla nobiltà letteraria dismessa. Personalmente, come sapranno i miei lettori, resto legato alle sfide e al disordine dell’avanguardia; tuttavia, negli ultimi tempi, entro sovente in contatto con testi volti ad individuare il “represso” nella crisi della Cultura con la maiuscola. E in fondo mi rendo conto che entrambe le soluzioni hanno, in fin dei conti, lo stesso scopo, cioè il salvataggio residuale della letteratura.
Quanto all’autore, nel momento in cui si espone, nel brano finale, fuor di finzione (e moltiplicando così specchi e labirinti) è lui a dire di essersi «assicurato il regno di un chiaro inganno, di un antiromanzo, di una superfinzione, di un vuoto e inutile trasumanare».

1 commento su “Nel labirinto del sogno”

  1. Interessantissima scrittura, quella che s’innesta sul sogno e lo conduce nel dominio del linguaggio convisibile in forma narrativa. Un esercizio notevole di controllo della forma, grazie per averlo segnalato.

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