Un nuovo ciclo di seminari sulla narrativa

È iniziato un nuovo ciclo di seminari della LUNA, dedicato alla narrativa. Ha per titolo, appunto, Critica della narrativa e si svilupperà analizzando di volta in volta un romanzo indicato collegialmente dai partecipanti (che formano ormai un gruppo, per così dire, “storico”).
L’incontro introduttivo ha gettato le basi dei diversi livelli in cui si articolerà (o si potrà articolare) l’analisi di ciascun testo. Naturalmente il primo passo è stato di prendere le distanze dall’andazzo attuale che – a partire dalla colonizzazione della narrativa da parte del mercato – privilegia il rapporto diretto tra libro e lettore e riduce ogni valutazione al dato di fatto che il testo abbia fatto “presa” oppure no, che abbia o meno facilitato l’immedesimazione nel personaggio, che sia riuscito ad attrarre così bene il lettore fino all’immersione, cioè all’illusione di stare vivendo le vicende raccontate. Questi aspetti non risultano sufficienti a un’ottica critica. Bisognerà allora procedere con attenzione per arrivare a capire che cosa venga trasmesso in uno stato che appare, nei casi sopra descritti, simile alla trance e alla possessione.
Chi volesse seguire il dibattito, può trovarne l’audio a questo indirizzo:

L’introduzione ha proceduto ad illustrare tutti i livelli utili alla critica. Per quanto riguarda il contenuto, che è il livello più immediato ed elementare, esso può dar luogo a varie prospettive, storiche, sociologiche o etiche, senza dimenticare la forma del contenuto; gli strumenti elaborati dalla narratologia possono ancora essere utili per descrivere l’intreccio e le sue deviazioni rispetto all’ordine cronologico e alla durata – il nome che qui ancora fa scuola è quello di Genette che ci ha lasciato una terminologia importante anche sul problema del narratore (omodiegetico, eterodiegetico, ecc.); dalla semiotica di Greimas si può riprendere il sistema dei personaggi, o meglio dei ruoli attanziali e magari farne risultare le deroghe come il cambiamento di ruolo di un cattivo che si rivela buono e viceversa; da Bachtin possiamo trarre altresì spunti sull’eterogeneità del romanzo e sul plurilinguismo; da Benjamin sul montaggio, la frammentarietà e l’allegorismo; né va dimenticato lo stile – utile al nostro lavoro sarà anche il metodo della campionatura insegnato da Auerbach; servirà, a sua volta, l’ausilio della retorica e delle sue figure, per vedere quali siano prevalenti in ciascun caso e quali sfumature di significato apportino; e come la retorica ha in generale un valore dimostrativo così l’analisi ha da andare a parare in una critica dell’ideologia (chiedo venia del termine antiquato) da condurre con le cautele del caso perché l’ideologia propriamente letteraria (generi, codici, forme egemoniche) si connette in modi tutti da verificare con l’ideologia generale immessa nel linguaggio, dato che qualsiasi romanzo trasmette modi di comportamento, valori, ecc.
Non è davvero poco. Per di più il dibattito ha aggiunto altra carne al fuoco sul problema del rispetto della storicità specifica e sulla confusione oggi in atto tra la narrativa e la narrazione o racconto “naturale”.

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