ROBERTO DI MARCO

LA LETTERATURA CHE NON C’E’

Roberto Di Marco è stato uno dei protagonisti del dibattito teorico e della scrittura creativa e sperimentale del secondo Novecento. La sua attività è iniziata nella temperie delle nuove avanguardie degli anni Sessanta, quando Di Marco dava vita con Perriera e Testa al gruppo della Scuola di Palermo, a latere del Gruppo 63, ma con posizioni decisamente più radicali e maggiormente propense a legare l’operazione letteraria ad un complessivo progetto di contestazione dell’esistente. Sul finire degli anni Sessanta, a contatto con i movimenti operai e studenteschi, Di Marco aderiva alla azione politica della “Nuova sinistra”, senza però smettere di approfondire la sua linea teorica – soprattutto sulla rivista «Che fare» da lui diretta insieme a Leonetti – anche nei confronti della letteratura, in polemica sia con l’impegno “meccanico”, sia con le idee di sperimentazione pura e di avanguardia soltanto “poetica”. In seguito, Di Marco avrebbe mantenuto un atteggiamento rigoroso e per questo giustamente appartato e alieno a mescolarsi con le dilaganti furberie intellettuali e con la connivenza interessata ai posti; e tuttavia nondimeno produttivo di opere assai significative. Ricordiamo un suo importante testo di teoria intitolato Oltre la letteratura, un tentativo di individuare un possibile uso divergente della scrittura nell’epoca dell’Aziendalismo e della “Letteratura d’accatto”. Ancora, nell’ultimo periodo, Di Marco ha lavorato con vari interventi per approfondire l’analisi e la demistificazione critica della nuova situazione del capitalismo “postmoderno”. E il suo apporto è stato fondamentale nella ripresa del dibattito sull’avanguardia, avendo egli curato insieme a Filippo Bettini l’antologia Terza Ondata, uscita nel 1993, che faceva emergere l’ampio strato di “insorgenza letteraria” esistente in Italia così rilanciando la prospettiva antagonista.
Quanto alla propria scrittura soprattutto narrativa, Di Marco si è segnalato fin dagli inizi di Fughe (1966) per il deciso abbandono nel realismo immediato e la produzione di una testualità “conoscitiva”, “allegorica” e autostraniante, dove l’azione e i personaggi vengono frammentati per essere esaminati nel loro farsi e, in certo senso, “tenuti in sospeso” sotto uno sguardo speculativo ed ironico. Passando poi per Telemachia, Corrida e commentario, L’Orto di Ulisse, fino a La donna che non c’è (di cui attendiamo la prossima pubblicazione) la scrittura “immaginativa” di Di Marco dimostrava tutta la sua originalità e la sua refrattarietà agli standard dominanti. Si potrebbe parlare di una ripresa del mito (non per niente nei suoi titoli ricompaiono i nomi del mito classico, quali Ulisse e Telemaco), precisando però che si tratta di una “mitografia critica”, continuamente attraversata e interrotta dalla riflessione e dalla lama dissacrante della teoria e della politica. Un raccontare che non è  mai scisso dal pensare e che vuole proiettarsi verso un agire radicalmente “non conformista”.

Ora, proprio a partire da questo percorso, si potrebbe arguire che la Donna che non c’è (titolo del suo nuovo romanzo) sia proprio la letteratura. Ma non è l’unica a “non esserci”, nella situazione attuale: ugualmente lo stesso potrebbe valere per la rivoluzione, l’utopia e quant’altro purtroppo ci manca. E potrebbe anche essere l’allegoria dell’allegoria: perché no? Nella sua tradizione spesso l’allegoria è donna… In ogni caso, la stessa “assenza” di questa figura centrale, per tutto il testo evocata e sempre sfuggente, costituisce un riferimento aperto, e quindi induce il processo di una allegoresi multipla e complessa, non risolvibile con una univoca attribuzione di senso. Altrettanto, a volerla prendere alla lettera (che la “donna che non c’è” sia soltanto la donna?) quello spazio rimasto vuoto si presta ad essere colmato di volta in volta da numerose presenze. La donna “non c’è”, e va bene, ma il testo di donne ne ospita tante, in un minuetto di personaggi, di nomi, di episodi (ricordati? sognati?) e in una sarabanda di ruoli che vanno dalla funzione provocatrice a quella accuditrice. E poiché la donna “non c’è” (e l’utopica “farfalla azzurrina” vola altrove, sui monti non a caso Sibillini), la logica dell’attrazione compie capriole e s’aggroviglia, né mai si soddisfa e il suo magnetismo viene di continuo accettato per essere smentito in una scherma di attrazioni e sottrazioni, di esaltazioni e di rinvii e di astensioni e di dinieghi. Dove le “incertezze dell’amore” e la stessa irraggiungibilità del fantasma mentale (perché nessuna donna che c’è può mai essere la “donna che non c’è”, è chiaro) si sommano all’istanza di non ridurre la narrazione a semplice succursale di una fabbrica del desiderio di facile contentatura – sicché anche come opposizione all’andazzo della fiction del romanzo nostrano si trasferisce nel testo il triplice imperativo, alla Borrelli, «resistere, resistere, resistere».
E allora la storia non può che svolgersi al plurale, con spunti dopo poco destinati a esaurirsi: «Ma qui, in questo metodo di scrittura, i fili si rompono continuamente», dice il testo. Il suo stato sarà, come vuole la modernità via Benjamin, quello della frammentarietà. Un racconto di capitoli brevi; che senza sosta si avvia e si interrompe; che riparte ogni volta come da capo; in cui la consistenza dei luoghi e dei personaggi svapora e si trasforma in metamorfosi secondo le modalità dell’onirismo; un racconto che sembra avvolgersi su se stesso in spire circolari («Nella scrittura giro in tondo, lo so»). Del resto, Di Marco ci ha abituati, fin dai suoi inizi narrativi, a un racconto “incoativo”, un racconto secondo la categoria della “possibilità”. Anticipando le perplessità di un lettore abituato ai contorni certi, Di Marco si commenta da sé con un «Che storia è?… Io mi arrendo». Eppure proprio lo sfuggire della coesione “letterale” della trama, avvia la proliferazione, la produzione di significati nuovi: «La dico tutta: i significati reali stanno laddove non ci sono significati», così afferma il testo.
E allora procede con gli strappi del montaggio questo romanzo-pasticcio, infarcito del linguaggio collettivo di sentenze e di proverbi, di ironiche citazioni alto-letterarie oppure popolari-trash (molte le canzonette, vecchie e nuove), oscillante tra la prospettiva finto-ingenua e semi-fiabesca, da un lato, della “casa dei nonni” e dei prati di giunchiglie, e, dall’altro lato, in stridente contrasto (per «stonature» e «disarmonie»), il tono della riflessione condotta con rigore da marxista, estremo e aggiornatissimo. Per la lingua saggistica, che parla «in termini generali», la “donna che non c’è” rappresenta l’enigma dell’amore nella attuale globalità capitalista: e dunque richiede di ragionare sulla scissione tra sentimentalità ed eros, sulla contraddittorietà e l’ambivalenza dei rapporti interumani. Un ragionare come lama crudele, perché alla contraddizione tra ideale e reale – dice Di Marco – «non c’è scampo». Da un lato l’amore è impossibile («il solo amore possibile è amare l’impossibilità di amare»), cioè non può che essere risucchiato nel feticismo delle merci e nella meccanica della «guerra dei corpi», stante la «sussunzione reale» di qualsivoglia cosa nel capitale; ma dall’altro, proprio questi rapporti che sono, per forza, imperfetti e “non-ancora-divenuti”, rimangono l’unica prefigurazione e potremmo dire l’unico propellente dell’utopia, nella prospettiva ancora praticabile di «fare mondo e cambiare la vita». E poiché nel geroglifico dell’amore c’è sempre di mezzo l’immaginario ecco allora che diventa importante la stessa scrittura narrativa, questo particolare riaggiustamento o distorsione dell’immaginazione. Ma una scrittura, però, che si faccia carico del problema nella sua complessità. Che narri ma anche discuta, che costruisca sul mito-archetipo, ma accostandogli la prospettiva critica, e la consapevolezza che si tratta sempre di figure fictae, tale essendo persino la voce che dice “io”. Nella «Modernità degenerata» e nell’«Occidente impazzito» (per usare i termini di Di Marco) un narratore che si rispetti non può limitarsi a oliare i meccanismi dell’intreccio e a ordire soluzioni compensative. Qui si instaura tutta la distanza tra una «letteratura mondana» che offre il riparo della conclusione e una letteratura «immaginale» in cui, dice il nostro autore, «non c’è mai “fine”, e dunque non c’è scampo». Il narratore “immaginale”, non-consolatorio, di cui Di Marco ci ha offerto con il suo libro un esempio così coraggioso e lucido, al fine di «resistere, resistere, resistere», deve far esplodere l’intero insieme dei nessi intellettuali, fantastici, psichici, per scrutarli a fondo nel loro “groviglio”, con irriducibile «diverbio».

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