PAOLO PELLI

CONCERTAZIONE SONORA E INDIGNAZIONE SPIRITATA

La poesia di Paolo Pelli si muove al di fuori dei facili lirismi spontanei tanto frequenti oggi, presentandosi ad apertura di pagina come un lavoro sul linguaggio e precisamente sul significante, ovvero sul corpo sonoro della parola. Ciò significa abbondanza di ripetizioni di vario genere, rime, strutture metrico-ritmiche e quant’altro. Ma sarebbe troppo comodo accontentarsi all’etichetta di formalismo, senza domandarsi la finalità di questa prassi verbale, nonché il senso che essa assume nella situazione attuale e nel rapporto con le stesse tematiche che affronta. Diciamo subito che la “concertazione sonora” è una antica risorsa della poesia, finalizzata in origine alla necessità di memorizzare il messaggio. Ce lo ricordava Sanguineti quando concludeva una sua celebre poetica in versi accennando al «contorno di adeguati segnali socializzati», che «vengono a significare poi nell’insieme: / attento, o tu che leggi, e manda a mente». Solo che la regola del gioco, quando viene rispettata anche troppo e addirittura incentivata oltre il necessario con sfrontata esorbitanza, assume una valenza “ludica” che può arrivare ad essere provocatoria: per non dire di un poeta barocco come Leporeo, basta ricordare la protesta del Palazzaschi col suo «lasciatemi divertire» e ancora lo stesso Sanguineti e il fou rire. Già Palazzeschi diceva che «i tempi sono molto cambiati» e da allora sono cambiati ulteriormente, trascorso ormai un secolo dalla trasgressione antidolorista; oggi il divieto su cui batteva la palazzeschiana richiesta di licenza si è quasi trasformato in obbligo, nell’imperativo osceno a divertirsi a tutti i costi, nella società dei “consumati consumatori”. Un cambiamento così forte (dalla proibizione all’imposizione, dal “lasciatemi divertire” all’“adesso divertitevi”), non può non incidere sul gioco poetico con le parole. E infatti oggi l’eccesso dei significanti – quell’abbondare di allitterazioni verso la paronomasia e fino allo scioglilingua, che caratterizza in molti punti la poesia di Pelli – inclina verso un significato per niente innocentemente felice e niente affatto semplicemente divertente.
Se guardiamo alle tematiche che questi versi allitteranti portano con sé, sono manifestamente – lungi, come ho detto, dallo sfogo emozionale banale – quelli della vita collettiva e del degrado del nostro paese declassato, il «Glande paese», come lo chiama Pelli con una maliziosa pronuncia estremorientale, la terra di «Re Mida» e di «Re Media», un mondo dove la libertà conclamata nasconde l’impossibilità di scelta (e la vita si fa pesante «macigno»), dove una classe dirigente impresentabile fa «rissa» e «razzia», mentre un’intera generazione viene bellamente «saltata», e l’alienazione impazza nelle false connessioni di una rete un cui si viene pescati. Ora, questi “tempi bui” di basso conio a un passo dal default sono quelli che suscitano, come oggi si registra da più parti, una sacrosanta indignazione. E però l’indignazione sa bene che, andate a farsi friggere le regole condivise e un comune sentire dell’etica, la reprimenda si perderebbe nel vento. L’indignazione allora si trasforma nella modalità spiritosa dell’ironia, della beffa, del sarcasmo. Ed ecco che riparte, compiuto un intero giro, l’istanza giocosa che sembrerebbe altrimenti non essere adatta ad argomento così serio. La forma, per altro, sia pure un gioco, ma risulta anche per rovesciamento dialettico una contrapposizione all’attuale mitologia della libertà, che nasconde pressapochismo e faciloneria: al “facciamo come ci viene” si contrappone un lavoro tecnico estremamente accurato in cui i suoni e i sensi, i significanti e i significati debbono costruire una rete di attento e meticoloso rigore, un composto in cui ogni tassello deve essere messo in modo da non potersi spostare. Una “concertazione”, io dico, pensando alla musica come esecuzione esatta, ma pensando anche alla fatica del dialogare e confrontarsi con altri. Che deve fornire appoggio alla memoria, certamente, in un’epoca in cui abbiamo demandato fin troppo la memoria alla macchina – e capiterà di ricordarselo qualcuno di questi versi, non ne dubito –; ma anche un’arma polemica contro gli idoli costituiti, e una polemica convenientemente “sonora”… Una polemica che, per la sua forte pulsione, da spiritosa si trasforma in spiritata.
Vorrei aggiungere una cosa: si trova spesso nei versi di Pelli l’immagine ferroviaria, il binario, la stazione. Non c’è da stupirsene, perché questa è la raccolta d’esordio e quindi è la partenza di un convoglio che si sta mettendo in movimento. Non resta che augurargli, davvero, un ottimo viaggio e di arrivare lontano.

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