PAOLO GUZZI

VERBATIM

Paolo Guzzi appartiene alla generazione poetica emersa subito a ridosso delle neoavanguardie e rimasta poi, in una scomoda situazione di resistenza, a continuare la ricerca sperimentale durante le successive fasi di “ritorno all’ordine”. Uno sperimentalismo – è vero – privo di ufficialità avanguardistica (e per essa intendo raggruppamento definito, provocatorietà pubblicitaria, riconosciuta belligeranza), ma anzi perciò più portato al lavoro in profondità, anche recuperando e rimettendo in gioco le conformazioni poetiche, senza con ciò affatto tornare all’ovile del melenso lirismo “orante”. Questa generazione poetica, trascurata nelle sedi storiografiche e antologiche proprio per il fatto di non aver accettato il riflusso dilagante, dovrà prima o poi ricevere la sua sistemazione critica. Ma, in attesa di una più attenta “riscrittura” della mappa letteraria dell’ultimo Novecento, possiamo per intanto ripercorrere un cammino individuale assai significativo come quello di Paolo Guzzi, attraverso il volume che contiene, sotto il titolo Verbatim, una scelta delle sue raccolte, dal 1972 fino al 2002.
Accompagnati anche dalla solida introduzione di Aldo Mastropasqua, possiamo seguire, nell’itinerario di Guzzi dagli esordi a oggi, lo svilupparsi dei suoi caratteri costitutivi che sono, per dirla subito e in sintesi, il plurilinguismo e l’ironia. Ma andiamo per ordine: lo sperimentalismo della prima fase (Consumo pro capite, 1972) si concentra soprattutto sul procedimento della spezzatura, esplicitamente collegato a una tendenza “neocubista” (con esiti del tipo: «N brocca ella 1 frutta /… / la chia di violino ve»). Successivamente (con Continuum, 1985), la poesia dell’autore si rivolge su se stessa, in forma di autoriflessione e di poetica in versi, e in essa vanno formulandosi con chiarezza le ipotesi della dissonanza (nel contrasto radicale tra l’armonia poetica e i rumori bruti della modernità quotidiana) e della complessità di un senso che «s’aggroviglia» insieme a un ritmo «che poi ritrovi a pezzi»; nonché l’indicazione di un movimento semantico che lavora all’interno del tessuto poetico (mi riferisco in particolare a dentro un mondo verbale), tensione che viene espressa attraverso il susseguirsi di immagini “meccaniche”, quasi istruzioni per il debito inceppamento del codice: «La soglia del pensiero / si torce, tratta da molti giri / l’interruttore si sfasa (…) fluttua / il confine del linguaggio, ruota / dentata che si sgrana (…) il lessico si dipana infranto / corre nell’aldilà semantico (…) avida dalla lingua sfugge la parola / s’inventa e si sviluppa / in molteplici suoni sconosciuti / senza significato, non s’arresta / per trovare il linguaggio».
In seguito, il maggiore apice sperimentale del percorso di Guzzi è senza dubbio raggiunto con Dizionario inverso (1990) ed è costituito da una manovra duplice, lessicale e sonora allo stesso tempo. La manovra lessicale consiste nell’assumere i neologismi appena nati, che sono soprattutto quelli della tecnologia e della nuova cultura di massa, diffusi ormai su pianta globale (ci sarebbe da parlare a lungo sulla “globalizzazione” in questa poesia, spesso ambientata a Londra o a Parigi). La manovra sonora è rappresentata dalla ripetizione della lettera iniziale, che consente di raggruppare il materiale raccolto secondo catene allitteranti. Vediamo subito un esempio, con l’iniziale in “h”, quindi con parole prevalentemente importate: «sembro un handicappato, / in mezzo all’happening, mentre reciti assurda / nell’hard core, heavy-metal leggiadra, / l’high society convulsa che ti applaude, / all’hobbista la hit-parade del tuo corpo»; e notiamo, altrettanto subito, la parodia dell’ultimo grido e il ritmo incalzante (ma svuotato dalla sottesa ironia) dell’assolutamente nuovo. Un titolo molto significativo, a questo proposito, è Danse macabre, per altro costruito come un maxiacrostico in 12 strofe, ciascuna delle quali contiene termini che cominciano con la stessa lettera, seguendo una strofa dopo l’altra le lettere del titolo. L’inizio è, per l’appunto, in “d”: «Da sveglio, demotivato in décalage / vedo di-gei dialettali, dietrologi dialogisti, / disfamigliati dipostisti in crociera al semaforo, / disadattàti tra dinosauri disgenici dal fiume». Una simile operazione mima l’invasione intrusiva dei media; stabilisce l’obbligo dell’iniziale come allegoria dell’obbligo dell’ultima moda; in più, la danza è “macabra” perché le stesse novità nascono già vecchie e morte, per via del rapidissimo consumo. E poiché la moda non può che avere una coloritura erotica, ci troviamo immersi, attraverso un gioco verbale che sembrerebbe innocuo, in un universo completamente “desiderante”, dove messaggi, corpi e dispositivi si trovano coinvolti nei medesimi flussi  – direzione questa, in cui Guzzi procederà fino a immaginare il rapporto tra un computer e una videoscrivente, al suono di «formattami» e «lascia che ti formatti», nel Titolo alla fine, che giustamente l’introduzione di Mastropasqua definisce un «piccolo capolavoro». Come dire: l’eros è ovunque, ma svapora nella virtualità.
E siamo già nella fase più recente, quella di Ecografie (1999), dove Guzzi ci riserva altri brillanti pezzi da antologia, che spesso ha recitati in occasioni pubbliche: mi riferisco a Conferenza sulla stato di salute e Basta scrivere. Sono brani in cui l’ironia sfrutta ottimamente l’ambiguità del linguaggio. Sicché la frase più banale del dire quotidiano (come la risposta alla domanda-saluto “come stai?”) si trasforma in una inquietante indagine sulla situazione («Come sto? Non sto, non do, non sento, non mi sento, / soprattutto non sto»); oppure si percorre tutta l’oscillazione dell’ambivalenza, come nel “basta scrivere”, che può essere consolatoria soddisfazione (è sufficiente scrivere…) ma può diventare, al polo opposto, un crudele imperativo, una minaccia di interruzione che pronuncia repentinamente la non-autosufficienza della scrittura (basta scrivere, perché c’è ben altro da fare); il tutto, nel mentre il testo si affida alle intonazioni della pronuncia, che potranno far risaltare più un senso che l’altro («Ti dico basta scrivere! / Basta scrivere? / Sì, basta scrivere per essere felici… / Basta scrivere… / … / Basta, scrivere! / Mi dici, basta scrivere! / Basta bastardo scrivere», e così via ambiguando).
Ancora, nei testi inediti in appendice (posti sotto il titolo auto-abbassante di Quasi pagine), il lavoro poetico di Guzzi insiste a provare meccanismi di intrappolamento del senso, che si trova continuamente spiazzato nel nonsense e trascinato nel ritmo iterativo della filastrocca. Si veda Per quale ragione, fondata sul parallelismo ritmico-sintattico che ribadisce l’impossibilità di individuare stabilmente il “motivo” determinante («Per quale ragione, dopo quale mancanza / il tempo mi ha trascurato inutilmente / Per quale ragione, dopo quale affittanza / ho creduto di sentire affettuosamente / … / Per quale ragione, dopo quale esistenza / ho svanito la mia mente») E si veda anche il conclusivo Rap (presentazione), battuto da rapidi quinari e dominato da enunciazioni negative («Non c’è più pace / Non c’è più amore / Non c’è più vita: / solo torpore»).
Fin troppo facile sarebbe cogliere, sotto alle tecniche del riso, una tonalità malinconica. È un fatto che, oggi, in generale, non si dia humour altro che virato al nero. Qui, addirittura, su scala planetaria («microbi satellitari… scompariremo in silenzio»). Tuttavia, direi che, per Guzzi, il problema si pone in un modo un po’ diverso. Se si tratta di mimare linguisticamente il circuito della merce-desiderio, allora non si può essere che dentro (da ciò l’apostrofe alle «ragazze del Duemila» o alle Veneri elettroniche), ma nello stesso tempo ben sapendo che ci si può trovare subito inopinatamente fuori, come mero corpo patologico e residuo disinvestito di valore. Si apre dunque una dialettica serrata ma implacabile tra immagine e potere simbolico da una parte, corporeità e sensibilità materialistica dall’altra, così come – già lo notavo – l’ironia percepisce la novità come futura obsolescenza. Allo stesso modo, il lavoro di Guzzi è sulla parola singola, ma non meno su una certa parabola discorsiva: se l’unità lessicale costituisce il perno di talune sperimentazioni (quella sui neologismi, come quella sull’ambiguità del significato – e del resto lo stesso titolo del libro, Verbatim, nel mentre allude a un marchio informatico, sta a dire “parola per parola”), essa viene sempre assoggettata a uno sviluppo, quanto meno a una frase breve e micronarrativa. L’esempio è già stato fatto: la doppia lettura di “basta scrivere” si amplia in una antitesi tra positività e negatività della scrittura, che si rilancia e si sovrappone, costruendo una articolata dialettica del proprio stesso “fare”, ben al di là della pura e semplice figura equivoca. Dunque, in Guzzi, il quiproquo è continuato: non c’è sorpresa che non si apra a una riflessione più ampia, non si articoli in discorso e non venga – per così dire – “messa in opera”, puntando insomma verso una produttività semiotica a largo raggio.

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