LUCA PATELLA

PATELLA POETA, OVVERO IL LAVORO AURORALE DELLA SCRITTURA

Alla sua attività su più fronti di artista e scrittore, Luca Maria Patella aggiunge adesso un nuovo tassello poetico, intitolato con citazione dantesca Al balco d’Orïente. Ora – e per andare subito al centro delle operazioni, senza perder tempo – la prima cosa da dire è che la poesia di Patella è caratterizzata da una forte e consapevole elaborazione dei significanti. Mentre nella lingua comune-pratica il significante è un semplice tramite che ci permette di scambiare i significati, nel linguaggio poetico, e in particolare qui, il significante viene posto in primo piano e diventa il protagonista dell’atto comunicativo: il significante dimostra la propria versatilità e produttività, il proprio “pluslavoro” oserei dire, lasciando che si formino, dalle pieghe del suo materiale sonoro, con una mossa che ha la virtù di sorprendere, nuovi significati e nuovi percorsi significativi, diversi da quelli a prima vista contenuti e pronti all’uso. Questo carattere duttile e flessibile dei significanti le avanguardie l’hanno ben conosciuto e sfruttato in vari modi, talora arrivando alla sfida del rumorismo irriverente di un significante senza il significato (Palazzeschi, dada, zaum), talora affidandosi alle risorse della somiglianza “quasi-omonimica” come ad una porta per l’emersione dell’inconscio trasgressivo (il calembour surrealista). Patella si situa alla confluenza di queste “tradizioni del nuovo”, adottando una giocosità mirata, o se si vuole uno psicologismo ironico. Per lui l’essenziale è cogliere gli spunti provenienti dal significante nella sua forma normale (qui una certa dose di automatismo soccorre), per poi partire per la tangente, elaborandolo in nuove direzioni che si sovrappongono, si ramificano e si relazionano tra loro. Una manipolazione che non accetta i confini convenuti e fissi della parola, ma la prende come unità mobile e malleabile, plastica e non sacralizzata. In particolare vengono messi all’opera procedimenti di associazione e di scomposizione. Da un lato, la via della paronomasia, cioè dell’accostamento per somiglianza fonica; dall’altro lato, la via della spezzatura, compiuta molto spesso grazie all’interpolazione dell’apostrofo che porta a scoprire le parole dentro le parole; a metà strada, i ritrovati del gioco di deformazione parodistica, esercitato in specie a partire da frasi codificate, titoli precedenti e simili. Alcuni esempi, tra i moltissimi che potrebbero essere fatti (ma il lettore si provi ad aprire il libro a caso e vedrà la quantità di “clic” che ne ottiene); accostamenti omofonici, anche in catena: «aperto il porto», «àcaro amaro», «fiaschi e / fischi», «baristi, basisti basiti», «la tomba la / tombola! / e il tombino», «gamba, gambero», «graniglia.. granito!», «pioggia battente, o battesimo?»; omoteleuti: «respiro che tiro», «come disse Matisse»; parole valigia: «problematicittà», «ridanziano»; interventi di elisione: «sent’ieri», «o’ niro» (che rimanda anche a “onirico”), «stop / ens’ando», «me n’evado», «fant’asmatica», «laggiù d’istante», «Brunell’eschi e rientri» (coinvolgendo perfino il genere stesso: «ancora un po’, ..e sia!»); giochi di parole, etimologie ecc.: «Replico: è / un re piegato, / il povero: re / plicato», «ma chi coglie molto / ..è coglione?», «una meraviglia o meravoglia»; parodie: «lèctor in fibula», «les alchimies du proverbe», «il Vecchio Tastamento».
Come si vede, l’elaborazione del significante è, in buona parte, un esercizio sul linguaggio standardizzato, sul materiale precostituito: un lavoro di citazione, che non disdegna l’autocitazione, per esempio, di titoli precedenti dell’autore (come «jam dùdum» e  «dolce sirena»). Anche il titolo di questa raccolta, per altro, proviene a sua volta da una citazione, il “balco d’Orïente” è il balcone in cui Dante faceva comparire la “concubina di Titone antico”, cioè l’Aurora. Vi è dunque, in questa scrittura situata sulla linea delle avanguardie, anche un occhio per i classici, e questo non è affatto paradossale né contraddittorio, perché il patrimonio culturale non viene affatto rispolverato con albagia antiquaria, bensì allegramente sperperato, o meglio stimolato nelle sue potenzialità tuttora vive, ri-attualizzato e rimesso “in gioco” senza remore. Le cose sono cambiate: mentre le prime avanguardie, un secolo fa, avevano la necessità di liberarsi del peso della Accademia e della Scuola, e quindi dovevano buttare a mare il peso dei classici, invece le avanguardie odierne (ammesso che possano esistere: io le chiamo avanguardie catamoderne, di una modernità in ribasso, ma pur sempre resistente ed combattiva) devono lottare contro il basso livello della cultura di massa e quindi sono costrette a cercare i propri alleati nel passato, nelle modalità di scrittura oggi abbandonate e neglette. Ma soprattutto si tratta di ingordigia verbale, di una poetica dell’inclusione, che non può rinunciare a nessun apporto. Così, nel testo-calderone, sono mescidate tutte le lingue, le lingue antiche come le lingue straniere, incapsulate le une dentro le altre, in incroci e in etimologie perfino fantastiche, vedasi quella che legge Baudelaire come beau-de-l’aire, il «bello dell’aria».
C’è in questa poesia, una forte dose di ritorno del represso formale, nel senso indicato a suo tempo da Francesco Orlando nella sua teoria psicoanalitica, per cui «l’originario piacere insensato ma indisturbato che il bambino prenderebbe con le parole» ritorna poi, nei giochi della poesia, superando la censura, non senza un piacere del compromesso. Il significante è la porta dell’infanzia e dell’eros, questo Patella lo sa molto bene: ed infatti, se i procedimenti sopra elencati caratterizzano la sua “forma dell’espressione”, il ricordo e soprattutto il ricordo erotico (andando soprattutto alle avventure giovanili, «carica carica», in Sudamerica, l’autore lo chiama il «Suddestremo») costituiscono la sua “materia del contenuto”. Lo stesso titolo, nel suo riferimento dantesco, gronda eros da tutte le parti: nella perifrasi in abbrivio di Purgatorio IX, l’aurora è “concubina” (quindi intrattiene rapporti non regolati) e per giunta di un vecchio (quindi disinibita, non guarda per il sottile), poi si affaccia al balcone narcisisticamente mente si trucca (s’imbinaca) appena uscita da un rapporto (dalle braccia), probabilmente discinta e ancora eccitata. Che questo coincida con l’allegoria dell’inizio e del ricominciamento (del giorno), perciò con una funzione di ripresa e di risveglio, potrebbe spingere a trovare nella auroralità il carattere decisivo di questa poesia che va alla ricerca della reinvenzione del linguaggio. Né è strano che il titolo e la sua scia immaginosa vengano poi ripresi più volte nel corso del testo, trasformando il balcone in un vero e proprio «proscenio o palco scenico», del teatro mentale e dell’allegoria.
C’è plurilinguismo, ma anche pluristilismo: la poesia con i suoi versi (centrati però nel mezzo della pagina, con un effetto visivo di non poco conto, non dimentichiamo l’artista Patella) si alterna con i blocchi della prosa (non dimentichiamo il Patella narratore, di “romanzine” e di altro).  Ma c’è di più: la scrittura di Patella si trova “istoriata” da scritture. Il poeta non si limita al testo, ma vi dissemina attorno le sue glosse: note a latere e a piè di pagina, in carattere più piccolo; e ancora note di chiusura, indicizzate dai relativi asterischi. Che le prime abbiano affidate le varianti e le seconde le fonti, non fa molta differenza, tanto che spesso le funzioni vengono scambiate. Quel che vorrei sottolineare è la formazione di un ipertesto che si sviluppa in molteplici direzioni (intertesto, peritesto, paratesto, ecc.). Il linguaggio, nella scrittura di Patella, dimostra la sua porosità e infinità: qualcosa si può sempre ulteriormente infrascrivere, il testo non è mai completamente finito. Ne invarietur. Se, da una parte, l’automatismo delle associazioni verbali sembrerebbe garantire la creatività libera e immediata, dall’altra parte, la possibilità delle aggiunte e delle chiose lascia aperti gli spazi alla riflessione, e una buona dose di distanziamento ironico impedisce in Patella qualsiasi misticismo dell’inconscio. In definitiva, per concludere, in questo «librccino libercùleo», come lo chiama l’autore, la ripetizione e il rinnovamento s’incontrano: tutto è già stato fatto e quindi tutto è rielaborazione, ma nello stesso tempo tutto ricomincia daccapo, con speranza e attrazione aurorali.

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