GIANMARCO MECOZZI

FAME

 

Attendevo da tempo questo libro, da quando ho conosciuto l’autore prima come studente, poi tra i giovani del gruppo letterario СНОВД; per un certo periodo si era allontanato dalla letteratura, in vista di occupazioni giustamente più pratiche; ho provato a ricontattarlo e riconvocarlo nelle iniziative letterarie, prima in un almanacco, poi in una antologia, mentre intanto dava alle stampe un umoristico romanzo di fantascienza. Non so se i tempi siano cambiati, né mi pare che si delineino nuovi spazi per la scrittura poetica, ma certe scelte sono sempre surdeterminate da tutta una molteplice serie di casualità: fatto sta che Gianmarco Mecozzi ha ripreso a scrivere poesie e adesso esce Fame.
È un libro importante, non solo per il ritorno dell’autore alla scrittura, ma anche perché riempie un posto vacante: il posto della poesia politica, sempre meno frequentato, in questi tempi di lirismi di ritorno, effusioni emotive a garganella e pretese sacrali pontificanti. Una poesia politica, però, s’intenda bene, per nulla semplificata e incensatoria di una linea “partitica” esterna al testo, quanto piuttosto intrisa di istanza di cambiamento e di critica dell’esistente finanche nella sua stessa forma.
Non si tratta solo del fatto che qui si nomina senza mezzi termini la parola “rivoluzione”; ma che – come io credo debba essere – in questa poesia la rivoluzione conta più della poesia stessa: la rivoluzione viene prima, la poesia viene dopo e ne dipende. Senza la prospettiva della rivoluzione la poesia non ci sarebbe. Ma qui sta il nodo della questione: perché oggi la rivoluzione si fa attendere e la lotta di classe è davvero difficile da vedere, essendo spalmata nell’intero globo, così come la poesia è spalmata nella rete in modo tale da non raccapezzarsi più in cosa consista. Dunque, l’interrogativo è: come si può fare poesia senza rivoluzione? o meglio: quale poesia si può fare per una rivoluzione che tarda? In sostanza: si può fare poesia del ritardo della rivoluzione? Per rispondere a questa impasse occorre abbandonare ogni trionfalismo e ogni fiducia sul senso della storia, e perfino ogni sostegno del collettivo e, forse, addirittura, rinunciare alla memoria delle lotte passate, come dice Mecozzi in un testo molto duro, che va interpretato con attenzione (Genova: «che delle rivolte fallite / … / non se ne parli mai più»). Occorre ricominciare da capo, quindi dalla affermazione che il comunismo ancora non è mai esistito, e provare a pensarlo «in un modo tutto nuovo / che nessuno conosce più / che nessuno ha mai saputo».
Difatti, Fame ricomincia dalla base più elementare: la fame, per l’appunto. E non solo per cercare con Artaud “le idee con la forza della fame”, ma per verificare se ancora l’elementare sia così innocente e naturale come pensiamo. Non sarà che il capitalismo avanzato (io lo chiamo basso capitalismo) si è impadronito di tutto e distorce anche l’elementare? Non per nulla l’incalzare della fame, la “cattiva infinità” del suo insaziabile appetito, si trasforma qui nella foga di appropriazione del consumismo, fino all’esaurimento delle risorse e a una sorta di paradossale autofagia in cui il soggetto divora se stesso e addirittura il proprio nulla («ho mangiato tutto / non c’è più niente»). Nel mentre, ciò che cercherebbe l’istinto primario per il sostentamento, cioè il cibo, viene a sua volta stravolto dalla mentalità affaristica per massimizzare la produzione ed è talmente artificiale-avariato, da risultare nocivo invece di nutrire: merce marcia («ettari di morte in scatola / sterminate file di merce in vendita / mosche ronzano sulla frutta marcia»). Come dicevo, questa è una poesia che riempie uno spazio scoperto, quello della polemica senza mezzi termini, che non le manda a dire e non si perde in perifrasi. E ci mette di fronte alle contraddizioni sistemiche: lo spreco (Sprecare) che non è solo del consumismo, ma anche delle facoltà umane e in fin dei conti della vita intera; oppure l’illusione della difesa della proprietà (Chiavi); o ancora il tentativo di custodire e incensare il proprio io (Narciso), l’identità incipriata a cui oggi tanto e troppo spesso provvede la cultura di massa e al buon bisogno la stessa poesia. Che invece qui si assume il ben diverso compito di mettere in crisi la falsificazione ideologica (nei corollari del feticismo, della mercificazione e quant’altro suggerirebbe il vecchio Marx); arrivando infine non solo, come accennavo sopra, a nominare la “rivoluzione”, ma a sfatare un tabù paradossalmente quasi maggiore, facendo anche il nome della classe dominante, la quale ha tutto l’interesse a non farsi più nominare, niente di meglio che passare inosservata. E infatti nessuno ne parla più, della borghesia: sicché appare scandalosa l’apparentemente ovvia avvertenza di Mecozzi che «la borghesia esiste».
Di contro, come materialismo vuole, rimane un estremo dinamismo vitale-corporeo, rappresentato dall’infanzia e da una affabulazione fantastica che è quasi un allenamento all’utopia. Rimane da compiere una distorsione, ma in senso opposto: è significativo il fatto che quasi tutto in questa poesia, perfino ciò che appartiene al corpo, significhi altro: la fame è il consumo, il vomito il rigetto contestativo. Ed è significativo anche che il rifiuto dello stato delle cose e delle menti cloroformizzate dalla fiction passi a volte per la messa in scena di un soggetto tutto impregnato dal discorso corrente, per cui la voce che dice io è quanto ci sia di più diverso dall’io dell’autore: si veda come bene risalta la contraddittorietà implicita nel senso comune razzista (Cosa), o come in Disconnesso viene rappresentata efficacemente la funzione consolatoria e compensativa dei social networks. Questa operazione mimetica forse viene dalla esperienza di Mecozzi nel mondo del teatro: sia come sia, è assai lontana dall’uso dell’allegoria e dell’ironia in ambito postmoderno, che sono di tipo scettico e in definitiva moderato: perché semmai qui si tratta di un uso brechtiano (penso al Brecht che argomenta come certi procedimenti apparentemente astraenti possano produrre dei risultati ben concreti), vale a dire straniante e combattivo.
Ché poi quelle via traverse – l’allegoria, l’ironia, lo straniamento – sono trascinate dal tono generale, che è quello dell’invettiva: raramente ho sentito fare tante volte in poesia la parola “odio”, e in un’epoca in cui proprio il modello poetico viene usualmente collegato a empiti pacificatori. Al limite dell’istigazione è l’esortazione di Pezzo, «affila la spada / carica il pezzo», che ricorda la Jenny dei Pirati dell’Opera da tre soldi. Estremamente vibrante, in modo da far riflettere, è Lavoro con il suo drastico diniego. È insomma una poesia che non si nasconde dietro un dito e per la quale l’accusa di esser “di parte” è una medaglia al merito.
Ma questo soggetto, che va così a fondo nel togliersi la seconda pelle dell’ideologia, fino a capire che la sua libertà è solo la libertà di essere sfruttato, non finirà per autocondannarsi all’inesistenza? Certo, non mancano brani nei quali l’io poetante vede se stesso ai margini (è il “quasi morto”), si descrive come non utilizzabile perché affatto inetto (Idiota) e si pone da sé in condizione di diversità e di isolamento. Tuttavia lo svuotamento radicale, che è l’unica pratica che può sottrarsi alle reti di captazione, è anche il modo migliore per predisporsi a un nuovo inizio. A partire dal basso: questa poesia che mostra tanta pervicace ostinazione a non abbandonarsi ai placebo delle meraviglie tecnologiche, in fondo alla sua via di antagonismo inesausto ritrova una insolita e sorprendente freschezza. Sarà il caleidoscopio delle immagini di Mirtilli, sarà che la stessa classe operaia, ormai sparita dai radar, riaffiora attraverso un’improvvisa apparizione epifanica, nel testo non a caso intitolato Bellezza, come se l’unica possibilità del valore estetico, l’unica possibilità di un momento lirico, fosse quella di presentarsi rovesciato nel ritorno momentaneo e allucinatorio del soggetto rivoluzionario.
Uno studio particolare, avendo più tempo e spazio, andrebbe riservato al verso di Mecozzi, che si costruisce qui una sua cifra stilistica abbastanza costante. Il verso è breve, non regolare ma sempre minore dell’endecasillabo canonico; la strofa è prevalentemente una quartina con, ma spesso senza, rime, sostenuta piuttosto dalla ripetizione. Che la ripetizione, come una specie di mantra, possa far ritrovare l’energia contestativa perduta? Che la ripetizione mimi la moltiplicazione forsennata della produzione impazzita di oggi? Sia come sia, la quartina di Mecozzi non manca mai di inserire nel parallelismo qualche sfasatura. Un esempio tra tanti, tratto all’inaugurale Fame: «mi mangio la carne / mi mango il pesce / i muri la casa / mi mangio il tetto», dove si noti la differenza del terzo verso rispetto all’isocolo degli altri tre. Ripetizione e differenza. In fondo, l’imperativo a “cambiare musica” (vedi Contro: «contro questa musica / ci vuole una musica opposta e contraria») non può non rifrangersi anche sulla forma del verso.
Questo libro, in un primo tempo, era intitolato dopo. “Dopo”: cioè dopo la fine del lavoro, dopo la politica spettacolo, dopo la rimozione della rivoluzione e quant’altro, cosa resta da dire? È il problema che abbiamo tutti e vale la pena di ascoltare la risposta che viene da questa voce decisamente “fuori dal coro”.

 

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