FEDERICO SCARAMUCCIA

UN’ENORME QUESTIONE IDEOLOGICA IN UN MINUSCOLO SPAZIO POETICO

 

«Danzare in catene», come diceva Nietzsche (all’aforisma 140 de Il viandante e la sua ombra),  non è soltanto l’indice del gusto di “farsi le cose difficili” e di inventarsi la propria “costrizione” anche quando non se ne avrebbe nessuna, non significa solo un semplice sfoggio di bravura da scrittori-contorsionisti (Nietzsche: «è questa l’abilità che essi ci vogliono mostrare»), ma anche – ai tempi nostri e dopo che tutte le avanguardie hanno cercato di limarle tanto o poco, le loro catene – l’esibizione aperta e sottolineata di una coercizione che sottende, lo si voglia o no, qualsiasi gesto tecnico e perfino qualsiasi “geniale” creatività. Né si tratta semplicemente di un ritorno alle forme chiuse dopo il verso libero novecentesco, che avrebbe magari il senso di un nostalgico regresso al passato. L’impronta è invece, e in particolare nel caso di Federico Sacaramuccia, quella dello straniamento e dell’ironia.
Straniamento, innanzitutto, perché la forma chiusa rimessa in atto qui,  l’haiku, proviene dall’altro capo del globo, dalla tradizione dell’orientalissimo Giappone. E poi perché, con questo genere poetico di soli tre versi, rispettivamente di 5-7-5 sillabe, le “catene” con cui tocca danzare sono davvero strettissime, lo spazio concesso il più risicato possibile. Come fare a dire quel che si vuol dire disponendo soltanto di 17 sillabe in tutto? Come non avere finito ancor prima di cominciare? Accidenti, ma è il genere lirico più corto del mondo! La soluzione che ha prevalso tra i patiti di questo “minitesto” (oggi molto numerosi e sparsi dappertutto) è quella di limitarsi a registrare una minuta impressione, un istante miracoloso, un baluginio dell’essere. Ciò, confortato anche dalla norma dell’indicazione stagionale prevista dalla tradizione, ha prodotto e continua a produrre una quantità davvero impressionante di “naturismo” poetico e in esso purtroppo di atroci banalità, anche se per lo meno alleviate dall’esigua misura . Il titolo qui apposto, Incanto, sembra proprio “fare il verso” a questa voga dell’attimo epifanico ed effimero; ma basta scorrere un brano a caso per capire che Scaramuccia se ne allontana le mille miglia, con una piega sarcastico-straniante che non concede alcuna consolazione edenica di sorta. Delle stagioni se ne impipa: e invece fa giocare, concentrandole nello spazio angusto, tutte le cariche stridenti dell’aulico e del prosaico; il massimo di letterarietà del linguaggio (nel senso sia sonoro che semantico, come vedremo) applicato al massimo di attualità nel tema. Sperperare il patrimonio poetico di secoli sulle faccende impoetiche del presente quotidiano si direbbe operazione neobarocca e difatti è proprio con iniezioni di neobarocco (Lorenzo Durante docet) che l’haiku può venir rivitalizzato e, per sua fortuna, ri-contestualizzato radicalmente.
Le conseguenze di questa scelta di fondo sono di due tipi, e riguardano sia la forma che il contenuto. Al livello formale, è messo in atto un arricchimento “strumentale” che incrementa il tessuto fonico-sonoro ben al di là di quanto previsto nella normativa del genere. Scaramuccia compie prodezze, su questo livello, con la rima, preferibilmente mettendo in contatto il primo e l’ultimo verso, ma inserendola anche all’interno o mescolandola all’assonanza, mentre esegue virtuosistiche piroette con la paronomasia, e nel frattempo saccheggia quel serbatoio prezioso delle parole incluse le une nelle altre (parole che sembrano, insomma, schizzare a sorpresa sul nostro naso da una scatola verbale che prima le nascondeva); né esita dalla deformazione del motto di spirito e del gioco di parole, nonché dallo sfruttamento dei doppi sensi. Rimbalzi, echi, manipolazioni inventive e umoristiche, strappano dunque l’haiku alle sue seriose pose estatiche od estetizzanti.
A livello del contenuto, poi, la misura minima si realizza come un flash sparato in faccia all’esistente e ai suoi miti, come una frecciata polemica nel mordi-e-fuggi della “guerriglia semiologica”. Gli oggetti incorniciati dal giro trimembre dell’haiku sono soprattutto quelli della società-spettacolo, degli idoli idioti dei media e dei feticci delle merci, gli abbigliamenti abbaglianti e i ricamati richiami cui soprattutto il corpo femminile fornisce la “materia prima”. Insomma, la nuova aura simbolica del capitalismo “impazzito”. E i colpi vanno a segno: illuminano a sprazzi le ultime modalità della “fabbrica del desiderio”, in particolare gli sviluppi dell’ingabbiamento culturale nel desiderio di massa (che disinnesca l’anarchia dei flussi pulsionali, investendoli in obiettivi previsti e standardizzati); e ancora gli sviluppi del medium, che dopo aver fatto appunto da intermediario verso gli oggetti, ormai attira direttamente su di sé il desiderio stesso, nella fantasmagoria di un consumo “drogato” (che non ha caso ha nella droga il suo sintomo macroscopico). Ci viene incontro, dagli haiku di Scaramuccia, una questione di non poco conto, nientemeno che la questione della nuova ideologia liberista, fatta non già di ben travate visioni del mondo, ma di imperscrutabili e però tenacissimi ganci psicologici.
A questo punto, tutto si tiene: la polemica verso le sirene del “liberismo ideologico” non poteva che congiungersi al rifiuto del “versoliberismo” poetico. Ecco la scelta del “danzare in catene”, allegorizzando sulla superficie stessa del testo, in forma di costrizioni metriche convenzionali, i “metri” che trattengo, muovono e misurano la nostra presunta libertà. Sicché l’incanto, infine mostra la corda e consente di intravedere (magari per lo spiraglio di una parentesi straniante) la catastrofe del reale. Tecnica giocosa, sì, e molto divertente anche, ma lavoro autentico e sofferto per far entrare tutto in un punto: un’enorme questione ideologica in un minuscolo spazio poetico.

<span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: