ANTONIO MARIA PINTO

I nuovi Jongleurs nell’età del silicio

Nella situazione attuale, praticamente espunta dalla comunicazione mediatica e dal mercato, che anzi le ha sottratte le sue funzioni (parallelismo, omofonie e quant’altro sono presi in servizio dal linguaggio più pragmatico e legato alle merci che ci sia: quello della promozione pubblicitaria), la poesia – è di lei che si parla – parrebbe respinta verso il passato; essa stessa una cosa del passato, da essere curata soltanto da antiquari, da professori o da custodi museali. La poesia parrebbe spinta, anche, ad usare il linguaggio del passato: una volta che qualcuno sia così “abnorme” da volersi cimentare in questa pratica obsoleta, sarà allora alla Poesia con maiuscola, alla Grande Tradizione trascorsa che farà riferimento, giocoforza, cioè per forza di regressione. Che questo sia un movimento diffuso, lo dimostra il ritorno alle famigerate “forme chiuse”, compresi certi esiti paradossali degli stessi autori di avanguardia trovati a scrivere sonetti e a inanellare rime. Bisogna allora concludere, come fanno frettolosamente alcuni, che l’avanguardia non ha più senso? Oppure, con un ragionamento un tantino più sottile, che è l’avanguardia oggi – in quanto alla fine di tutte le somme è l’unica autentica difesa del “valore d’uso” della letteratura – l’ultimo baluardo della tradizione? Per quanto mi riguarda risponderei di no: ciò a cui si assiste (anche in molti degli autori che hanno di recente dato vita al movimento antagonista della Terza Ondata) è piuttosto un uso d’avanguardia della tradizione. Il linguaggio del passato non è rivisitato a scopo nostalgico, ma è fatto rimbalzare contro le barriere del presente. Un paradosso che contiene una forte dose di polemica.
Per approfondire questo discorso, basta prendere in mano le Istoriette di Antonio Pinto (pubblicate da Piero Manni). È una raccolta di poesie, ma nient’affatto isolate ciascuna nella propria ambizione estetica; è, invece, un libro costruito da un preciso percorso che costituisce, tra l’altro, la consapevole modificazione della poetica stessa dell’autore. La cifra di Pinto, emergente dalla sua precedente raccolta Le carabattole dei carabi, era quella del “non sense con animali”: di una tessitura verbale, cioè, giocata sul ritrovamento di termini “bizzarri”, sul loro accostamento in base alla composizione fonica (fosse per somiglianza o per cozzo, è lo stesso), e sull’addebito delle situazioni enigmatiche così risultanti ad agenti tratti dal mondo animale. Qualcosa che aveva a che fare con la favola, ma che soprattutto valeva — attraverso la proiezione delle contraddizioni nella natura antropomorfa — allo spostamento straniante e alla allegoria. Questo procedimento non è stato affatto dismesso nel nuovo testo e si trova inscritto ben dentro nel terreno delle Istoriette (basta vedere la sezione significativamente intitolata Bisticci, roccoli e capricci). Ne costituisce, direi, la base. Ma su questa base si appoggia un progetto che tenta un passo in più. Un passo che, certo, appare orientato verso il passato, visto il recupero della lingua medievale del giullare. Ma il passato, si vede subito, non è ripreso né con l’attenzione del culto di un mirabile e irripetibile “dono dei morti”, né come rifugio a vivere all’indietro — se il qui-e-ora è inospitale — in un mondo scomparso. Il giullare è, invece, la figura di un intellettuale scomodo e dissenziente; è quindi l’indice non già di una cultura universalistica e pacificante, oggi messa a mal partito dalla disintegrazione sociale, quanto piuttosto della linea divergente e insubordinata messa a tacere dai Valori indiscutibili della tradizione ufficiale. È, insomma, l’anti-tradizione che ritorna. Scrive molto bene Massimiliano Manganelli nella sua introduzione che «quella “lingua lercia”, colpevole di essere troppo vicina alla materialità delle cose, è stata oggetto, nel corso della nostra storia letteraria, di un imponente processo di repressione, nell’accezione psicoanalitica del vocabolo, il che rende lecito interpretare l’apparente anacronismo delle Istoriette come un ben calcolato ritorno del represso». Il giullare dà un segnale di abbassamento, di scoronamento bachtiniano. E, difatti, Pinto gli attribuisce i temi materialistici del corpo, del sesso e della morte. E, nondimeno, gli commette un alto grado di energia combattiva. Allora, davvero, quella direzione che la poesia sembrava aver preso nostalgicamente verso il passato si rivela, al contrario, riversata conflittualmente verso il presente e anzi — visto che polemica vuol dire insoddisfazione per ciò che c’è — verso il futuro. Sicché, quanto sarebbe potuto apparire collaterale e futile (favola infantile, gioco ozioso, glossalalia fine a se stessa), assume un consistente spessore politico. Di politica “letteraria”, nei conti fatti con le varie tendenze “mistiche” dei «poeti malferaci»; ma soprattutto di politica sociale. Non che si dettino per filo e per segno i contenuti di un mondo esterno, che pure preme alle porte della poesia con tutta la serietà dell’emergenza. L’impegno sta nella poesia come tensione, precisamente nella curvatura che deforma in modo radicale e inderogabile ogni tratto lirico verso il grottesco e che porta anche l’allegria del gioco e la pulsione alla manipolazione verbale al tono cupo di una parodia “nera”, costretta al negativo (si apra il Canto di San Silvestro a quell’attacco, «Acque scure di bettola…», che è il ribaltamento diametrale delle acque “chiare e fresche” di petrarchesca memoria, fondamento dell’intera nostra tradizione lirica). Nasce da quanto detto un linguaggio che si muove continuamente: e dove si segnala per il suo suono, che più cacofonico non si potrebbe; e dove prende invece l’aria di un reperto riemerso per capriccio della sorte dallo schedario disordinato di un filologo folle; e dove schiocca come un colpo di fonda tirato contro l’idolo della sacralità vecchia e nuova (e dio ne scampi — scusate l’assurdo — dal teocratico che viene); e dove fa invece perno sull’inverosimile surreale e prende in contropiede il senso comune ricombinando a piacere in metamorfosi gli ambiti del mondo e facendo le bestie uomini, dati uomini così bestie…; e dove, ancora, infila rime in filastrocca e cantilena e rifà i metri con perizia in eccesso e dove con la debita dissonanza ritmica; e dove, infine, rinuncia all’accapo e si attiene alla prosa per sottolineare la nessuna cantabilità dell’attualità solo in apparenza fantasmagorica e della storia per adesso invisibile: «il canto s’inabissa nella terra concimata con le feci astiose dei versi assassinati e perde in quello stipo le sue belle maniere».
Inoltre, il libro è strumento di collegamento e di intervento tendenziale. Di recente Pinto (insieme ad altri autori: lo stesso Massimiliano Manganelli, Michele Fianco, Alessandro Trionfetti), ha animato una serata al Detour di Roma, dove la lettura poetica si è accompagnata alla proiezione dello storico film Freaks. I poeti come mostri? Sia pure; rivendichiamolo in positivo: mentre la comunicazione imperante fa proliferare l’ottusa normalità del già noto, la comunicazione “mostruosa” della poesia è ancora viva nella “rete dal basso” dei segnali di contraddizione e di rottura.

(1999)

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