ANNA MARIA GIANCARLI

LA DOPPIA EMERGENZA DI ANNA MARIA GIANCARLI

Delle due possibili manifestazioni dell’opera d’arte — la traccia conservata in un oggetto e l’esecuzione trascorsa in un evento — questo testo le ha provate entrambe: dalla edizione in volume sotto l’unica firma dell’autrice, alla messa in scena e in musica per la cura di Fausto Razzi; in un testo così,  che da uno “si è fatto due”, soddisfacendo alla principale regola della dialettica, non c’è da stupirsi di ritrovare la duplicità ben insediata fin dentro i significati del suo stesso titolo.
L’emergenza, infatti, di cui recita l’intestazione del testo, ci rimanda al doppio senso di due risvolti non coincidenti eppure strettamente connessi. Da un lato, emergenza ci fa pensare all’“emergere”: qualcosa, nel lavoro che produce la poesia, deve affiorare e venir fuori in modo inatteso da un fondo che altrimenti rimarrebbe sconosciuto ed oscuro. Ecco il primo punto: bisogna scrivere per avvicinarsi e lasciar avvicinare i materiali profondi, quelli che ci intrigano in modi inavvertibili nelle spire della vita quotidiana, e porre di fronte ad essi il problema del proprio autoriconoscimento (fino a che punto questi materiali sono nostri? fino a che punto il nostro io è fatto dagli altri?) e quindi della solidità dell’identità medesima che possediamo o ci illudiamo di possedere. Insomma, non si può fare poesia senza un occhio alla psicoanalisi.
Dall’altro lato, però, emergenza significa momento di pericolo — così nella locuzione stato di emergenza: che è uno “stato” fino a un certo punto, in quanto in esso la “staticità” delle cose è precisamente in questione. Se ci troviamo nell’emergenza, vuol dire anzitutto che la gravità della situazione è arrivata al limite e che è giunto il momento di assumere le scelte del caso senza mezzi termini e per giunta senza avere neanche molto tempo davanti (sicché il calcolo diventa scommessa e si affida non alla ponderazione ma all’estro). Benjamin ha scritto che «la tradizione degli oppressi ci insegna che “lo stato di emergenza” in cui viviamo è la regola». Occorre intervenire sul cattivo corso del mondo prima che sia troppo tardi. Insomma, non si può fare poesia senza un occhio all’economia politica.
Due “occhi” (sembrino pure a qualcuno un tantinello strabici), due ottiche, diverse ma interconnesse vuoi nel lavoro sul piano interiore, che avrà i ritmi lenti della ricerca, vuoi nello scontro con il piano esteriore, che si caricherà di dinamismo. E il loro terreno di convergenza è per l’appunto il problema dell’io.
Si dirà che la poesia si è sempre occupata dell’io e — negli ultimi tempi — soprattutto la poesia “al femminile”. Ma nelle operazioni di Anna Maria Giancarli guadagna spazio un progetto che non è affatto quello di descrivere l’io o di esibirlo, come se la poesia fosse la sede naturale e il luogo pacificamente adatto alla espressione di quello. Semmai la poesia, qui, presta la sua complessità e la sua articolazione di linguaggio (la possibilità di scavare nelle parole, di smontarle e, se è il caso, di frantumarle e di sezionarle) a una analisi dell’io che non prende per buona nessuna identità precostituita. Assistiamo, quindi, non alla manifestazione “spontanea” di un soggetto inteso come qualcosa di naturale, quanto alla de-costruzione della sua presunta fisionomia, attuata con i mezzi semantici e ritmici di un discorso altro. L’io si trova, allora, oggettivato nelle sue componenti e nei suoi frammenti, nel mentre viene evidenziata la parzialità e la natura fittizia della sua immagine di sintesi, che la Giancarli chiama l’ego inchiodato («il respiro che non si allarga mai / a raggiera ristretto nel buio di un ego inchiodato / non incanti più / figurina patetica di un teatrino»…). Di conseguenza, il testo poetico si apre alla pluralità degli apporti e dei “pezzi di immagini”, come ha ben colto Fausto Razzi nel trasporlo in una partitura a più voci, con intonazioni cangianti, concertazioni dissonanti e negazione di ogni facile gradevolezza.
La pertinacia dell’utopia, che la Giancarli enuncia a chiare lettere («insisto sull’utopia»), non prende certamente il percorso teleologico e fideistico del Grande Racconto e neppure si proietta verso un futuro di là da venire. È, piuttosto, la dura ammissione della necessità di resistere per esistere. «(R)esisto alla prostituta apparenza», dice ancora il componimento Presa diretta. Il gioco della sottrazione d’iniziale (la messa in parentesi della R) non è innocente pratica ludica, ma l’indicazione di una decisiva cogenza che obbliga allo scarto (con tutto l’urgere, ma anche la difficoltà del caso) se non si vuole essere fagocitati nella “apparenza” attuale del mondo, e quindi nel ritratto ufficiale che il mondo offre di sé, attraverso i media. I quali media sono, secondo un altro eloquente intervento intraverbale dell’autrice, Re-media («Re-media occurrunt», si legge in I deprimenti ingegni delle trattative sono in passivo): cioè i media sono “re”, nostri signori e padroni nel dispensare la dose quotidiana di soporifera alienazione; ma sono anche “rimedi”, palliativi rassicuranti e linimenti per tenere insieme i soggetti consumatori, almeno quel tanto che basti a determinarli a seguire la scia seducente delle merci.
La poesia che mette in sospeso l’«io sono», procederà allora disarticolando e riarticolando, in un processo di rielaborazione che parte dal vissuto, ma non si esaurisce nella sua semplice contemplazione o nel suo ingenuo “trasferimento”. È, piuttosto, un itinerario analitico che si dispiega “a mosaico” (di qui la costruzione della raccolta per testi preferibilmente brevi) secondo le peripezie di un montaggio a valenza conoscitiva, della composizione a contrasto e di una vocazione a esplorare la complessità.
Come dialettica vuole. L’accostamento tra “segni” e “sogni” (riuniti nel titolo di una poesia davvero icastica, tanto che consta di soli due versi) non è dovuto soltanto all’effetto della somiglianza sonora della paronomasia. Nell’endiadi ritroviamo il doppio senso dell’emergenza: i “sogni” sono l’indice dell’insorgere di qualcosa che preme da dentro il soggetto; i “segni” sono gli elementi di uno scambio oggettivo, che diventa imprescindibile, dato il cattivo stato della situazione. La dialettica che si apre è quindi del tipo soggetto/oggetto, privato e pubblico, istinto e comunicazione. Ma sarà — e giustamente — una dialettica irrisolta e irrisolvibile (una dialettica della contraddizione: l’unica che si possa conveniente praticare, oggi). Da cui il testo esce con i movimenti disorganici di una partita dalle mosse mutevoli, che devono essere ri-negoziate di volta in volta. Si vada a leggere il testo Camicia di forza (altro di titolo di indubbia rappresentatività allegorica): «schiava di me oltrepasso l’ovvio / mentre ritorno a constatare-dilatare / mi invischio a sintetizzare preda / del cacciatore astuto dell’inconscio / faccio il suo gioco / – una partita a scacchi all’infinito -»).
Spezzettata, come sulle caselle di una scacchiera senza limiti, la strategia poetica fa tesoro della consapevolezza (per quanto tempo abbiamo sopportato le nenie melense dei poeti “inconsapevoli” e sedicenti ispirati?); ma portandola fino al massimo grado, da dove essa scorge i propri limiti e la necessità di mettere continuamente in discussione il piccolo ma prezioso bottino che riesce, passando da una mossa all’altra, a strappare al “non-detto” che ci circonda e ci costituisce, che è poi nient’altro che il nostro orizzonte storico e sociale.

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