Il primo Bàino

La prima fase dell’opera poetica di Mariano Bàino si è svolta tra fine anni Ottanta e primi Novanta del Novecento, in una atmosfera di forte fermento, partecipando l’autore al gruppo formatosi attorno alla rivista “Baldus” e poi al dibattito e alla breve vita del Gruppo 93. Legate a quel momento “propulsivo” le sue due raccolte, Ônne ʼe terra e Fax giallo (non proprio prime: le precede Camera iperbarica, favente Spatola) sono ora riproposte dalle edizioni [dia·foria di Daniele Poletti, nel quadro del progetto di quella casa editrice (ben distinto dagli andazzi attuali) di rimettere in circolazione il più possibile di materiale letterario alternativo, delineando a largo raggio un panorama vivace di scritture anomale.
Il bi-libro di Bàino che, tra le altre cose, ripristina l’ordine cronologico di stesura delle due raccolte rispetto all’ordine di pubblicazione (Ônne ’e terra + Fax giallo), esce con il supporto di un saggio di Antonio Belfiore.

Ônne ʼe terra (risalente al periodo 1988-89) si distingue per l’uso del dialetto napoletano: un uso, però, si badi, non nostalgico di un’origine edenica, né localistico-folklorico. Il genius loci ridotto a «geniuslò» la dice lunga su come l’essenza identitaria venga irrisa, così come il dialetto sia infiorettato da deliziose voci francesizzanti quali «sanfasò» o «scemanfù». Il dialetto serve piuttosto a garantire il punto di vista del comico, le intonazioni popolari e carnevalesche venendo a fare il verso alla comunicazione reclamistica, come nella intromissione della «villanella pubblicitaria». A ben vedere, al posto dei contenuti quotidiani che le vengono solitamente attribuiti, la funzione-dialetto qui comporta l’inserimento di numerosi materiali “modernisti”, decisamente allotri per un linguaggio incolto: si parte con l’invio al lettore ripreso da Baudelaire («fàuzo / lettore mio, suóccio a me, frate mio») e poi via via troviamo Villon, Mallarmé, il Cangiullo futurista, perfino un de Sade un po’ in incognito, ecc. “Onde di terra”: le onde dell’inventiva bizzarra e però la terra, le radici e il basso corporeo.
Come esempio si veda, tra le Vrenzole (testi di soli cinque versi) questo brano gnomico-sapienziale basato sull’immagine allegorica del mondo-sartoria con il passaggio oscuro della cruna dell’ago:

stragranne è ʼa sarturìa d’ ʼo munno
(matasse ʼe tiempo perzo): chi arravoglia
ʼe sarte e ʼo filo
matamàteco
è ʼo nnirefummo dint’ ʼo bbuco ʼe ll’aco

Quanto a Fax giallo (1992-95), non vi sono pezzi brevi come questo, ma è all’opera invece il continuum poematico di un verso lungo centrato nella pagina. È il testo sintomatico del periodo e quindi può essere parametrato con un elemento circolante nel Gruppo 93 e cioè il citazionismo. Riferimento a una novità tecnologia che oggi appare ormai desueta, il fax rappresenta comunque una macchina di comunicazione per riproduzione di copie, antesignana dell’email. Ma la citazione in Bàino non riguarda – come in altri autori coevi – il recupero della letterarietà lessicale o formale, piuttosto viene coinvolta nella fluidità dell’impasto che procede ad oltranza per collegamenti associativi con ingordigia direi gaddiana e diventa oggetto di irriverente rimasticazione e di ludica rielaborazione, soggetta alla malleabilità della lingua (per esempio il francese maccheronico che fa da pendant al napoletano francesizzante di cui sopra). Neanche nominati, ma in ballo entrano Govoni con le didascalie del suo visivo palombaro oppure il Montale a sua volta parodico del d’Annunzio alcyonio. Questa commistione dissipata e rifratta è messa in conto, fin dalle battute iniziali, a una condizione di crisi, a una situazione ridotta a “deserto”: «va senza dirlo che si sta in deserti (…) ovunque motabronx / e paltamerda di vita in sintesi, in perdita sensoria: spappolato / spazio di silicio»… In questa degenerazione dove non è possibile il «grido netto» non resta che passare per la via traversa del gioco, gioco con la parola e gioco con il patrimonio culturale e letterario: ci rientra un sublime ungarettiano trattato con la sostituzione delle vocali: «c’è chi s’allamana d’ammansa / s’ellemene d’emmense d’imminsi s’illimini s’ollomono / d’ommonso d’ummunsu s’ullumunu»; il calembour : «benedetto Hegel… / benedetto Croce»; l’ecolalia: «al cosmococcio d’oggetti che si sfanno in un raggriccio iccio / che non preservano le ruggini uggini di un’ideuzza loro di du / rata ata». La stessa parola “fax” è accompagnata doverosamente da allitterazioni: «farfalloso fax di che farfugli?» e altre effusioni in “effe”.
A colpire, però, non sono tanto i procedimenti sul significante, le spezzature o inversamente gli accorpamenti, le parentesi dentro le parole, l’aumento sonoro; più cogente, secondo me, è il lavoro sui significati usurati, come in questa sequenza elencativa di modi di dire più o meno adattati:

regger moccoli essendo stati piantati in asso avendo preso
granchi menando il can per l’aia l’orso a modena potendo
mangiare a ufo nascere in camiciola legandosela al dito levando
dal foco castagne pillole dorando subendo o avendo
subìto di tantalo il supplizio facendo fatiche d’ercole
facendo come l’asino di Buridano cavalli essendo di battaglia
sul libro nero essendo sotto l’egida entrandoci come culo con
le quarantore come pomo della discordia come gioco che non
vale la candela pagando ché pantalone paga paganini
non ripete parlando di corda in casa d’impiccato perdendo
tramontane piangendo lacrime di lacoste perdendo alla
martin la cappa per un punto essendo o essendo stati presi in
contropiede rimandando adcalendasgraecas sciogliendo nodi
gordiani facendo autodafé una fatica di sisifo: (…) 

(dove sottolineo l’impertinenza di quell’inserimento in una originale metonimia della marca al posto dell’animale che ne è simbolo: «lacrime di lacoste»). Gioco non consolatorio, a ben vedere, ma reazione contro lo stereotipo linguistico mediante lo stereotipo mercantile.
E perché il colore “giallo” del fax? Non è mica una tinta aurea né da trionfatore del Tour. È un giallo da fegato malato, spiegato al «lector» nella conclusione come «acidamaro», «il giallo nato per gioire e fattu minchia / agra», simile al «citrigno imposto al ghettoebreo al gialletto / prostituta», «zolfo dei cieli gialli» e via di questo passo. Dunque un colore non tranquillizzante, ma acre e sulfureo. Forse il colore della abrasione e distorsione dell’ironia. Di sicuro sta alla base di una linea di ricerca che è proseguita fino ai giorni nostri nel segno del burattinesco – intitolato a Pinocchio sarà Pinocchio (moviole), recentemente ristampato da Aragno – e della traccia nonsensical degli Amarellimerik e d’altri giochi per l’appunto amari.

20/03/2026

 

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.