Lucini “politico”

Tra Otto e Novecento Gian Pietro Lucini è stato il nostro maggior poeta di tendenza “simbolista”, ma – attenzione – di un simbolismo pronto a integrare senza nulla perdere anche la prospettiva anarco-rivoluzionaria di taglio repubblicano e libertario. Nel suo assiduo lavoro filologico attorno all’autore, Pier Luigi Ferro ha da poco ripubblicato e restituito in volume unitario i libelli direttamente “politici” e segnatamente antimonarchici che Lucini aveva stampati “alla macchia” proteggendosi con l’anonimato o dietro l’artificioso pseudonimo di Çi-devant. Attorno al passaggio di secolo, questi “giambi roventi” come li definisce l’autore, rispondevano alla necessità di intervenire contro la repressione dei moti di protesta culminati con i fatti di Milano del maggio 1898 spenti dalle cannonate di Bava Beccaris. Risposta direttamente “antagonista” più che in altre occasioni, gestita da Lucini con vibrante acredine satirica.
L’edizione curata da Pier Luigi Ferro con una documentata introduzione e con una fitta rete di note che chiariscono fatti e personaggi della cronaca dell’epoca, ha per titolo Carmi clandestini (edizioni Diana) e comprende La Nenia del Bimbo, Il Sermone al Delfino e La Ballata di Carmen Monarchia.

La Nenia del Bimbo è una sorta di ninna nanna dedicata a un pargolo di nobile casta che, risvegliatosi la notte, piange oppresso da una oscura minaccia. Lucini immagina che in realtà non sia sofferente di disagi fisici, ma che il suo incubo sia la serpeggiante protesta sociale; ed ecco allora che la voce poetica lo viene a consolare (grande effetto di ironia!) disegnandogli il suo futuro roseo di rampollo della classe dirigente. È il testo più pariniano dei tre, in quanto prospetta tutta un’educazione all’ozio e alla bella vita che, è chiaro, viene enunciata e denunciata nello stesso gesto grazie al “dire al contrario”, appunto, dell’ironia. A un certo momento, lasciati i vagiti del neonato, la voce si rivolge alla istitutrice inglese che dovrà avere un ruolo di guida nell’apprendistato del cinismo borghese:

«E, pedagogo in gonna, il Marchesino condurrai rapito ai profumati
secreti abbigliamenti, come vorrai, collo zucchero de’ baci nuovi e ghiotti,
o artificiale biondina d’Albione; poi verrà il tempo
al povero alunno più vasto campo s’aprirà davanti.
Cavalle da domar, spade lucenti, ostie e sacramenti;
e menzogne e ignoranza
e presunzione. Oh buona infanzia
fuggita per sempre! E irriderai ai cenci, e, idealista,
tra un rutto d’Aretino e una infamia alla Sade,
professerai un tuo dottor d’Aquino, senza conoscerlo,
rispetto alle dame, disprezzo alle ragazze che non hai,

omaggio alle beltà in corso ed avariate. Oh difesa del trono
e dell’altare, di tra una confessione e un carossello,
per augusti sponsali!

Come la Nenia, anche Il Sermone al Delfino risulta sul suo frontespizio Edito nel Buio, dal Paese della Miseria, all’insegna della Speranza, per i tipi della Fame. Ma qui il destinatario dell’apostrofe viene precisamente circoscritto nel figlio del re Umberto I, corresponsabile perciò delle stragi per il mantenimento del potere.
Il verso è tinto di sangue dall’orrore per le vittime anonime e dall’esigenza di una aperta e aspra “vendicazione” (termine questo, per eccellenza luciniano). E il Sermone ci può far vedere come Lucini se la cavi quando deve enunciare il polo positivo, rivoluzionario, che gli comporta spesso una certa retorica predicatoria con immagini parareligiose (la vittima come Cristo crocefisso, ecc.). Qui però, a un certo punto, proprio la religione viene tagliata in due, per così dire, dalla lotta di classe; perché ci sono due Dii, «il Dio de’ Ricchi è morto, ecco il Dio dei Servi», dunque l’afflato alla giustizia è svolto sul versante laico e umanitario. E vedete come procede la conclusione, con lo scatenamento del fuoco:

Rogo d’amore e fervido, rogo vivente e d’oro,
raggio color del sangue, raggio color del Popolo ruggente,
o fuoco propiziante e sacro santo, fuoco livellatore, puro fuoco e terribile,
spirito della terra, anima enorme d’odio, fuoco, pensiero,
fuoco, olocausto: il fuoco, il fuoco, il fuoco,
tutto il sole rovente e plebeo
e la grande Vittoria.

Da “incendiario” ante litteram.
Se questi toni si giustificano con la volontà di sobillazione, tuttavia il risultato migliore è a mio parere nella satira de La Ballata di Carmen Monarchia (1900) accompagnata nel volume dalla successiva variante Ballata di Carmen reginotta (1909), che verrà inserita nelle Nuove revolverate. Qui la polemica anti-monarchica passa tutta attraverso l’allegoria della ballerina di Café-Chantant (ma sull’allegoria nel simbolista Lucini ci sarebbe da fare un lunghissimo discorso che abbisognerebbe più ampio contesto che questo), una vedette che seduce il pubblico a suon di spagnoleggianti olè – del resto è Carmen, la seduttrice per eccellenza. Tra l’altro, qui Lucini sente il bisogno, per impinguare la pubblicazione, di premettere una “parata” introduttiva con vari personaggi e maschere, tra le quali è Gioppino, il popolano gozzuto, chiamato ancora una volta a rappresentare la coscienza dell’antitesi popolana e rivoltosa. Pluralità di voci che poi prosegue in quella che, con Bachtin, chiamerei una “parola bivoca”, divisa com’è tra la prospettiva ammaliante di Carmen («Giovanottini, olè!») e lo sguardo demistificante che ne rivela il posticcio e l’impostura («serico velo dal tutu si lacera, se pure trasparente, / e lo strappo indecente è un simbolo evidente: / Carmen avariata»), mentre a tratti esplode (in corsivo) un vocio senza soggetti («– Che caldo! – Assai! – Mimì? / – Chi sa! – E poi? – Ma! / – Brava! – La Carmen? – Sì!», ecc.). La messa in scena ci fa capire che Lucini ha scoperto – questo davvero parecchio ante litteram – la politica come spettacolo!
Un Lucini sempre verbigerante e sempre un po’ prolisso, ma decisamente in forma quanto a vibrante prosodia. Sia che l’opposizione alla volgarità del potere lo spinga a un verso lungo prosaico:

Vecchia leggenda: ma il Papà che non scorda l’avarizia,
se accolse la tua sposa poveretta, guarda alla cassa.
Ei sa per esperienza i ricchi giuochi della Banca e accoglie
i Consiglieri che maggior gli arrechino intrichi di denaro e d’agiotaggio.
Cura i rovesci e le buone stagioni, ai Banchieri confida il comando,
mal s’affida alli stemmi, riprova il pastorale e rifiuta la scienza.

in cui si possono ritrovare volendo, ma resi indistinguibili, i versi tradizionali come endecasillabi, quinari e settenari. Sia che quelle stesse misure siano riadattate a fare ritmo nella danza oscena della regalità compromessa:

Pinguedine d’un tempo or mai si strugge,
pinguedine di calma borghesia:
hanno de’ musi lunghi per la via,
susurran sotto via.
E per questo il tamburo,
che batte al buon richiamo,
sta floscio come un ventre di vecchiarda,
ha pozze e sdrusci e tonfa; non batte la diana,
non è grato e metallico, il tamburello, ollé,
di Carmen saltimbanca.

In ogni caso, il ritmo della recita non funziona in modo armonico. Come il potere ha bisogno di “aurata” maestà, ma anche di strage, così il ritmo del verso si allunga e si accorcia, si distende e si raddoppia per inseguire senza remissione la cattiva politica dei governanti.

21/02/2026

 

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