Poesia fatta per Bene

Carmelo Bene – lo sappiamo – è “apparso alla Madonna”. Ce lo ha detto nella sua autobiografia, incentrando il momento estatico sulla lettura bolognese dei versi danteschi. Per altro un’estasi all’incontrario rispetto anche ad alcuni passi precedenti (il meraviglioso «ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno visto la Madonna. Io sono un cretino che la Madonna non l’ha vista mai»). Che poi la predilezione infantile per la Madonna è chiaro che si sviluppa in un eroismo/erotismo verso il femminile.
Ma insomma, qui s’ha da parlare invece di Carmine Lubrano che, sulla scia delle “apparizioni” beniane, intitola il suo nuovo libro in versi Come Carmelo Bene sono apparso alla Madonna di Roca, uscito per le edizioni di “Terra del Fuoco”. E in questo libro Lubrano continua la sua poesia davvero ininterrotta, la sua “letania” più profana che sacra.

La “letania” di Lubrano consiste in un verso continuativo sostenuto da un costante impulso poetico. Si potrebbe parlare anche di un entusiasmo prodotto da esuberanza vitale che spinge il discorso a non smettere, rilanciato dalle figure della ripetizione e della ripresa. C’è dietro, come sanno i lettori della inesauribile produzione dell’autore, una carica simpatetica che chiama alla presenza i propri interlocutori e con ancor più forza le interlocutrici in forme non già “evocative” (come nei simbolismi postermetici), quanto piuttosto vocative. I richiami sono plurimi, di figure femminili e di antecedenti poetici: ovviamente Carmelo Bene (maestro di “apparizioni”) ed Emilio Villa, che con la sua Letania per Carmelo Bene ha aperto la strada del genere. Ma poi, vari altri, Carroll e Burchiello, Apollinaire e Breton, a un certo punto Pizzuto, accolto nel gruppo, l’omonimo Giacomo in dialogo con AnnArosa, Juliana Notari, artista brasiliana artefice di una enorme opera a forma di vulva, e prima ancora le icone erotiche Marilyn, Jane Birkin e Dora Maar.
Ora, l’impulso versificante produce un insieme magmatico e plurilinguistico (spiccano le parti in napoletano) di una «lengua aggrovegliata»  che non disdegna rimbalzi sonori e paronomasie; vedi le sfilate consonantiche del tipo: «e ci sguazza s’ingrassa di grosso s’ingressa in ogni pertugio», «tra taroccati tarocchi e tarocchisti di turno», «incanta il ventre e canta il mentre». Una poesia impastata di oralità e pronta già subito per l’esecuzione in pubblico. E l’oralità porta con sé l’immagine della bocca, ambivalente sui due versanti del linguaggio e dell’eros:

fu Lengua Amor Osa OSAndo inter inabili parole
Impossibili la voce che dice
mentre si tace le labbra la bocca nel canto
che beve spermatico inchiostro e indecente
in un continuum rusarium rusariae de ciento e ciento
matide stroppole c’addore do’ mmare
sporche e ammalate di vita 

L’altro tema ricorrente è quello dell’“apparizione” aperto dal titolo, cioè il versante dell’ardore che porta con sé un linguaggio religioso. Però già in Bene, ma ancor più nel caso di Lubrano, in tutta evidenza si tratta di un misticismo conveniente abbassato. La Madonna è la “mia madonna”: «sono apparso / alla mia madonna beatamente puttana». Così, l’innografia rituale (per esempio: «santo santo santo») viene volta ad esaltare l’altra parte, il represso da tanti secolari anatemi. Oppure si presenta in caratteristici ossimori: «questa canzone così simile alla bestemmia / all’orazione»; oppure: «noi siamo / ormai divenuti santi / angeli scostumati osteggiati da preti e congreghe». Erotismo trasgressivo, né asettico e neppure meccanico, ma gestito in intera corporalità di puzzi e afrori, di sporco materialistico. «Poesia pornografica maldestra scurrile eccessiva», la dichiara l’autore, in polemica con il perbenismo di tanta poesia sentimentale-ideale di ieri e di oggi. In aperta polemica e in tutte maiuscole: «VI PREGO NON CHIAMATE POESIA / QUESTA INDIFFERENZIATA MONNEZZA».
Il libro consiste, dicevo, in una versatura continua, ritmata per giunta dalle immagini che, in chiave surrealista, l’autore compone collagisticamente. E, nella parte finale, compare una riflessione sul poetare, una sorta di poetica in versi (pur essa oggi divenuta assai rara). Qui, in una prosodia più contratta, si esprime l’aspirazione a una parola di contatto e di contagio, sempre dentro ad una sovrabbondante metafora sessuale:

sarò carme in cocente coito e nel frammento
di indolenti accenti sarò
parola insofferente
che non si sazia nell’ozio
di una stremata carezza
seguirò i tuoi guizzi
sarò capriccio e catarro clistere
d’acquasanta e avemmaria
rusario e letania
per questa benedetta
da tuttisanti tutte
le puttane ed i poeti surrealisti
sodomia e così sia
epifania del verbo in eloquente erezione
sarò graffio carezza e flusso seminale
in questa voce che mi brucia e che feconda
e così che possa ingravidare la tua
voce
e gravida per il mondo andrai

E in versi più lunghi e ancora allitteranti:

il verbo avanza a passo di danza in questa stanza
e nonostante le assenze
qui tra assi e tra sassi che rimano sesso e tra fiori d’ibiscus
gravidi d’impazienza d’indolenza
tra sorsi di vino rosso e je t’aime moi non plus

Poche pagine prima si legge: «e qui il poeta sfugge dal codice». Ben detto, caro Carmine! Sfuggire dal codice è la risposta della poesia al “che fare?”  In fondo si tratta solo di identificare il codice dominante – tutto qui, però mica tanti ci riescono – e poi fare il contrario, a proprio rischio, ma con massima soddisfazione.

19/01/2026

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