“Critica integrale” è entrata nel suo sesto anno. Dei motivi per cui avevo aperto il blog uno (entrare nella rete per uscire dalla rete) si è rivelato infondato: se entri nella rete non ne esci, ti tiene dentro, magari cullato dalle cifre delle statistiche (i numeri ci sono…), mentre per la promozione di eventi esterni o di scritti cartacei la rete mi è risultata ben poco utile. L’altra intenzione (tenere in efficienza la materia grigia personale) non è valutabile da parte mia, perché chi si rimbambisce non se ne rende conto. Ma andiamo avanti.
Questo passaggio d’anno è stato segnato da un acceso dibattito, “oggetto del contendere” il film di Zalone, grande successo annunciato con sale stipate da record. Che se ne discuta accanitamente è già un indice preciso del livello in cui siamo… Non entro nella questione specifica e anzi dichiaro subito che non ho visto il film e probabilmente non lo vedrò mai. Lasciamolo alla sua rapida consumazione. Tuttavia, curiosando qua e là, senza volerlo, per caso, come succede, sono capitato su una recensione decisamente negativa, seguita da una accesissima quantità di commenti, quasi tutti indispettiti pro-Camino.
Il dibattito non era gran che, spesso si limitava alla contrapposizione “fa ridere / non fa ridere”, epperò – sarà deformazione professionale – vi ho ravvisato implicite in un ventaglio di motivazioni che raggrupperei in 6 orientamenti principali le diverse articolazioni del “senso comune sulla critica” dei nostri tempi. Differenze convergenti, si badi, perché ciò che tutti e 6 gli orientamenti condividono è proprio l’esclusione e il biasimo dell’atteggiamento critico.
Vediamoli uno per volta.
A) Alcuni sospettano che l’anticonformismo di chi nega valore a un prodotto unanimemente accolto abbia il secondo fine di attirare su di sé una gran dose di visualizzazioni, ancorché in disaccordo, fa lo stesso e fa d’uopo. La stroncatura controcorrente non sarebbe altro che una risorsa astuta per far salire l’audience. La critica come furbata.
B) L’addebito più comune è quello dell’invidia. Il critico come “rosicone” (termine ormai usuale nella destra per stigmatizzare qualunque dissenso). O anche: una sorta di sadico che gode a rovinare il piacere degli altri. Il critico è visto come un aspirante autore che tuttavia non è riuscito a produrre niente di creativo e quindi, non essendo stato capace, ha ripiegato sull’abbassamento delle opere a lui precluse, con bile e rancore più e più esacerbati. Per altro, i chattanti non lo sanno, ma questa denuncia ha una sua ampia tradizione; facciamocela dire, ad esempio, con stile (lo si ammetta) più “elegante” dell’odierno, dall’introduzione di Gautier alla sua Mademoiselle de Maupin:
Una cosa certa e facile da dimostrare a quelli che potessero dubitarne è l’antipatia naturale del critico per il poeta: di chi non fa nulla per chi fa qualche cosa, del calabrone per l’ape, del cavallo castrato per lo stallone.
Uno sceglie il mestiere di critico soltanto dopo essersi accertato di non poter essere poeta. Prima di ridursi al triste compito di custodire i pastrani e di annotare i colpi come un inserviente di biliardo o un servo di pallacorda, ha corteggiato per molto tempo la Musa, e tentato di svegliarla, ma non è abbastanza vigoroso per la bisogna: gli è mancato il fiato ed è ricaduto, pallido e stremato di forze, ai piedi del sacro monte.
Capisco quest’odio. È doloroso vedere un altro sedersi al banchetto cui non siamo invitati e andare a letto con la donna che ci ha respinto.
C) Ma torniamo alla rete e all’oggi. La maggioranza degli interventi citava a riprova della bontà del film il clamoroso successo di pubblico. Il critico parli pure, ma le fitte schiere recatesi felicemente al cinema gli danno torto di fatto. Anche questo è un argomento che data dagli inizi della destra berlusconiana: noi abbiamo i voti, quindi abbiamo ragione. Tradotto qui: la zalonata ha attirato un sacco di gente, quindi ha raggiunto perfettamente il suo scopo che non era altro che quello. Le chiacchiere sulla bassa qualità stanno a zero. I guadagni al botteghino sono la misura di un valore che non si può mettere in discussione. Argomento così evidente che non si capisce come mai tanti facebookisti abbiano poi sentito il bisogno di rispondere e replicare al singolo parere negativo.
D) Molti hanno riprovato il modo, cioè la pretesa del recensore di emettere un giudizio che valesse anche per gli altri. In fondo, avrebbe dovuto limitarsi a mettere in comune la propria esperienza soggettiva, dicendo semplicemente “non mi è piaciuto”: in quel caso sarebbe stato accettabile e accettato nella comunità degli spettatori come un qualunque fruitore individuale che dice la sua. Mentre invece, assumendo un tono assertivo in qualche modo rivestito di presunta oggettività, si è impancato a giudice massimo e a consigliere non richiesto e così si è messo dalla parte del torto. Uno vale uno, chi sei tu (critico) per contare di più?
E) C’è una variante interessante: alcuni hanno rifiutato la recensione dicendo che non vogliono “farsi influenzare” da una valutazione esterna. Che ognuno si guardi il suo film e poi ragioni con la propria testa! Molto bene: ragionare con la propria testa è davvero il risultato che la critica ambisce ad ottenere; peccato però che ci sia, prima di tutto, a monte, la potente influenza di un battage pubblicitario sproporzionatamente ingente. Qui si genera un qui-pro-quo: coloro che con molto sdegno rifiutano un particolare influsso hanno già subito senza avvedersene un insidioso influsso collettivo. In realtà l’influsso rifiutato è rifiutato non perché esterno, ma perché metterebbe in crisi proprio il “senso comune”.
F) C’è infine, diffuso, un argomento abbastanza legittimo: volevamo solo passare qualche ora con un prodotto “leggero”. Lasciare per un poco – visto che si è in vacanza – la testa libera dai pensieri. Non è altro che la richiesta di un buon intrattenimento, magari con qualche “messaggio” aggiunto con il sorriso. Ripeto, è una esigenza legittima: a Natale non si può pretendere certo l’avanguardia. Obietto solamente che l’intrattenimento ormai guida il gioco tutti i giorni dell’anno, quindi non si capisce da cosa si debba “vacare”. Ma evidentemente i cervelli degli spettatori di solito si sfiniscono in complicate elucubrazioni per aver bisogno di una pausa… E io che ritenevo che il mercato culturale garantisse dal disturbo dei pensieri!
Insomma, ragazzi, tempi duri per la critica, accerchiata da simili orientamenti del senso comune dilagante dai social dappertutto. Ma “Critica integrale” andrà avanti ugualmente, non per altro che per tenersi in esercizio. Buon anno.
06/01/2026