Elogio (epicedio) della rivista

La forma-rivista nasce e si consolida in corrispondenza con la formazione del pubblico borghese, con una funzione di orientamento e giudizio. È anche la modalità che favorisce lo sviluppo di una forma particolare di intervento critico, il saggio, scrittura più agile del trattato e del commento. Per altro, il saggio è troppo breve per avere edizione autonoma e quindi deve essere associato ad altri saggi, come appunto avviene nei volumi delle riviste letterarie.
Nel Novecento la forma-rivista raggiunge il suo punto più alto e significativo, in corrispondenza dello sviluppo polemico-concorrenziale del campo letterario, attraversato da indirizzi discordi, tra i quali le avanguardie sono solo la punta dell’iceberg. Anche perché le avanguardie costringono i difensori della tradizione a manifestarsi in contrapposizione, avviando un gioco di tendenze e controtendenze, che trova nella rivista il veicolo più appropriato.

Con due aspetti principali.
Il primo è costituito dalla valenza collettiva, non solo del gruppo redazionale, ma anche dei collaboratori abituali: scrivere su una rivista significava schierarsi, prendere posizione in un quadro di scontro aperto. Per dire: il Futurismo nasce attorno a “Poesia”, dall’altra parte “la Voce” è avversa al Futurismo, mentre “Lacerba” proverà a costituire una transitoria alleanza – quando Palazzeschi lascia il movimento o Lucini si dichiara estraneo è sulla “Voce” che lo dichiarano. O ancora: negli anni Cinquanta “Officina” propone la formula del “neo-sperimentalismo”, che poi però sarà prevalentemente sfruttata dal “Verri”, con tensioni reciproche. Di questi esempi “strategici” se potrebbero fare molti.
Il secondo punto importante riguarda la temporalità: l’uscita periodica della rivista letteraria (bimestrale o trimestrale o qualunque sia) la rende lo strumento più adatto ad accompagnare lo sviluppo della tendenza nel suo farsi, nel suo dinamico procedere. Il libro impiega più tempo e cade in un preciso punto della storia; la rivista invece ha una processualità e una durata, può servire ad anticipare le pubblicazioni in volume, può offrire prime versioni in abbozzo, può contestualizzare meglio un’opera in fieri. Senza dimenticare la funzione di sismografo del dibattito, per la quale la forma-rivista risulta sempre un ibrido di testi creativi e testi critici (sebbene ovviamente i rapporti tra le due sfere possano cambiare in percentuale).
Ora tutto questo è finito, repentinamente, col passaggio del secolo, in pratica in corrispondenza con l’avvento della rete internet. Come mai? E perché oggi è impossibile praticare la forma-rivista al di fuori delle riviste accademiche, supportate dai fondi di ricerca e riservate, in massima parte, alla produzione dei ricercatori universitari bisognosi di titoli per i concorsi che li attendono (nel caso della famigerata “fascia A”). Ci sono i problemi economici, certo, perché non ci sono più abbonati, ma neanche lettori; ma, in fondo, tali problemi non sarebbero decisivi, anzi, la rete potrebbe ospitare facilmente e a basso prezzo la forma-rivista; Basterebbe impaginare e poi trasformare in pdf, caricare su un qualche sito e le riviste potrebbero venir lette e forse anche vendute con risultati probabilmente perfino migliori rispetto agli ultimi tempi, quando andavano scomparendo dagli scaffali delle librerie o erano relegate in anfratti. Invece c’è qualcosa che osta a questa semplice trasmigrazione (pur, in alcuni casi fortunati, riuscita). La questione riguarda proprio la temporalità: la forma-rivista funzionava, come accennavo, in quanto testo collettivo in fascicoli distribuiti nel tempo; la rete però tende a mostrarsi nel presente assoluto del suo stato attuale, spesso è difficile districarsi con la datazione dei suoi materiali. C’è questo motivo se la forma-rivista è stata presto soppiantata in rete dalla forma-blog. In un blog noi possiamo pubblicare di volta in volta tanti materiali quanti ne possedeva un numero di rivista, tuttavia non tutti insieme, ma uno per volta. È in qualche modo l’effetto di un’attenzione diminuita: di fronte a un gruppo di saggi, per di più collegati tra loro, il lettore diseducato di oggi si sentirebbe sommerso, mentre può affrontare comodamente un articolo (notare anche la minore quantità nel passaggio da saggio ad articolo, o dovrei dire “post”). Mi è stato spiegato che la rete funziona così ed è probabile che sia vero, tuttavia l’abbreviazione comunicativa, che per molti è una legge dettata dallo strumento che si usa, a me sembra il segnale di una catastrofe.
Alla domanda come mai sia crollata la forma-rivista una facile risposta proviene dalla stessa definizione che ho dato della rivista novecentesca come veicolo di una tendenza: allora si potrebbe opinare che le riviste siano finite perché non ci sono più le tendenze. Questo in un certo senso è vero: ai nostri tempi, ogni volta che compare qualche fenomeno che potrebbe avere aspetto tendenzioso, i partecipanti avvertono subito, a scanso equivoci, che, per carità, “non costituiscono una tendenza”… Che poi le tendenze esistano, individualizzate, implicite, inconsapevoli e perciò tanto più dannose è altro discorso. Ma certamente siamo nell’epoca della crisi dell’intermediazione. Il mercato non ha bisogno di “orientamento” e “giudizio” perché si affida al rapporto diretto con i fruitori e quindi punta sull’invito accattivante, sulla promessa di emozione e di empatia, senza bisogno di complicate presentazioni critiche o teoriche. Proprio l’eclisse del livello critico-teorico fa sì che ai residui della forma-rivista ancora fluttuanti nella rete diventi difficile se non impossibile mettersi in comunicazione e fare dibattito.

21/12/2025

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