C’erano una volta su Tralfamadore delle creature che non assomigliavano affatto alle macchine. Non erano affidabili. Non erano efficienti. Non erano prevedibili. Non erano durevoli. E queste povere creature erano ossessionate dall’idea che tutto ciò che esisteva doveva avere uno scopo, e che certi scopi erano più nobili di altri.
Queste creature passavano quasi tutto il loro tempo cercando di scoprire qual era il loro scopo. E ogni volta che scoprivano quello che sembrava il loro scopo, quello scopo sembrava così abietto che le creature si sentivano riempire di disgusto e di vergogna.
E, piuttosto che prestarsi a uno scopo così abietto, le creature facevano una macchina proprio per adibirla a quello scopo. Ciò le lasciava libere di prestarsi a più nobili scopi. Ma ogni volta che le creature trovavano uno scopo più nobile, quello scopo non lo era abbastanza.
Così si costruivano delle macchine che servivano anche a scopi più elevati.
E le macchine facevano tutto con tanta abilità che si finì per dare a loro l’incarico di scoprire quale poteva essere lo scopo più eccelso delle creature.
Le macchine riferirono in tutta onestà che non si poteva proprio dire che le creature avessero uno scopo.
Al che le creature cominciarono a massacrarsi, perché odiavano soprattutto le cose che non avevano uno scopo.
E scoprirono che non erano molto brave neppure a massacrarsi. Perciò affidarono alle macchine anche quell’incarico. E le macchine lo portarono a termine in meno tempo di quanto ce ne voglia per dire “Tralfamadore”.
(da: Le sirene di Titano)
06/07/2025