Tornare a scuola a Francoforte

Triste è lo stato attuale della politica, ridotta a mera gestione o alla mossa furbesca limitata nel linguaggio alla propaganda o al bla-bla confuso della compagnia di giro dei talk-show; e non meno triste è la letteratura, ridotta a successi annunciati e in rapida obsolescenza, tra presunte enfatiche bellezze emozionanti e moralistici predicozzi, quando va bene. In questa situazione, la cosa migliore mi pare tornare a studiare. E tornare a riflettere su quei nodi che, in un passato non poi così lontano quanto sembra, sono stati affrontati per arrivare al cuore del problema.
Personalmente ho provato a farlo con Brecht, Benjamin e il marxismo critico, e anche Adorno e Marcuse son stati della partita. Ecco allora a disposizione, per riprendere a rifletterci, il libro su La Scuola di Francoforte (editore Carocci), scritto da Stefano Petrucciani. Un libro molto utile, perché Petrucciani ha ricavato, dalla frequentazione con questo dibattito, due indubbie doti: la chiarezza espositiva e argomentativa, che non si ammanta in neologismi astrusi né accetta scorciatoie misticheggianti, la prima; la seconda è che non si astiene mai dal discutere con i propri oggetti di studio come se se li trovasse davanti, e ciò significa una resa di volta in volta attuale dei temi affrontati.

Dunque, la Scuola di Francoforte e la teoria critica. La critica, a ben vedere, incontra un problema, perché non la si può esercitare totalmente: chi fosse sempre critico non vivrebbe più. E se la si porta a fare critica della critica stessa si finisce nello scetticismo decostruzionista. D’altra parte, ridurla a uno strumento, a una funzione, può portare a quella ragione pragmatica che è l’apologia dell’esistente. In questo orizzonte complicato si muove la teoria critica nella prima metà del Novecento, in particolare nel fondatore e direttore della Scuola francofortese, Max Horkheimer. La mossa principale, che mi pare azzeccata, sta nel dimostrare che gli ideali (compreso quello dell’uguaglianza socialista, ma anche la logica del ragionamento) sono radicati in un interesse collettivo profondo. Scrive Petrucciani:

Perciò l’interesse alla soppressione dell’eteronomia e del privilegio, che motiva il pensiero critico, non è un interesse qualunque, che si ponga sullo stesso piano delle altre costellazioni di interessi che si scontrano nella società; al contrario, nella prospettiva di Horkheimer si può ben dire che esso è un interesse della ragione stessa.

Si tratta di una ripresa dell’illuminismo che però ne mette in questione i limiti, soprattutto quando Horkheimer e Adorno raggiungono esuli gli Stati Uniti e lì incontrano il consumismo americano. Allora fa testo la Dialettica dell’illuminismo e soprattutto le pagine adorniane di rilettura dell’Odissea che dimostrano come l’illuminismo possa tenersi al piccolo cabotaggio (ratio come vantaggio immediato) e possa, con una sorta di ritorno del rimosso, reinstistuirsi come mito. Eppure l’esercizio della critica è pur sempre la conferma del gesto illuminsta di fondo. Dunque:

la razionalità illuminata, che per un verso si mostra solidale col dominio, per altro verso ne è anche la negazione, in forza del suo telos immanente ma sempre inattuato, che è proprio quello di superare compiutamente il mito e l’eteronomia, di uscire per davvero dalla ferinità della lotta per l’autoconservazione, che anche le forme mediate di dominio sociale sempre ancora sottilmente riproducono.

Il libro procede poi a trattare la figura di Marcuse cui l’autore riconosce oggi «una nuova attualità». E Marcuse certamente ha proceduto a esplorare i cambiamenti intercorsi nell’ideologia dominante, fattasi capillare con nuovi strumenti di presa. Marcuse e il Sessantotto – quando era il nostro livre de chevet –, un rapporto “ambivalente” e anche, per certi versi, “impossibile” valido soprattutto nei cambiamenti culturali profondi piuttosto che nelle linee di lotta.
Petrucciani, però, non si ferma ai maggiori rappresentanti – e anche questo è un suo pregio. Continua con i successori: Habermas, che si confronta con le filosofie pragmatiche – mentre polemizza invece con la moda decostruzionista e postmoderna – mettendo al centro l’“agire comunicativo” e l’etica del discorso; e ancora Axel Honneth, fino ai più recenti Rachel Jaeggy e Hartmut Rosa. Proprio da questa seconda e terza generazione vengono al pettine i nodi più interessanti della discussione attuale. Perché si tratta di rimettere sul tavolo argomenti che sembrano già bell’e risolti con l’ignorarli nel contesto di un pensiero omologato.
Infatti: chi si interroga oggi su “quale socialismo”? Oppure sulle questioni della democrazia, della libertà e dell’alienazione? Su questi interrogativi il libro non ha in tasca alcuna risposta, ma sente ugualmente l’esigenza di andar oltre il pensare comune giornalistico e televisivo. Così, in confronto con Habermas, Petrucciani discute sull’orizzonte della democrazia:

A questo Habermas, di cui non si devono sottovalutare i meriti, credo si possa in qualche modo rivolgere la critica di non aver superato alcuni limiti del modo di pensare illuministico: nel senso che la sua perorazione per la causa di una razionalizzazione della politica sul piano interno ed esterno corre talvolta il rischio di dare per acquisito un processo che invece tale non è affatto (qual è, bisognerebbe ad esempio chiedersi, l’effettiva condizione dell’opinione pubblica in una società come la nostra?) e di trascurare l’analisi delle forze effettive, dei reali rapporti di potere che rendono così difficile l’attuazione di una democrazia conforme ai suoi principi e di una giusta legalità internazionale che argini l’egemonia dei più forti, la lotta per il dominio tra le potenze e la sfida terroristica a esse.

E così l’idea socialista viene considerata necessaria, tuttavia senza alcuna irenica certezza di una realizzazione che renda l’uomo “buono” di botto (magari obtorto collo); è, semmai, una “idea regolativa” cui approssimarsi il più possibile:

Giustizia e vita buona: contrastare i privilegi ma anche minimizzare progressivamente la competizione e l’antagonismo tra gli uomini. Si può discutere se sia opportuno tenere distinti questi due momenti (da pensare comunque nella loro sinergia) o se sia preferibile trattarli come un’unica questione (come tende a fare la teoria del riconoscimento di Honneth). Certo è però, almeno dal mio punto di vista, che una prospettiva emancipativa di questo tipo non può essere pensata in termini sostanzialmente diversi da quelli dell’“idea regolativa” kantiana: qualcosa verso cui orientarsi, ma sapendo che non potrà mai essere pienamente conseguito, che nulla di empirico potrà mai pienamente corrispondergli.

Affermazioni che sarebbe bene discutere, è vero, ma intanto la scuola cui ci invita questo libro è esattamente una scuola di ragionamento. Quindi: tornare a scuola a Francoforte. Perché, come sosteneva Walter Benjamin, che dei francofortesi fu uno dei principali collaboratori, «la porta della giustizia è lo studio».

17/05/2024

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