Storia di Vous di Giancarlo Marmori
Pur non partecipando molto alle attività del Gruppo 63, Giancarlo Marmori è tuttavia presente come narratore nelle principali antologie, sia quella del 1964 (La nuova letteratura) che quella del 1966 (Il romanzo sperimentale). Mentre il primo romanzo, Lo sproloquio, precede la fondazione del gruppo, il secondo, Storia di Vous (Feltrinelli, 1965) rientra in pieno nella stagione dello sperimentalismo narrativo. E vi rientra a modo suo, secondo un progetto davvero particolare.
Si potrebbe parlare anche per Marmori di una prospettiva esistenziale basata sullo sguardo e sulla descrizione esterna, sui gesti e sui suoni, dove il dialogo è molto misurato e laconico, lasciando incompleta la trama e oscurando la psicologia. Ma la particolarità risiede nell’argomento: Vous è il nome di un personaggio femminile destinato (senza costrizione) ad avere il corpo migliorato da abbellimenti. Una donna-oggetto, oppure la vittima dell’estetica?
Data l’attività dell’autore in Francia e le sue traduzioni di Klossovski – tanto che i suoi libri escono prima in francese – sarebbe facile catalogare il romanzo come una storia di sottomissione, una sorta di Histoire d’O. Di fatti, il corpo di Vous si trova in mano di altri (Sí, Olivia, il Fratello, la cameriera Susanna, il portiere-autista Domenico) gestito come supporto di ornamenti e infine trasformato in una specie di “trofeo”. Ciò che colpisce, però, è che in questo processo il lato esistenziale viene completamente cancellato, manca l’interiorità, è assente la volontà («Vous non sa quello che vuole»), la stessa sensibilità appare ottusa. L’unico linguaggio possibile è quello della superficie, una specie di linguaggio della moda. Sicché nella pagina iniziale il personaggio ci viene presentato attraverso l’abito:
Vous apparve sulla soglia del salotto, una mano sullo stipite, l’altra abbandonata lungo il fianco. Era a piedi nudi e indossava una strana blusa di mussolina fitta di gale sopra una gonna corta e pieghettata.
E attraverso il trucco:
Aveva il volto violentemente bistrato, la bocca dipinta a ghirigori, le orbite nero e argento alluminio, congiunte al setto nasale e prolungate attorno da altre volute di trucco e di polvere metallica, sino alle tempie e alle alette del naso, ampie orlature arabescate come sull’occhio dei cigni, ma più ricche e colorate perché dalle sue palpebre, al posto delle ciglia, pendevano delle frange di pietre minuscole.
Quindi, se c’è tutta l’atmosfera da classico dell’erotismo, la reclusione nell’appartamento, la disponibilità assoluta, ecc., l’eros si ritrova assolutamente congelato da una sorta di perversione ancora maggiore. Per altro, Vous è messa sotto tortura per l’innesto nel corpo di vari ammennicoli (gioielli, collane, pennacchi, ecc.), tuttavia è sempre chiaro che potrebbe sottrarsi e anzi, a un certo punto, torna a casa e si muove liberamente per la città. Tanto più la storia è strana perché il corpo addobbato non appartiene al passato di qualche popolo esotico e nemmeno al futuro di qualche pianeta fantascientifico, ma a un normalissimo presente di metropoli occidentale.
Forse può aiutare la comprensione il titolo francese dal libro: Cérémonie d’un corps. La “vestizione” di Vous rappresenterebbe insomma la cerimonia rituale del consumismo, di un nuovo idolo già postmoderno, di un corpo parte carnale e parte artificiale, ibrido. La mancanza di reazione e tutto sommato anche la mancanza di desiderio sadico negli stessi torturatori, segna il successo della feticizzazione e dell’estraneità. Vous non abita più il suo corpo, di qui l’indifferenza:
Vous restava tranquilla. Nessuno poteva soccorrerla e mai lei lo avrebbe preteso. Si sentiva esposta da tempo e per sempre ai limiti d’una sua progressione verso quel che già era, la carne piena e, dalla carne, come tuberi, i gioielli e le piume, l’inutile indecenza.
Cosa tra le cose («l’ombra s’era ammucchiata con le sue garze tra le sue gambe e le braccia, oltre le spalle e le reni, colpendo le sue penne e i suoi gioielli, senza distinguere quel corpo da altri oggetti inanimati»), votata alla servitù volontaria, Vous non reagisce se non vagamente con grida e lacrime, insomma in modi non verbali. Infatti non parla praticamente mai. È interessante notare che, in parallelo a questa “disumanizzazione” c’è una resa artificiale anche dell’ambiente e del paesaggio circostante. Così la folla: «Un autobus filò radente il marciapiede. Si fermò davanti a lei, un’alta struttura di lamine e di cristalli, con la sua striscia di volti ai finestrini»). Persino la natura, che potrebbe consentire una fuga lirica, viene deformata con particolare maestria da Marmori (come accedeva anche nel precedente romanzo) con qualche tratto antropomorfo. Un esempio:
Imbruniva. Oltre il nero bitume delle nuvole più basse luccicava un frammento di verde incandescente, una breve escoriazione di sereno. Altre nuvole più alte vagavano e si laceravano in quell’atletico cielo.
Il finale (proprio la parte conclusiva è il brano che si trova incluso nell’antologia fondativa del Gruppo 63), il finale, dicevo, trova la protagonista abbandonata nella natura. Che sia la nuova natura ibrida? Leggiamo:
Poi il vento si spense. La pioggia scese ingolfandosi nelle crepe del cielo. Vous rimase sulla collina, sola ed esclamata dal suo corpo.
Vous, come accennavo, è un personaggio muto e al massimo pronuncia il proprio nome, magari, come nel finale, con un punto interrogativo. E il nome, per l’appunto è significativo. Può suonare come un’offerta indiscriminata (“per voi”). A meno che non sia una crasi di Venus… Ad ogni modo impersona la sofferenza tacita dell’alienazione: Vous siete voi!