ANTONIO PIZZUTO

Paginette di Antonio Pizzuto

Antonio Pizzuto narratore sperimentale? Certo potrebbe sembrare forzato e l’autore stesso con tutta probabilità avrebbe disapprovato. Cronologicamente era di un’altra generazione, per quanto la comparsa dei suoi caratteri peculiari abbia per molti versi coinciso con gli anni delle nuove avanguardie. In fondo, ciò che più lo unisce a quella stagione è la complessità della scrittura e la conseguente difficoltà della lettura che potrebbe gareggiare, non dico con il Tristano di Balestrini, ma con il Capriccio italiano di Sanguineti o con L’oblò di Spatola. Ma certo questo non basta e per valutare con attenzione le differenze specifiche ci si potrà rivolgere in particolare alle Paginette, pubblicato nel 1964 da Lerici, che poco dopo sarebbe diventato l’editore di “Marcatré”.
Le Paginette rappresentano un importante punto di passaggio dell’opera pizzutiana, che abbandona il genere romanzo per approdare a una struttura frammentaria, conservando solo labili tracce alla continuità dei personaggi. È la scrittura per “lasse”, che sarà la preferita anche nel romanzo sperimentale e poi l’autore condurrà a risultati sempre più minimali fino alle Ultime e penultime.
Questo libro, fra l’altro, contengono in appendice uno scritto teorico (Paragrafi sul raccontare) che mette in chiaro alcune contrapposizioni di base non tanto lontane dal romanzo sperimentale: la distinzione tra “storia” e “storiografia”, con l’esclusione dei “fatterelli”; la “narrazione” contrapposta al “racconto”; la “rappresentazione” contrapposta alla registrazione. Si obietterà, però, che Pizzuto non abbandona mai la sostanza aneddotica che sta alla base della sua scrittura: è vero, tuttavia la rielabora, la raffina, la riporta sulla pagina attraverso una serie si può dire infinita di spostamenti di assai varia natura, lessicale (fino al neologismo), grammaticale (soprattutto con l’uso non narrativo del verbo, al massimo l’imperfetto) sintattica (l’insistita paratassi), retorica (di metafora o metonimia che sia), con l’inserzione del discorso dei personaggi senza cura di didascalia, il raro apparire del commento del narratore, ecc. ecc., in un amalgama straordinario, alla fine enigmatico. Se intendiamo tutto questo come deviazione stilistica dal grado zero (e l’interesse comprovato di uno stilcritico come Contini potrebbe avvalorare l’ipotesi) potremmo a buon diritto sostenere che in Pizzuto c’è un’eccedenza stilistica (o un alto “tasso di figuralità” per dirla con Orlando) superiore a chiunque; tanto che, alla fine, quel fondo (il rappresentato) resta piuttosto vago e prende rilievo la superficie, dotata per giunta di ritmo e di musicalità.
Ci vogliono gli esempi, come no, e provvedo a prenderli appunto da Paginette. Qui il passaggio di una processione religiosa:

Sedati o stanchi c’era infine il silenzio, immobilità, una salmodia ancora fioca, voci bianche, dalla voltata appariva la processione mariana, già quasi buio, avanti le fanciulle nei veli candidi, gli stendardi, infanzia sorretta, lo stamburare anapestico sugli strumenti sí zitti, desiderio di banda, poi il clero in cotta, ceri vividi per l’oscurità; coi piviali estesi a occupare la carreggiata tre solitari officianti, ed ecco fra scolte piumose, splendido entro l’assoluta penombra il carro, lieve, come se rasentasse suolo, appresso una folla invocante. Gli ultimi fedeli ormai sboccavano nel corso, da capo silenziosa la strada, illuminandovisi le alte lampade, anche di scatto qua e là stanze come al risveglio in noi si ridestano cure ambasce pensieri.

E qua la descrizione di un ambiente:

Scomodo l’attaccapanni a raggiungere nel remoto cantuccio dietro la poltrona fra il muro terminale, cui era addossato l’armadio, e le altre dalla grigia finestra aperta sul compluvio, entro cieche fabbriche irte di tubi grondaie ferri, che non si vedeva cielo. Di seguito, oltre sporto, la pettiniera; a contesa ivi fiale scatole sciringoni lime piumini specchimagli lucidatoi forbici spazzolette pennelli astucci tulipani viola gialli scarlatti, creme smalti untuose matite da avvivare o scrivere in bello labbra: non più navi Anversa. Contiguo l’uscio del bagno con accanto l’appoggio per un’accucciata valigia. Nell’adiacente lato sul corridoio la porta. Ed il tavolino coperto di epistolabili, un’acconcia sedia, a spigolo della quarta parete, ove il comodino, suvi prese tasti telefono, poi i due letti lunghessa, pur ingombranti la camera, uno l’usato. Incontro, fra le tendine, giù, sotto il davanzale, un trespolo basso, qui a capofitto la guida compendiosa, in tre giorni, della città, da studiare allungata contro spalliera, unico angolo per i brevi riposi libri o l’ospite.

Si potrebbe andare avanti e citare a iosa, ma per l’analisi dettagliata si rimanda ai saggi precisissimi di Cesare Segre e Gualberto Alvino. In questa sede, mi limiterò a una riflessione di carattere generale. Dunque, se cerchiamo di guardare sotto la presentazione linguistica rutilante, troviamo le tematiche moderate di un paese piccoloborghese: un po’ di vita militare, scene domestiche, uscite di fidanzatini (massimo eros l’allusione al “mandolino”) e simili. Un mondo che non sembra subire troppo i traumi della modernità e non aver bisogno di ricorrere a psicoanalisi, esistenzialismo o marxismo. In alcuni casi è percepibile un distacco ironico, come in questa gustosa scena di un pranzo elettorale:

Ed il cicaleccio cresceva in rigoroso brusio, questo a rombo, strepito poi clamore, le voci per sopraffarlo elevandosi, lo sciampagna friggente entro i dilatati calici scemandovi di girone in girone; ma tintinnio sui cristalli, l’ospite — uno se mi credete fra i più arcifanfani — sorto dalla sedia, occhiali inforcati, silenzio, era l’urlo unanime, nobili dame, amici, colleghi, siamo qui, domenica ha luogo il ballottaggio. Vincere. Bastevoli tremila voti. Secondo accerta¬menti all’ufficio matricola tremilacento fratelli vedevano il sole a scacchi. Raggiungerli. Ciascuno dei qui riuniti, mercé i suoi canali e vene, che comunque non ci riguardano, or ora vi distribuiranno l’appello, eccolo che arriva, spedirlo o con la posta o altrimenti, anche — e sarà romantico — come lime nelle pagnotte. Sono i suffragi decisivi, pensate, Pippo nostro eletto, Pippo assessore, l’attesa riforma del codice penale, modelli Froebel e Pestalozzi (chi è Froebel? che significa pestacocci? sta’ zitto un po’). Sú le coppe, evviva, alla salute di tanto candidato, e applausi, applausi, avviarsi, Malfina la borsetta salva, ora il conto, poche forchette disperse, ma in pacfong, poteva andar peggio, qualche collezionista c’è sempre, indi conclusive ricerche sotto le tavole, per ultimo alle vedette le gialle bustarelle col numerario.

Ma in genere non si sa come dirimere la questione: ironia o pietas? Distacco critico o accoglimento nostalgico? Forse entrambe le cose in un insieme indistricabile. Azzardo l’ipotesi che il “piccolo mondo” venga scelto proprio perché irrilevante in quanto quello che conta risulta la scrittura capace di trarne l’essenziale. Dice l’autore nei suddetti Paragrafi: «La narrazione diventa così sostanza-forma, cioè stile, non più analisi, ma sintesi trascendentale in cui l’azione riprende vita perché la narrazione non ne è più il ritratto, bensì una risonanza». Avviene dunque un caso probabilmente irripetibile: per fedeltà alla vita che verrebbe tradita con la banale apparenza quantizzabile, se ne sviluppa un’immagine costituita da un mosaico di particolari (sineddoche e metonimia imperando strutturalmente) che vanno a comporre un nuovo insieme concettualmente legato.
Sicché la sorte di Pizzuto non è molto diversa da quella degli sperimentali: la sua lassa senza pause è un insieme sfaccettato e però coeso, indivisibile. Quanto sono lontani i suoi blocchi di scrittura, decifrabili solo con meticolosa attenzione, dalle odierne paginette, che siano autobiografiche o meno, fatte di periodi brevissimi e accapo continui, allo scopo – mi dicono – di facilitare il lettore! Mentre un osso così duro da rodere è quel che ci vorrebbe per i denti dei giovani aspiranti critici…