Nuove letanie di Lubrano

Carmine Lubrano, a suo tempo tra i maggiori e più attivi rappresentanti della “Terza Ondata”, è tornato recentemente a produrre con assiduità, conservando nei suoi versi eccedenti una accesa carica antagonista. Dopo la Letania salentina, arrivano ora queste Nuove Letanie salentine e un Poema Manifesto, pubblicate anch’esse per le edizioni Terra del Fuoco e Lab-Oratorio Poietico. Il libro, come il precedente, è di grande formato ed è accompagnato al suo interno da un corredo grafico di stampo surrealista e verbovisivo, come si vede dall’immagine in evidenza. Specifichiamo subito che la “letania” del titolo non ha nulla a che vedere con il responsorio religioso meccanicamente ripetitivo; è piuttosto (vicino all’uso che ne ha fatto Emilio Villa) una sorta di “cantata lunga”, un simil-poemetto discontinuo e frammentario.

E si allunga anche il verso, sostenuto dal ritmo incalzante delle rime interne e delle allitterazioni, che portano a un flusso dilagante, torrenziale, dove vengono trascinati insieme i lacerti dell’italiano, anche letterario, con quelli derivati dalle parlate dialettali. Del resto, nell’antologia della “Terza Ondata”, curata da Bettini e Di Marco, Lubrano era ben inserito nella sezione dedicata al Ritorno della “funzione dialetto”. Vediamo subito un piccolo campione:

e qui nel Salento tento invento nel canto
la novità del mio dizionario impasto d’urina e di vento
con equivoci arcaici e col morso salso sacrale
sulla carne viva con lo sputo salaturu e la scapece
dei baci indifesi
sciorna scazzimma che scrofula sciva
gemma germoglio fracitana lucerta
per nuove stroppole d’ammore da cucire
ricucire cosere et cucenare catisciare et
cacare come camisa cangiare
nella addirosa chepa-ruzzala
e bussi-bussi chezzu-chezzu izza-izza
riccia-riccia ussa-ussa voci stesse
per chiamare la capra ispesso
piccio vurro de lu craparu
e cientu centupezze a crivellare cirvieddu
ora che la chiave di volta si chiazza chiavica chierica
nella cicerbita cincia ciancia ciarla cimice pimmecia (…)

C’è cadenza, ma mai regolare perché il ritmo segue un respiro imprevedibile durando a lungo con le sue contrazioni e i suoi rilanci. A questa istanza formale che tende all’inglobamento (magari nelle forme dell’elencazione inesauribile) corrisponde l’elemento del basso corporeo, “popolare” nell’antico senso del termine. Giustamente Annalucia Cudazzo, nel saggio che chiude il volume, scrive: «La poesia di Lubrano è una poesia che percorre i cinque sensi». E qui c’è il passaggio insistente nelle tematiche materialistiche del cibo e dell’eros, con cui si mescola la versificazione stessa, da un lato «una poesia ed un bicchiere di vino», dall’altro «una poesia d’amore o un amore in poesia». Per queste vie, Lubrano tiene fede alla sua vocazione trasgressiva di stampo surrealista.
Legandosi in questo caso al territorio salentino, questa poesia è poesia del presente, proprio pensandosi nel qui-e-ora, tanto che il suo refrain preferito è «Carmine canta» ‒ dove leggerei esattamente il rifiuto delle “assenze” auratiche e misteriose caratteristiche di molta poesia banalmente simbolica. Ma i portati dell’esperienza personale non mancano di entrare in dialettica con gli acquisti della cultura, che si fa anch’essa esperienza viva e vitale. Così il presente è sempre in dialettica con il passato, e Lubrano riassume qui tutto il suo percorso, fatto di pulsioni che richiedono tuttora adempimento:

sarà che ho fatto di tutto ho fatto giovanissimo il sessantotto
il settantasette e le lotte per un mondo migliore possibile
l’utopia realizzabile ho fatto l’artista di strada incazzato
e politicamente impegnato
il cappellaio matto il bibliotecario tra i ratti creando
magiche biblioteche viaggianti e dove tra i libri
si nascondevano amanti segreti e segreti peccati
ho fatto il marito ed il padre
ma il poeta laureato quello no non mi compete

È vero che il percorso si chiude con una nota sconsolata, di chiusura epocale:

ora che i poeti sono tutti morti
non ci resta che piangere sul latte versato
non ci resta che spargere sale grosso
non ci resta che dire basta

«Basta con la poesia». Tuttavia questa conclusione, che sembrerebbe coincidere con un certo “sconfittismo” abbastanza diffuso, viene smentita al girar di pagina dall’inizio del successivo Poema Manifesto, che parte così, davvero con impeto battente:

e che oggi è necessaria una nuova poesia antagonista
che sia malsania freva quartana bavosa di smisturata
meraviglia smasticando la poltiglia di fuliggine e con l’opulenza
del mestiere ingravidare la purulenza del poetarum
tra orrido e schifo della festa con effimera luce
infangare la voce con rauca dismisura co’ vuommeco e tuosseco
e sulla pagina cenciosa di usurpazioni praticare
l’uso prolungato di una rima accidiosa che osa tra sangue ed
orine il rosso heros politico subsulto il jazz lapillum di
un volcano mai spento dal ritmo eloquente POESIA IN EREZIONE
che insorge selvaggia e con erotica benedizione
con l’arte della rivolta l’occhio che ascolta l’im pagin’Azione

E dunque? Tutto il libro dimostra che i giochi non sono affatto chiusi e che il “basta” era solo l’unico modo per mettere una fine provvisoria al verso tracimante, alla “scrittura ininterrotta”. O forse, anche, dovremmo leggere: “dire basta con la poesia”, nel senso che la poesia, la sua prepotente parola che trascina, dovrebbe servire alla negazione dell’inciviltà e dell’incultura che ci circondano. Il «canoro bordello» del disordine e della ibridazione linguistica contro chi «abusa co’ lo strunziamiento / con fabula fascinante».

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