Un contributo di Nino Contiliano: “β<h2”

In questo sito personale accolgo volentieri i contributi di amici e viciniori. Inizio con questo saggio di Nino Contiliano, un eccellente poeta (per saperne di più rimando a Francesca Medaglia, Asimmetrie ibride, CFR edizioni, che ha al suo interno una significativa antologia). Negli ultimi tempi, Contiliano ha prodotto, su riviste cartacee e in rete, tutta una serie di interventi teorici che trattano di una possibile via alternativa della scrittura. Spero vengano presto raccolti in volume; sarebbe un importante stimolo al dibattito.

 “β<h2

una formula estetica come antidoto contro le anestetizzazioni emotivo-empatetiche

 

La lingua dell’arte e della poesia, scrive Jurij M.  Lotman (La struttura del testo poetico, 1976), essendo una “parola” complessa come una gerarchia di matriosche, è, come la ridotta superficie di un cervello elettronico, un mezzo economico e utile sia per conservare che per far circolare molta informazione, mentre al contempo salvaguarda un certo punto di vista intellettuale e critico.
E ciò grazie al codice specifico che non chiude il ventaglio della comprensione e dell’interpretazione né nel quadrato della razionalità tecno-scientifico-deterministica, né dentro i vapori dell’atmosfera magica o dell’anima emo-empatetica (e sua quantificazione statistica) tanto cari a certi populismi editoriali d’annata global-capitalistica.
Per Lotman, infatti, un testo poetico è indissolubilmente legato alla struttura relazionale complessa che lega fra loro i vari elementi di articolazione ed espressione formale: il messaggio, dice, è infatti lì che trova la sua peculiare ragione d’essere, non certo nell’incorporazione emotivo-gastronomica. Estraneo ai limiti convenzionali della lingua comune quanto all’impatto della ricezione sensazionale, richiede distanza e lenta lettura, mentre non trascura, egualmente, l’ausilio di una propria iconicità; una presentazione in immagini tale cioè che, ibridando verbalità, sonorità, logos, schemi e storia veicola il mondo espresso nel denso nesso estetico quanto intellettuale ed etico-politico, se il testo stesso intreccia altre referenzialità mentre ne comunica le informazioni date. Il testo è simile a un corpo politico collettivo, la cui esperienza storica è attraversata dalla temporalità concreta-naturale delle “affezioni” differenziali e dal tempo simbolizzato che insieme ne scrivono la processualità e il sapere inglobante sia il V/F (vero/falso) che l’incerto come un divenire continuo che, del corpo, intreccia macro e micro stati messi in forma.
Il sistema dei segni del testo genera un mondo che non è copia di quello esistente, bensì un modello in proprio (paradossalmente autoreferenziale) che deborda il convenzionale della lingua naturale e dei suoi significati consueti; cosa che consente la simulazione della rappresentazione del proprio contenuto mediante una struttura organizzativa autonoma (non indipendente in assoluto; basti pensare che la sua lingua secondaria ha come base la lingua primaria, standard o comune). Una struttura che è anche chiave intellegibile per la decodificazione che, pur a livelli diversi, impegna pragmaticamente la macchina percettiva, concettuale o intellettuale sia del trasmittente (parlante, artista o poeta) come del ricevente (spettatore, ascoltatore o lettore). «Una struttura informazionale» – dice Lotman – notevolmente più ricca di elementi signifi­cativi rispetto a qualunque testo scientifico o standard, perché l’operazione selettivo-compositiva degli elementi (molteplici e complessi che la concretizzano) genera un vo­lume di informazione più alto e insieme congetturaledinamico e neghentropico plurale. Il che, oggi, epoca dei potenti e veloci computer (ultima generazione), dovrebbe interessare un po’ tutti, ma in special modo gli stessi ingegneri costruttori dei programmi software. La superficie molto ristretta di un testo poetico, continua Jurij M.  Lotman, infatti, come un ipotetico software, contiene una mole di informazioni potenziali e virtuali che non fanno invidia a nessuna memoria dell’AI (Intelligenza Artificiale); nel suo sistema, infatti, grazie alla “plasticità” della lingua poetica, vi gioca una matrice di link ipertestuali possibili e dinamici, una possibilità cioè di ulteriori letture e approfondimenti. Il divenire informazioni realizza infatti un ampio spettro di significati dinamico-virtuali-reali (inespressi sì, ma che il testo tuttavia contiene). Cosa che ai diversi lettori (e tempi diversi) dà la possibilità così di ricavare una differente informazione a seconda della misura della comprensione, mentre al contempo si attiva un reciproco rapporto di retroazione tra testo e lettore, come quello che può esserci tra un organismo e il suo ambiente, una vita evolutiva dagli esiti sempre aperti.
La comunicazione poetica, nell’ottica dei linguaggi di simulazione secondari, se si pensa all’incredibile quantità di informazioni che un testo di poesia può, a letture diverse, rilasciare e mettere in comune, seppure racchiusa e densificata in una piccolo spazio, allora non può non essere salvaguardata e incrementata come spazio critico e confliggente il senso e le verità del linguaggio comune e/o omogeneizzante (l’odierno linguaggio secondario statistico del digito-elettronico cognitivo “statizzato” e amministrato a dose massiccia di “borse” e “profitti” emotivo-ipermediali e/o ipomediali). Questo linguaggio, infatti, rispetto al discorso di un testo poetico, è una razionalizzazione chiusa entro il circolo ricorsivo delle regole binarie del potere che non lascia imprevedibilità e indeterminazione alcuna nel rapporto tra l’emittente e il ricevente; né per altri versi rispetta le eterogeneità spaziali e temporali della geografia e dell’economia dei soggetti in conflitto. Il reale dei sistemi e dei livelli incontro-scontro, che nelle pratiche sociali ne realizzano il portato sia in chiave estetica che etico-politica, viene rimosso. Il linguaggio secondario  della poesia invece si presenta un insieme e sottoinsiemi di rapporti che, tra codificazione e decodificazione, relaziona e correlaziona l’estetico con il non estetico, specie lì dove le contingenze storiche e materiali dei rapporti sociali ne richiedono la voce e l’impegno; e ciò, oltre le credenze di verità o verosimiglianza di comodo, alla scrittura poetica assicura un respiro e un plus-valore semantico e semantizzante sconosciuto al linguaggio degli algoritmi statizzati e governati dalla logica statistica e del probabile formalizzato. Per quanto, quest’ultimi, possano essere sofisticati, complicati e programmabili in presenza di numerosi dati disponibili (anche in vista dell’imparare ad apprendere in autonomia, il sedativo deresponsabilizzante del cosiddetto “Algoritmo Definitivo” dell’AI, della robotica contemporanea), non possono tuttavia sfuggire all’entropia dei sistemi chiusi; lì dove una poesia invece per sua genesi e struttura ha una vita neghentropica ed evolutiva  resistente alle chiusure della biunivocità semantica algoritmizzata. L’informazione che cammina con il suo essere “ipersegno” è, infatti, un divenire e un’interazione metastabile con il “fuori” testo e comunicazione in un modello dove persino il “disordine” gioca la sua funzione polimorfa e polisemantica. Caos ed estraniamento, infatti, insieme, alimentano la sorgente materiale del suo linguaggio eterogeneo, come pure la sua “plasticità” e gli aspetti tecnici e non tecnici differenziali che la individuano. E la cosa sorprendente ora è il fatto che tutto ciò è schematizzato in una formula ideografica d’invenzione del matematico sovietico Andrej Nikolaevič Kolmogorov (il matematico, appassionato di poesia, che, senza timore, applica ai problemi posti dall’estetica artistica e poetica la simbolizzazione formalizzata). Per Kolmogorov infatti – scrive Lotman – le limitazioni della tecnica (indicate con il simbolo β) debbono essere organizzate secondo una logica che sappia ben lavorare il passaggio della lingua (H) alla grandezza di una certa informazione-trasmissione di significato (h1) a “h2”, la creazione poetica; la plasticità della lingua cioè che ha “la possibilità di esprimere lo stesso contenuto con mezzi diversi, aventi pari valore” (Lotman, cit., p. 35). La creazione poetica infatti

è possibile solo finché la quantità dell’informazione utilizzata per le limitazioni non supera (β<h2), la plasticità del testo. In una lingua con β ≥ h2 la creazione poetica è impossi­bile. L’applicazione, da parte di Kolmogorov, dei metodi della teoria dell’informazione al testo poetico ha aperto la possibilità di misurazioni precise per l’informazione arti­stica.

Il simbolismo formale kolmogoroviano (più avanti altre coordinate) – che lo stesso J. Lotman propone come medium razionale – allora è possibile utilizzarlo come antidoto contro la fruizione emotivo-empatico dei testi dell’arte e della poesia; altrettanto – come ricorda anche Umberto Eco (La manipolazione del continuum, Trattato di semiotica generale, p. 332) – è possibile sfruttarlo per smascherare la falsa simulazione di certe “microstrutture” ad opera di certi algoritmi più generali e generici. Il generico e generale della simulazione algoritmizzata, infatti, non tiene conto del “virtuale” di senso e significati (implemento di informazioni possibili) che è proprio alle “microstrutture” degli stessi testi come:

(a) livello dei supporti fisici: nel linguaggio verbale sono toni, inflessioni, emissioni fonetiche; nei linguaggi visivi sono colori, fenomeni materici; in quello musicale sono timbri, frequenze, durate temporali; ecc.; (b) livello degli elementi differenziali sul piano del­l’espressione: fonemi; uguaglianze e disuguaglianze; ritmi; lunghezze metriche; rapporti di posizione; forme accessibili in linguaggio topo­logico ecc.; (c) livello dei rapporti sintagmatici: grammatiche; rap­porti di proporzione; prospettive; scale e intervalli musicali; ecc.; (d) livello dei significati denotati (codici e lessici specifici); (e) livello dei significati connotati: sistemi retorici, lessici stilistici; repertori icono­grafici; grandi blocchi sintagmatici; ecc.; (f) sintagmi ipercodificati: sistemi; figure retoriche; iconogrammi; ecc.

In sintesi si può dire e vedere che non mancano armi utili sia contro gli attacchi e le scariche delle identificazioni emotive (che vanificano la differenza tra percezione, conoscenza e comunicazione etc), sia contro il semantismo algoritmizzato caro all’omogeneizzazione dei poteri comunicazionali d’epoca (che, privilegiando la riduzione ricorsiva logicizzata degli enunciati, vanifica la funzione della temporalizzazione, che, comunque, investe i processi dei testi e del sistema autoreferenziale che li simbolizza). Il lavoro estetico, ricorda U. Eco, si esercita anche sui livelli delle microstrutture (non solo sul piano del contenuto e dell’espressione). In una poesia giocano infatti valori qualitativi di relazioni ed equivalenze fono-semantiche-sintagmatiche-pragmatiche differenziali, come nelle opere dell’architetto sono in gioco sia le forme geometriche che la consistenza e la testura del materiale impiegato; come in una pittura giocano grumi e colate di colore, o il rilievo lasciato da una pennellata piuttosto pastosa e/o luminosa che, nelle sue diverse situazioni e ore del giorno, non gioca in maniera uniforme; come in un ro­manzo il ritmo narrativo può procedere per pause, colpi d’occhio e lettura a velocità variabile, dipendente o meno dalla quantità e densità delle descrizioni.
Ora tutti questi, chiamiamoli, differenziali e contingenze di ogni mondo artistico di riferimento non sono affatto espunti dalla formula estetica – “β<h2” – di Kolmogorov. La formula estetica di Kolmogorov sulla plasticità della lingua, che utilizza esteticamente sia la teoria dell’informazione che lo schema entropico di Shanon, infatti è la chiave logica e operativa del caso. Il suo cammino: se la lingua base è indicata con “H”; il suo significato primo o standard con “h1; il significato due o plasticità della lingua con “h2”; i connettivi con i simboli logici del maggiore (>), minore (<), eguaglianza (=) , minore-uguale (≤), maggiore-uguale (≥); “0” per l’assenza di plasticità; e le “limitazioni” – un certo ritmo, una rima, norme lessicali e stilistiche (l’insieme tecno-retorico-prosodico formalizzato) – con “β”, il simbolo “h2” allora è la fonte dell’informazione poetica. Le lin­gue con “h2 = 0” e le lingue artificiali della scien­za, che in linea di principio non prevedono uso di sinonimi, invece escludono la possibilità di “h2”, ovvero il proprio dell’informazione poetica (escludono, per inciso, anche l’allusivo e incerto che pur alimentano la comunicazione del mondo quotidiano!). Quanto basta per porre adeguate misure di sicurezza contro gli slittamenti seducenti e sedativi della “comunicazione” artistica e poetica legata al palo dei vapori dell’anima o dell’ineffabile spiritismo degli effluvi seduttivi plebiscitari.
Gli elementi della formula “estetica” kolmogoroviana, come i simboli di una lingua chimico-molecolare simbolizzata, per ricorrere ad una analogia efficace, permettono di codificare e decodificare un testo d’arte o di poesia, così come il caos molecolare o stocastico delle particelle in moto browniano è stato simulato e reso intellegibile dalle catene di Markov (il processo in cui la probabilità di transizione da uno stato di sistema al successivo manca, comunque, di determinismi fidelizzati!). In un mondo che si vuole totalmente affidato alle magiche atmosfere degli effetti speciali o al codice universale e univocizzante degli algoritmi digitalizzati e cybernetici, la densità della comunicazione artistico-poetica e delle ipotesi analitico-interpretative sono, allora, insieme una critica e un valore etico-politico di libertà non negoziabile. Diversamente dal linguaggio digitalizzato (seppure, il digitale, preveda delle catene simboliche combinate in automatico e aritmetizzate, quindi sempre quantificate e determinate), la lingua artistica invece è promessa permanente di variazioni semantiche in divenire; né automatiche né uniformanti, seppure il sistema dei suoi segni ha regole che disciplinano la sintagmatica, le sue variazioni semantiche sono una modalità di resistenza e fuga nei confronti degli usi consolidati e finanziati.
Il sistema di produzione e consumo dei significati del mercato informatizzato e automatizzato sulle rette del regime della bivalenza bloccate – vero/falso; dentro/fuori/; incluso/escluso, amico/nemico/, maschio/femmina, spirituale/materiale etc. – così non è privo di rivalità antagonista e alternativa. È la tendenza, crediamo, “open source” del conflitto in itinere contro la rivoluzione digitalizzata dell’informatizzazione e della comunicazione, sviluppata e dominata dal capitalismo cognitivo-linguistico imperante (il modello che, nonostante la modalità ipermediale e ipomediale dilatata, globalizzata, sebbene dichiari neutrali gli automatismi algoritmizzati, continua infatti a conservare gli stessi classici rapporti di potere e di sfruttamento (ampliato e potenziato) di classe dominante). Il vecchio ordine, sentenziò K. Marx, è dissolto come acqua, ma conservati sono i soliti rapporti sociali e politici asimmetrici tra chi decide e dispone che e chi, tra inclusione ed esclusione, si deve inserire o rimanere fuori. Il linguaggio digitale, aritmetizzato nei termini della chiusura di prodotto semantico linearizzato, non prevede letture difformi e ulteriori livelli di approfondimento possibili che un diverso intreccio dei segni (e richiami) può aprire. Paradossalmente, pur essendo figlio del progetto di una sorgente open source, il linguaggio degli algoritmi digitalizzati non è open (anche perché non tutti i passaggi sono pubblici!).
Open rimangono invece (e disponibili per chiunque desideri misurarsi) le espressioni sintagmatiche, semantiche e pragmatiche del codice secondario della poesia.  È per questo che un testo di poesia o d’arte, fra i rivali, è legittimato a competere con le moderne macchine della linearità semantica automatizzata, unificata e schematizzata nella ‘ricorsività’ meccanica dei significati tradotti in algoritmi univocizzati. La comprensione del testo poetico invece si dà come molto ramificata e critica anche come presa di posizione eretica sul piano etico-politico. A ciascun lettore/ricevente e/o singolarità collettiva, sia pure lo stesso autore che si fa lettore di se stesso, dà infatti informazioni sempre differenti e in mobilità contestuale. Una cornice dinamica per comprensione e interpretazioni proprie in relazione al contesto temporalizzato che, tra luoghi di verità non emozional-sedativi o catartici, lo connota come una singolarità individuale e collettiva conflittuale.
Una posizione di intelligenza dialogica e storica deviante (un diritto-dovere) da esercitare sui testi cui nessuno, fra autori, critici e pubblico di lettori, dovrebbe sottrarsi; figurarsi poi per un militante del pensiero critico sempre vigile ai cambiamenti d’epoca e in lotta contro le ricette ed i certificati degli uffici stampa dei monopoli editoriali. I soggetti cioè che, parte interessata, emettono sintesi semplificate e commosse sui contenuti di “genere” o d’area, mentre snocciolano i valori della semplicità, della chiarezza, della credibilità, della fiducia, della persuasività emozionale, della pacificazione, e della aconflittualità. Soprattutto pacificanti. Pacificanti e rassicurati le visioni correnti del mercato dei consumatori (di narratività più che di “testi” indigesti, come quelli, per esempio, della poesia controcorrente). Non è fuori posto, a questo punto, dire per il critico “militante” quello che J. Lacan ha scritto per le scritture (in genere) dell’arte, della letteratura e della poesia: il rapporto dell’artista con il tempo e gli schemi di pensiero e di azione in cui si manifesta è sempre contraddittorio.” (J. Lacan, Il problema della sublimazione, in L’etica della psicoanalisi– Seminario VII, 1959-60). E questo è il suo “miracolo”!
In altre parole è come dire che è necessario vaccinarsi incorporando virus demistificanti il lavoro morto (memoria marxiana) e manipolatorio (quale potrebbe essere il ritorno del rimosso freudiano) – leggere fra le righe, cogliere le contraddizioni, sospettare dell’indifferente “differenza” che si esercita con aggressioni seduttive e manipolatorie di varia tipologia; ovvero diffidare dell’indifferenziato, finalizzato al mantenimento degli assetti riciclanti gli assi dei “poteri” e dei “discorsi” dominanti le regole del mercato e della borsa valori. I diktat cioè del mercato mondiale totalizzante che, a dosi massicce di empatia e immedesimazione sublimante e contemplativa, fidano sulla mediazione intuitiva e affettivo-emozionale immediata, mentre, sicuri, puntano ai “profitti” garantiti e gratificanti quanti, tra l’individuale e il consociato populismo d’occasione, ne condividono la logica non argomentativa o, per dirla iconicamente, con i “cuoricini”. Per cui non si lesina (ai vari livelli dell’editoria della carta stampata e web) l’espressione giudiziale – “mi piace, non mi piace” – conforme ai “decreti” di regime editoriale (come i decreti governativi che debellano la povertà e garantiscono la sicurezza dei garantiti) che impongono semplicità espressiva, povertà testuale e astinenza dalle posizioni di parte.
Per confliggere contro le scritture, le letture e le ricezioni che indeboliscono l’intellegibilità del “dire altrimenti” dell’arte e della poesia, cosa allora di meglio di una procedura formalizzata come le indicazioni di lavoro tracciate dalla linea Kolmogorov-Lotman! Il codice logico cioè che obbliga al pensiero e al “dar da pensare” e agir di conseguenza, più che ai trascinamenti drogati dei sentimentalismi truccati dall’ideologia dell’emozione a tutti i costi! Si potrebbe dire, senza molto azzardo, che la poesia è in piena sintonia con il principio dell’incompletezza sintattica e semantica di Gödel (un linguaggio se coerente è incompleto e se è completo è incoerente); il principio per cui nessun sistema simbolico, per quanto elaborato e perfezionato, può chiudere nell’univocità colonizzante e clonizzante il fuori del sistema e il rapporto pragmatico dei soggetti con la temporalità storica e materiale che lo connota e denota.
La sterilizzazione della critica nel transito delle pubblicità in corso della società informatizzata e clonizzata, infatti, non mira a “inquietare” le intelligenze quanto a banalizzare le teorie e le pratiche critiche alternative nell’equivalenza dei punti di vista; e ciò perché né dubbio, né sospetto, né intelligere e allegorizzare “tra le righe” abbia diritto di parola e azione. Eppure di vaccino critico, in epoca di culture, pensieri, modelli, politiche migranti e permanente contingenza dei movimenti non si dovrebbe lesinare la distribuzione in dose massicce (a tappeto) per ogni ordine sociale, soprattutto fra i più deprivati, declassati, indifesi ed esposti alle offerte seriali dei mercati della comunicazione tradizionale e del digitale della rete Internet.
In questo ambiente, la rete web, infatti i pericoli sono maggiori e più sofisticati, se si pensa che le piattaforme e i network sociali, qualunque sia il terreno battuto, chiedono sempre pareri semplificati e giudizi like (consenso o dissenso) presentando la quantificazione delle adesioni ricevute come merito o demerito “critico”. Eppure, nello sbandieramento dei milioni di consensi, raccolti nella rete globale, sappiamo che c’è del falso e dell’inganno volutamente perpetrato ai danni dell’opinione pubblica e dei singoli sprovveduti.
Noto infatti è il fatto che oggi, epoca dei linguaggi digito-algebrico-elettronificati, i monopoli della comunicazione e dell’informazione digitale frattalizzata (sempre più enclosures e colonizzazione di ogni angolo più riposto della vita individuale e sociale), i signori della rete, mediante i motori di ricerca (con software programmato ad hoc), progettano i famosi algoritmi “bots” (le macchine pensanti dell’AI) per creare falsi profili e gonfie valutazioni (per inciso: non si ignorano i vantaggi dei prodotti dell’AI in altri settori come la medicina, l’esplorazione dello spazio, i lavori rischiosi etc).
Pur di non perdere il ghiotto mercato dei navigatori o dei cittadini di rete, pagano i programmatori di software per progettare algoritmi capaci di creare artificialmente (e alla bisogna) dei soggetti fantasmi (come se fossero autentiche e reali volontà personali) – quali clienti attaccati alla fonte ed ai prodotti offerti –, facendo degli stessi numeri una realtà non più oggettiva. Sono programmi e progetti che, annodando macchinicamente la navigazione ipertestuale della rete, sono capaci di far aumentare in pochi secondi gli osanna delle valutazioni positive o negative; e ciò onde innalzare o abbassare la credibilità e la validità di un quid qualsiasi. Può essere il turno di un prodotto letterario, artistico, gastronomico, medico, turistico … o anche di una bufala. Non importa né il prodotto né l’intenzione del destinatario. Sono le “disinformazioni” e le fallacie che oggi vanno sotto il nome di fake news o, come hanno coniato alcuni docenti e ricercatori – Carl T. Bergstrom e Jevin D. West – di alcune università americane – Stanford University e Washing­ton University – i bullshit (cazzate). Offerti sulla base della sponsorizzazione, del presenzialismo, del leaderismo, del personalismo o dell’autobiografismo – che mistificano, per esempio, sull’analisi testuale e sul rapporto linguaggio-ideologia – rimangono, per dirla con il vecchio E. Kant, cieche intuizioni e vuota predicazione, ma utili a chi sa sfruttarne gli effetti di realtà, ridotta a formule, combinatorie e numeri fantasmi.
I numeri, nel mondo dei big data, come gli algoritmi machine learning, sono diventati così sospetti quanto le parole; non sono più esempio di neutralità e oggettività. In un mondo ingolfato di dati verbali e non verbali mescolati e “iperfaziosi”, diagrammati e dati in pasto con le virtù proprie delle leggi statistiche (fallacemente affermati e globalmente divulgati in gloria – sussunzione – del mercato e dei profitti capitalistici senza rivali).
Più facile, si dice da molte parti, è distruggere il pianeta che ammutolire o disinnescare il capitalismo e le diseguaglianze.
Le operazioni e le procedure di verità e valore non possono però essere abbandonate agli automatismi, alle autovalutazioni e al senso comune addomesticato declassando o espungendo l’opportuno pensiero critico e la logica del sospetto. La capacità del dubbio, il pensiero e l’azione del sospetto e della contraddizione, che non sono estranei alle stesse procedure d’analisi formalizzate, non possono essere dismessi.  E la formula di Kolmogorov/Lotman – “β<h2” –, in tal senso, è il luogo di una sperimentazione che non azzera il rapporto dell’arte con la vita, il luogo-tempo per eccellenza in guerra perenne con le chiusure ontologiche ed epistemologiche!

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